La realtà descritta nell’ultimo romanzo di Gaia Manzini, Nessuna parola dice di noi, è una realtà fluida, indecisa, che fatica a condensarsi in una forma definitiva e sembra indugiare in una dimensione sospesa, oscillante, effimera, perennemente procrastinata. Le cose sono fatalmente precarie, in attesa di trasformarsi in qualcos’altro o di rimanere provvisorie, irrimediabilmente caduche.
Ce lo rivela la stessa narratrice quando afferma: «La vita è il racconto che ne fai», come a dire che non esiste uno strato solido e immodificabile della realtà, ma che essa è sempre pronta ad assumere la forma che vuoi darle nella tua percezione privata, nel tuo vissuto personale, nella narrazione che ne fai a chi ti circonda. Questa condizione riguarda a maggior ragione i pensieri, che fluttuano in un andirivieni indistinto prima di trovare un’espressione definitiva, leggibile: «Chissà se c’è un momento in cui i pensieri diventano solidi», si chiede la narratrice a un certo punto, pensando all’istante in cui sopraggiunge la consapevolezza delle cose, o forse solamente dei desideri.
Il libro narra la storia di Ada, una giovane donna che ha avuto una figlia, Claudia, a diciassette anni, in circostanze che non vengono mai svelate completamente nel romanzo. Al principio della storia Ada inizia a lavorare come copywriter in un’agenzia pubblicitaria di Milano. Lì conosce Alessio, ambizioso e affascinante creativo fortemente centrato sul lavoro, che la prende sotto la propria ala protettrice, fino a quando Ada si innamora di lui. Questo amore rimane in uno stato perennemente fluido, perché Alessio è omosessuale, e anche se arriva a provare certamente qualcosa per Ada non potrà mai abbandonarsi completamente al proprio sentimento. Nel romanzo si racconta la storia di questo amore impossibile, della complicata maternità di Ada, della difficoltà a seguire dei binari definiti e del momento in cui invece, almeno in parte, ci si riesce.
Il libro inizia con un flashforward. Gran parte del primo capitolo viene ripreso quasi integralmente in uno degli ultimi, con leggerissime ma significative differenze. Sembra quasi che la realtà fluida narrata al principio dell’opera acquisti consistenza durante l’intero svolgimento del romanzo, per giungere a una forma definitiva solamente nelle ultime pagine.
Le differenze tra le due versioni a volte sono quasi insignificanti, a volte sono fondamentali, e attestano una solidificazione per quanto possibile finale della realtà che si sta descrivendo.Per cogliere le differenze il lettore deve prestare un’attenzione particolare. Nella versione finale vengono aggiunti degli inserti tra i vari paragrafi, per cui non è sempre facile seguire il parallelismo tra le due varianti. E gli sfasamenti sono spesso leggerissimi. Un lettore disattento potrebbe non accorgersi nemmeno del meccanismo attuato dalla narratrice, che invece è centrale per una comprensione piena del romanzo, perché attesta il cambiamento profondo della protagonista tra l’inizio e la fine del libro.
Se le cose non sono cristallizzate in qualcosa di definitivo, è difficile anche dargli un nome. Quando la sua amica Francesca chiede a Ada di definire il suo rapporto con Alessio, lei non sa bene come rispondere:
«Siamo noi, e basta.»
«Perché non dai mai un nome alle cose?»
Alessio e io non eravamo solo colleghi, solo amanti, solo amici, solo inseparabili. Eravamo tutto e forse niente. Ho stretto gli occhi in una smorfia di dolore. «Nessuna parola dice di noi,» ho sussurrato. Saper nominare la realtà per vivere con più sicurezza, senza paura: non ne ero mai stata capace. Nessuna parola dice di me, avrei voluto aggiungere».
