di Antonio Potenza

Immagina di aver fatto un rito magico all’università. Non è andato bene: tu e i tuoi amici avete sbirciato “in là”, avete visto cosa c’era, però qualcosa è andato storto. Ora siete alle prese non solo con l’essere invecchiati ma anche con le conseguenze di ciò che avete fatto.

Questa è la storia de Il corso del cuore di M. John Harrison, opera del 1992, portata in Italia da Mercurio nella traduzione di Luca Fusari. Il racconto segue la vita di tre amici, il narratore senza nome, Lucas Medlar e Pam Stuyvesant, che fanno i conti in età adulta con un vecchio rito celebrato in un prato di Cambridge, sotto la guida di Yaxley, mago squallido e rancoroso che vive all’ombra del British Museum. Di questo rito, fino all’ultima pagina, il lettore vedrà poco: arriverà a sapere che i tre hanno sbirciato “nel Pleroma”, una specie di aldilà inconoscibile (di ispirazione gnostica, ma ci arriveremo), e per questo e a causa di qualcosa che è andato storto ne subiscono le conseguenze a distanza di anni. Quel qualcosa che non conosceremo mai in quanto lettori, ma che a quanto pare non conosce nemmeno la voce narrante, che ammette candidamente: «Il fatto è che nemmeno all’epoca ero proprio sicuro di cosa avessimo fatto».

A causa di questo guasto nel rito, Pam, epilettica dall’adolescenza, vede una coppia di amanti bianchissimi fluttuare fuori dalle sue finestre; Lucas è braccato da una creatura che gli scaraventa addosso bidoni e cassette della frutta; il narratore sente, di tanto in tanto, un profumo di rose. Comunque la vita dei tre va avanti e nei vent’anni successivi Pam e Lucas si sposano e si rintanano in una casa troppo grande sulle brughiere dei Pennini, dove per consolarsi inventano il Coeur, un regno scomparso nel cuore dell’Europa, e uno scrittore di viaggio, Michael Ashman, che ne avrebbe ricostruito la storia. Il narratore, intanto, si trasferisce a Londra, si sposa, lavora in editoria e fa da paciere tra i due quando il matrimonio finisce e Pam si ammala. Da questo punto, il peggiorare della sua condizione diventa la cosa più importante della narrazione. Il mito del Coeur, come una specie di ninna nanna o di fiaba inventata da Lucas per alleviare i dolori di Pam, la accompagnerà fino alla fine quando realtà e Pleroma si confonderanno. Quando il narratore e Lucas saranno chiamati ad affrontare il dolore della perdita.


Vecchie e nuove accoglienze

Come anticipavo, Il corso del cuore è un’opera che ha più di trent’anni. Uscì nel 1992 per la casa editrice britannica Gollancz e rappresentava una novità nella carriera di Harrison, che fino a lì aveva navigato all’interno del mare della fantascienza con il ciclo di Viriconium, del quale faceva parte anche The Pastel City, arrivato in Italia nel 1979 come La città del lontanissimo futuro (Urania n. 809).

Il corso del cuore non è una lettura facile per almeno due motivi: uno linguistico, l’altro letterario. Il fatto è che Harrison è nato come autore all’interno della culla della fantascienza, ma ha fatto di tutto per rinnovarla dall’interno. Chris Power infatti sul Guardian scrive che gli anni Settanta «lo videro lottare contro le convenzioni di genere della fantascienza e del fantasy». A tal proposito è indicativa la scelta dei coniugi VanderMeer di inserirlo nell’antologia The New Weird del 2008, ponendolo come il capostipite del nuovo genere che coniugava la “stranezza” all’intimo. I VanderMeer inoltre citano proprio The Course of Heart come il testo chiave che ha traghettato il weird classico verso la sensibilità contemporanea, definendolo un esempio perfetto di come la narrativa fantastica possa decostruire il fantasy commerciale per esplorare il collasso della realtà quotidiana.

In generale, dalle ricostruzioni critiche della sua carriera, traspare sempre il tentativo dello stesso Harrison di sottrarsi alle etichette e anzi di trovare uno spazio “suo” e questo movimento descritto dai VanderMeer è indicativo di una incapsulazione dello strano che infatti con Harrison non si sviluppa da minacce esterne ma piuttosto parte e sfoga all’interno dell’io, in maniera al contempo causale e conseguenziale. Tutto ciò permette all’autore di barcamenarsi anarchicamente da un genere all’altro, da un dominio all’altro, senza curarsi troppo di cosa sia il risultato se non qualcosa di letterario (come poi dovrebbe sempre essere). È lo stesso Harrison a darci conferma di questa teoria. In un ritratto per il Guardian, a cura di Richard Lea per la rubrica Life in writing, Harrison ammette di considerare tutta la sua opera parte di un continuum. «Dividing literature into genres is limiting […] a marketing device that got out of hand, and leaked into the audience». E cioè: «Dividere la letteratura in generi è limitante […] uno strumento di marketing che è sfuggito di mano ed è filtrato fino al pubblico». Non c’è da biasimarlo.

