di Antiniska Pozzi*

Un giorno, all’inizio del 2018, incontrai per caso Mirko Chiari – lo conoscevo da molti anni per amicizie comuni – e aggiornandoci sul cosa e sul come finì per raccontarmi di un nuovo progetto a cui aveva dato vita. Un corso di pugilato in carcere, a Bollate, per l’esattezza. Pensare di scriverne qualcosa è stato un pensiero immediato: non tanto e non solo per la particolarità dell’insegnare uno sport come la boxe dentro un luogo che non prevede né ammette il conflitto, tantomeno quello di natura fisica, ma perché conoscevo (o forse dovrei dire “credevo di conoscere”) la vicenda personale di Chiari, che prima di essere un pugile era stato altre cose. Sapevo che aveva dei trascorsi turbolenti, che era stato in carcere, credo di aver capito lì che bisognava approfondire. “Dovremmo scriverla, questa storia” gli dissi. Naturalmente non sapevo con esattezza di quale storia stessi parlando, e la storia non era una sola. Nè immaginavo, in quel momento, una forma di romanzo. Volevo solo saperne di più, e raccontarla a qualcuno, a me stessa in prima istanza. Lui acconsentì, ma senza convinzione. Le cose che si dicono. Qualche settimana o mese dopo mi scrisse. Aveva letto di una raccolta di poesie che avevo pubblicato, e si era deciso. Iniziammo a vederci, rubando ore ai rispettivi lavori: facevamo queste sedute-fiume di diverse ore in cui gli ponevo un sacco di domande. Partivamo dal progetto Pugni chiusi, ma da lì tutto rimbalzava alla sua storia personale, e così abbiamo iniziato a compiere un giro ad anello: dal carcere andavamo indietro fino alla sua “storia prima della storia”, per poi tornare fra le quattro mura di Bollate, che poi nel tempo non erano neanche più le uniche, perché il progetto aveva sconfinato arrivando anche a San Vittore e altrove. Più Chiari mi raccontava cose, più mi sembrava me ne sfuggissero. La domanda che più frequentemente gli ho fatto credo sia stata “perché”. Faticavo a ricostruirne le traiettorie, che si moltiplicavano come in un gioco di specchi: allenatori, avversari di ring, madri e nonne, detenuti del passato e del presente. Dopo un po’ ho capito che dovevano entrare nella narrazione non come comparse o personaggi minori, ma come voci alla pari. Come è scritto a un certo punto, bisognava “sapere che ogni incontro è un crocevia, non volerlo abbandonare”. Così ho scelto una struttura ibrida, perché ibrido era il racconto che veniva fuori dal nostro confronto: ho lasciato che l’unica logica a governare il racconto fosse quella di rispondere alla domanda “perché ognuno di noi diventa quello che diventa? Qual è il grimaldello che apre alcune porte su certi futuri?”. Naturalmente non c’è una risposta univoca. Mirko si è dato la sua, ma oltre a lui ci sono Ivan, Ada, Mattia, Bruno, Maurizio e molti altri. E nessuna di queste risposte prescinde da quelle altrui; credo che qui diventi importante la metafora della boxe, ogni incontro è un incontro che ti resta addosso, “un riaggiustamento continuo delle coordinate del proprio essere” come scriveva Joyce Carol Oates (che tuttavia astutamente avverte “in realtà la boxe non è una metafora, è la cosa in se stessa”). In questo seguire fili biografici sempre più ingarbugliati e spesso imperfetti, come imperfetta è necessariamente la memoria, ho capito che potevo lasciar correre il racconto dentro un tempo fluido, che non fosse rigidamente aggrappato a una consecutio, tanto che ogni capitolo può essere letto in una certa misura come racconto a sé. Non c’è mai pretesa di completezza, dentro questa narrazione, perché non c’è completezza dentro nessuna delle vite qui raccontate. Mentre raccoglievo i ricordi e le cronache di Chiari, ho presto iniziato a raccoglierne altre: ho assistito agli allenamenti dentro il carcere, ho conosciuto e parlato con alcune delle persone di cui avevo conosciuto la storia per suo tramite. Ma non è mai stato un “reportage”, è stato altro da subito, l’immaginazione aveva lavorato a colmare certi spazi prima ancora che potessero riempirsi in altro modo. Per questo uso l’aggettivo “ibrido” per definire questo racconto: il reale – un reale già mediato dalla narrazione di altri e di sé – si è contaminato con una ricerca di risposte che era solo mia, e che si era intersecata con quella di Mirko. E di questa contaminazione c’è traccia a più livelli, da quello formale a quello dei contenuti. Due storie correvano parallele, una radicata in un vissuto realmente accaduto, e l’altra in un equivalente immaginario. Nel corso della scrittura mi sono trovata davanti a confini che mi sono chiesta se fosse lecito oltrepassare: usare una memoria non mia, ibridarla con quello che era diventata per me, tradurla, forzarla, tradirla. Mentre mi chiedevo cosa fosse lecito e cosa no, avevo un romanzo tra le mani. E quelle due storie che venivano da luoghi così diversi, il suo passato e il mio immaginato, dicevano la stessa cosa. Che quasi tutti i confini possono e devono essere oltrepassati.

*autrice di “Per essere Chiari”, edito da Milieu Edizioni a maggio 2021

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