È significativo che da questo brano sia tratto il titolo del romanzo. Le parole danno una forma alle cose, gli conferiscono un’identità, le distinguono dal resto del mondo configurandone una specificità, distinguendole da tutto ciò che esse non sono. E soprattutto gli attribuiscono un’esistenza certa, che non fa paura, perché l’incertezza è fonte di inquietudine, di turbamento. Ma a volte tutto questo è complicato: essere associati a una parola potrebbe significare assumere un ruolo che forse non si vuole o non si è pronti ad assumere. Ada, quando di rivolge alla figlia, la chiama semplicemente per nome, Claudia, non usa diminutivi o vezzeggiativi. La figlia, invece, quando si rivolge alla madre, non la chiama in nessun modo particolare: «non c’era ancora una parola che mi definisse davvero». E ciò è vero non soltanto perché Ada ha avuto Claudia quando era troppo giovane per sentirsi una madre, ma anche perché, pur essendo cresciuta, non è mai stata in grado di assumere in maniera consapevole questo ruolo.
La nominazione ha a che vedere con la lingua e dunque con la comunicazione. La comunicazione però ha sempre qualcosa di inesatto, di approssimativo, perché pretende di descrivere in modo formale una realtà liquida, che si fa fatica a intrappolare in dei simulacri rigidi come le parole: «Qualsiasi testo di comunicazione è sempre inautentico, contiene una forzatura», afferma la narratrice riferendosi al testo di uno spot pubblicitario, ma naturalmente la frase ben si adatta a qualunque tipo di comunicazione.
La realtà ha una serie di sfumature che il linguaggio non sempre riesce a riprodurre, e, per tentare di ridurre questa inadeguatezza, la narrazione utilizza una lingua plastica il più possibile, ricca di immagini e similitudini, che rendono il romanzo un’opera stilisticamente assai pregevole. Manzini si preoccupa di descrivere, oltre agli eventi che racconta, le innumerevoli tonalità che tali eventi riverberano sui sensi di chi li osserva, utilizzando un dettato esatto, puntuale, ma anche ricco di figure, che conferisce al testo un’elevata dignità letteraria: «Trattenevo una leggerezza frenetica nel petto, la voglia di camminare come una regina, la testa ad arpionare il cielo, i capelli svolazzanti sulla schiena». O ancora: «La pioggia cadeva sul ballatoio della mia casa milanese come dispiaciuta di bagnare piante e persone, evaporando prima di toccare qualsiasi superficie e facendosi sottile come cipria bagnata».
Ada non riesce ad essere quello che vorrebbe: una fidanzata per Alessio e una madre per Claudia, e vive questa condizione come una difficoltà e insieme come un’opportunità. Una difficoltà, perché si sente una donna irrisolta, che non riesce a intraprendere una strada certa in autonomia, non riesce a impossessarsi di una identità in cui possa riconoscersi pienamente. E un’opportunità, perché rimanere svincolata da ruoli troppo rigidi le consente di tenere aperte davanti a sé tutte le possibilità che la vita le riserva.
È la libertà degli uccelli, che volando seguono traiettorie sghembe, non obbligate dalla perentorietà dei sentieri degli uomini:
L’acqua del lago si stendeva liscia, ossidiana con venature azzurre che riflettevano il cielo.
«Sarebbe bello avere le ali come gli uccelli.» Guardavo in alto.
«È vero, gli uccelli non devono per forza seguire le strade. Possono andare dove vogliono.»
«Sì, dove gli pare.»
Alcune delle situazioni irrisolte troveranno faticosamente una soluzione, mentre altre rimarranno per sempre sospese. La vita è un flusso che mantiene continuamente la propria forma fluida, anche quando parte della sua corrente si solidifica in forme concluse. La fluidità le consente di non interrompere mai la sua corsa, e regala momenti poetici di rara bellezza quando due entità incerte vengono a contatto, e per un breve momento si contaminano, si mescolano, danno vita a forme nuove e suggestive. Sono i momenti in cui Ada e Alessio si corteggiano, si sfiorano, si prendono in giro, suggerendo scenari impossibili che, proprio perché tali, si rivelano particolarmente toccanti.