La novità che apporta Harrison nella sua concezione di strano sposta l’accento dalla speculazione, propria della fantascienza classica, alla psicologia dei personaggi. In generale questo movimento di interiorizzazione si vede in tutto il romanzo attraverso diversi indizi. Pam chiede al protagonista: «Come stai? Dentro di te, intendo.» E lui risponde: «Be’, come puoi immaginare.» Da quel momento diverse volte ognuno dei tre chiede agli altri come stanno, «ma internamente». E ancora: quando i tre parlano del Pleroma parlano come della parte di una rosa esplorabile attraverso un avvolgimento di petali. Infine, tutto ciò che di weird – nella definizione di Mark Fisher (The Weird and the Eerie, minimum fax, 2018) – esiste ne Il corso del cuore è un’estremizzazione di qualcosa che succede all’interno dei personaggi: parte proprio dalla psiche affaticata di Pam a causa della malattia e del divorzio (per questo i suoi fantasmi hanno la forma di due bianchi amanti che volteggiano amandosi), o dalla rabbia infantile dello stesso Lucas (le sue reazioni quando Pam morirà e quelle del suo piccolo demone si somigliano molto).

Julia Armfield, che firma la traduzione italiana, scrive a un certo punto che «il genere, ne Il corso del cuore, è qualcosa di mutevole: il romanzo si sposta dal gotico kitchen sink al realismo, alla logica onirica, e ritorno. La bravura di Harrison» chiosa Armfield, «è da sempre più quella del cuculo che del camaleonte; contrabbanda un genere sotto le spoglie di un altro, e intanto, zitto zitto, causa distruzione». Più tardi confermerà la nostra idea: «Gli aspetti più orrorifici del romanzo si annidano nelle sue ambientazioni più ordinarie».

Già nel 1992, all’epoca della prima edizione, Faren Miller evidenziava su Locus il contrasto doloroso tra il mondo reale e il tormentato mondo secondario del Pleroma che anche se secondario gioca un ruolo importante nella narrazione. Per la sua inconoscibilità appena intravista e per essere stato trattato da Harrison come qualcosa di ordinario che esiste e antagonizza con la stessa naturalezza della pioggia.

C’è ma non si vede

A un certo punto la voce narrante ci racconta quanto segue di Pam, dopo il divorzio da Lucas. «Diceva sempre le stesse cose. Che era sola e ammalata. Che il Pleroma era consapevole di noi, anche dopo tutti quegli anni.» Questa frase apre alla soggettivizzazione del concetto di Pleroma in Il corso del cuore che però non mostra nessuna novità se non la si inserisce nella tradizione gnostica.

Gli gnostici valentiniani, che facevano capo al pensatore Valentino del II secondo a.c., si ponevano come obiettivo quello di risolvere il dilemma della creazione del mondo: se il mondo è opera di Dio, come spiegare il male? La risposta è stata un complicato sistema filosofico, nel quale il Pleroma era la «pienezza»: il regno divino da cui l’eone Sofia cadde per passione, generando il nostro mondo difettoso, e al quale l’iniziato poteva fare ritorno attraverso la conoscenza. Ciò che fa Harrison è conservarne il nome e il concetto per sommi capi, come struttura ed entità, ma stravolgendone la funzione.

Lo strano mago Yaxley ce lo spiega meglio: «Si tratta di due mondi distinti e irriconciliabili, il pleroma, ovvero la pienezza – che è giunto fino a noi con le fattezze della confusa promessa cristiana di un ‘Paradiso’ – e l’hysterema o kenoma, ovvero il dolore, l’illusione, il vuoto: la vita concreta che siamo costretti vivere». E ammette: «La grande scoperta di questo secolo, tuttavia, è stata bussare alla porta dell’horos e non trovare nessuno in casa». A fargli da eco, Lucas: «Il Pleroma non è quello che pensavano gli gnostici. È terrificante. Impossibile da capire».