Poi, le medesime entità ritroveranno ciascuna un proprio percorso indipendente, immerse nella marea che le allontana e le ricongiunge senza fine e conferisce alla vita una vastità che spaventa e confonde, pur essendo l’essenza stessa della libertà.«Tutto quello che non ha confini precisi è più grande di noi», ovvero è incommensurabile rispetto alla nostra dimensione, e non è facile rapportarsi con esso.
Ada parte con Alessio per l’America. L’agenzia per cui lavora le concede questa opportunità per partecipare a una campagna importante, per la quale giungono creativi da ogni parte del mondo. L’esperienza americana si svolge in uno scenario artificiale, irreale, in una città, Seattle, che sembra fatta solo per il lavoro, in cui non ci sono né bambini né anziani, che illude sulla possibilità di arrestare lo scorrere della storia e di vivere in un tempo sospeso, in cui le uniche gratificazioni possono venire solamente dal lavoro, dal divertimento e dai soldi, e non dalla costruzione di rapporti solidi, dai vincoli familiari, dallo sviluppo di un progetto di vita a lungo termine. In questo scenario, Ada si avvicina ancora di più ad Alessio e tende a dimenticare Claudia, immergendosi in tal modo pienamente in quel mondo artefatto e dimenticando i propri confini in maniera pericolosa:
C’era qualcosa in quella città che mi metteva a disagio, lo avevo capito una sera dopo aver ascoltato un paio di gruppi emergenti in un locale. In quella città non c’erano persone anziane, fatta eccezione per la coppia di barboni che dormiva in Battery Street, a pochi minuti da casa nostra. Non c’erano anziani né bambini, di nessuna età. Sembrava abitata solo da ventenni, trentenni, quarantenni: arrivavano qui da tutti gli Stati Uniti per lavorare alla Boeing, ad Amazon o Microsoft, arrivavano da tutto il mondo. Una città di giovani con festival, locali, negozi solo per loro. Né passato né futuro, solo quello che accadeva in quel momento: ti si ritagliava addosso come un vestito troppo stretto.
Dalla parte opposta dell’America c’è la casa sul lago, dove abitano i genitori di Ada, in una località in prossimità di Stresa. È la casa avita, quella in cui Ada è cresciuta, dalla quale fin da bambina partiva per delle indimenticabili escursioni in montagna. Ed è la casa in cui sta crescendo anche Claudia, affidata alla madre di Ada mentre la donna è impegnata nel suo lavoro. La casa sul lago è il luogo delle relazioni familiari, dove ci sono gli anziani e ci sono i bambini, dove si cresce, si fanno progetti. Milano, infine, è il luogo dell’indipendenza, dove Ada lotta per trovare una strada autonoma e adulta, finalmente libera dal condizionamento materno.
Tra la casa sul lago, l’America e Milano si svolge il percorso di crescita di Ada, che da ragazza ancora irrisolta e insicura diviene una donna autosufficiente e determinata. In questo senso il libro può essere considerato un romanzo di formazione in cui la protagonista sperimenta una maturazione e uno sviluppo, passando per una serie di esperienze che la mettono di fronte a una realtà che autonomamente non riusciva a vedere. Questo percorso fa sì che Ada possa solidificare alcuni aspetti di sé che al principio del libro sono ancora in una fase magmatica e indefinibile.
Alcune parole, finalmente, dicono qualcosa di lei.
Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2025 ha pubblicato per Il Convivio la raccolta poetica Sono il poeta. Nel 2023 ha tradotto e curato per Interno Poesia un’ampia antologia delle poesie di John Keats, intitolata Mio cuore. Nel 2021 ha pubblicato, ancora per Interno Poesia, la raccolta poetica Cento sonetti indie. Nel 2018 è uscita per Castelvecchi la sua raccolta di saggi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza.