Il Pleroma di Harrison si tocca senza possibilità di capirlo, lascia sintomi al posto della sapienza e, una volta forzato, non si richiude: «Quello che si fa nel Pleroma è irrecuperabile» ci informa Yaxley. Ha perfino un corpo, e un corpo malato. Quando il mago ne forza l’ingresso, il Pleroma si deforma e si «vomita fuori». Stesse convulsioni che passano nelle vite dei tre come una febbre contagiosa e che somigliano in modo inquietante alle crisi epilettiche che Pam si porta dietro dall’adolescenza.

Un gioco narrativo che flirta con la filosofia gnostica, ma che non richiede di esserne profondi conoscitori per apprezzarne l’utilizzo. Sempre Armfield nella prefazione scrive che il Pleroma è un aspetto «ipnotico» del romanzo, «eppure noi, e con noi i personaggi, non riusciamo mai davvero ad afferrarli». Aggiunge: «Poco importa che il cuore filosofico di tutto ciò sia gnostico, pagano o semplicemente favolistico: l’importante è sapere che c’è.»

Buchi ed enigmi verbali

Strutturare un’operazione simile, sia in termini filosofici che in termini letterari, necessita di una lingua che regga, che sia solida ma pulita, senza strabordi ed eccessi. Esattamente ciò che è la voce di Harrison. Il lavoro che fa l’autore è quello di un accostamento continuo di immagini distanti, ma comunque vicine, strette grazie e a causa dello spazio che c’è tra l’una e l’altra. C’è sempre la sensazione che ci sia un buco da qualche parte, un enigma attraverso il quale soffia il vento di un altrove. C’è sempre la sensazione di una sapiente leggiadria, di una scanzonata danza.

Ciò non esclude momenti in cui la narrazione è talmente contratta e astratta che la lettura risulta nebulosa, ma si tratta di una caratteristica propria dello stile di Harrison che può di certo essere ostica o non piacere, ma con la quale bisogna venire a patti. Anche quando Harrison esagera e nell’impostare l’idea del mito del Coeur — che di per sé è un’ottima idea romantica quella di un mondo nel mondo pensato per lenire le sofferenze di Pam — crea un’esasperazione del Pleroma, senza la quale o con la quale ma in maniera ridotta, la narrazione avrebbe comunque funzionato. A volte Harrison, specie sul finale, sembra sforzarsi un po’ più del solito e lo lascia avvertire al lettore, tradendo uno dei suoi principi.

In un’intervista con Cheryl Morgan, apparsa su Strange Horizons nel 2003, Harrison si sofferma su diversi concetti della sua scrittura che sono utili per capire il processo che ha subìto la sua voce nel tempo. Uno fra tutti è la fiducia nel lettore: «Si dice una cosa una volta sola: se l’hai fatta bene, il lettore la capisce». Harrison riporta la sua concezione a un unico principio, quello di trarre «il massimo effetto con il minimo macchinario». Magia che il più delle volte riesce (non nel climax finale de Il corso del cuore. Ma è perdonabile). L’anno prima poi, in un’altra intervista con David Mathew per infinity plus, sosteneva che il problema delle descrizioni «è che sono sempre troppo vicine alla spiegazione» e che invece lui cerca «lo strappo, il paradosso, la metafora che funziona in più direzioni di quanto dovrebbe».

Tutti concetti che poi sono confluiti in Italia in Vorrei essere qui, edito sempre da Mercurio: un compendio del rapporto che Harrison nella sua lunga carriera ha avuto con la scrittura e con la vita, come processo di costruzione della prima in relazione alla seconda e viceversa. Un libro utilissimo come primo approccio ma anche come, per dire, quinto approfondimento. Fondamentale, per capire la poetica di Harrison e perché a leggerlo paia sempre che qualcosa ora appaia o scompaia. Forse perché «la fatica di dire qualunque cosa è sempre la fatica di reinventare la ruota: di distinguere la descrizione di un’esperienza da tutte le altre descrizioni che potrebbero somigliarle».

E così bisogna rinunciare a qualcosa e acquisire altro, creando inediti risultati. Eppure Iain Banks nel 1998 disse a Harrison che secondo lui l’autore non si divertiva abbastanza nel momento in cui scriveva. È lo stesso Harrison a riportarlo nella precedente intervista con Chris  Power: «Tengo sempre a mente quello che mi disse Iain ovvero che non mi diverto abbastanza quando scrivo. Fu un colpo duro». Eppure, ora che la sua ultima fatica The End of Everything è entrata nella shortlist del Booker Prize 2026 non riesco a non immaginare questo ottantenne che non la smette di giocare con  nuovi mondi: quelli scoperti da poco e quelli ancora da scoprire: che sono soltanto nascosti al nostro interno, come Harrison ci insegna.

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