Il ritorno in libreria del primo romanzo di Milena Milani Storia di Anna Drei è un’occasione preziosa per dare nuova valorizzazione a una scrittrice che attraversò tutto il Novecento e che oggi è in larga parte dimenticata. Anticonvenzionale e audace nella scrittura, nei temi affrontati e nella sua idea di arte, si distinse come poeta, scrittrice, giornalista, promotrice culturale. In parallelo si affermò come pittrice, gallerista con Carlo Cardazzo, ceramista (per prima inserì la parola nel quadro e nelle ceramiche come ricorda Pierre Restany nel saggio su di lei). Fece parte dello Spazialismo con Lucio Fontana sin dalla sua fondazione sottoscrivendo tutti i manifesti e partecipando con opere e scritti alle mostre di gruppo del movimento. Nata a Savona nel 1917 da un anarchico e una fervente cattolica, perfezionò gli studi a Roma dove entrò presto in contatto con il mondo artistico e intellettuale dell’epoca.
Milena Milani definì già nel suo esordio poetico nel 1944 con Ignoti furono i cieli i motivi espressivi e tematici che avrebbero caratterizzato la sua visione dell’arte e della letteratura. Ogni sua opera è l’esito di un complesso studio sull’umano che approda a riflessioni, sollecitate dall’arte, sul senso del vivere, sul ruolo dei luoghi – avuto in particolare da Savona, Roma, Milano, Venezia – nel tradurre inquietudini e interrogativi esistenziali.
L’urgenza di vivere per l’arte e per la scrittura è riconoscibile nello stile che lei stessa definì ‘realistico poetico’ in un’intervista rilasciata nel 1979 a Antonella Barina per Effe. Affermò di sentirsi investita dalla realtà con i suoi personaggi a tal punto da percepirne il tramutarsi in poesia.
L’originalità della voce letteraria di Milena Milani rivela ispirazioni molteplici dalla psicanalisi all’arte figurativa, dalla filosofia alla politica, dalla poesia al cinema. Tra le pagine dei suoi libri si scorgono indizi sul ruolo avuto dalle letture paterne di Michail Bakunin nel sollecitare il suo furore rivoluzionario, dai film di Michelangelo Antonioni nell’assegnare un nuovo senso al vagabondare errante in città vuote, dalle riflessioni di Julien Offray de La Mettrie e dai versi di Archibald MacLeish nell’esortarla a riaccordarsi alla meraviglia e all’assurdità del vivere, dalle fantasticherie e dalle “emozioni geometriche” di Eugenio D’Ors nel nutrire la sua visione del tempo, dai poemi di Vincenzo Cardarelli, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungaretti nel rintracciare una forma personale di espressione lirica del dolore esistenziale, dalle suggestioni liriche Peter Viereck nell’illuminare le sue meditazioni sull’inafferrabilità del reale, tra salvagenti che portano ad affondare e bussole che indicano la direzione verso gli abissi.
Tra le costanti dell’intera produzione di Milena Milani l’attenzione d’impronta femminista verso la condizione giovanile, espressa in particolare nella raccolta di racconti Emilia sulla diga (Mondadori, 1954). Ogni storia, narrata in prima persona, segue le vicende di giovani protagoniste che in contesti diversi si confrontano con la precarietà lavorativa, le incertezze del vivere, le sensazioni primordiali vissute nelle relazioni, le euforie, il rancore verso un dio percepito come ostile, crudele, lontano dal quotidiano. Aspetti ripresi nelle meditazioni mature della protagonista di Io donna e gli altri (Longanesi, 1972) dove il tentativo di elaborare il lutto per la morte del compagno (affrontato nella realtà dalla scrittrice) induce chi narra a scontrarsi con l’inganno dei ricordi nella convinzione che tutti i problemi si riassumano in quello del tempo.
“È come se inseguissi me stessa in un cerchio, e non fossi capace di raggiungermi”, dichiara la donna, alla perenne ricerca di uno strumento, trovato nella pittura, per placare la confusione che la attanaglia. Nel ritenere inscindibili il dolore e il piacere, aggiunge in ogni suo quadro parole come “Troppo presto”, “Soltanto io”, “Le alternative”, “Centotrenta”, “Desiderare che”. Emblematico il rimando all’alterità dello sguardo di Milena Milani nella descrizione del gigantesco occhio dalla pupilla rossa e dalle ciglia lunghe nere e verdi raffigurato nel quadro con scritto “Cruel”: sembra appartenere a un essere mostruoso che non serra mai il suo occhio per penetrare il senso delle cose.
Stanotte lo sognerò, si trasformerà adagio, le ciglia con filamenti come tentacoli mi avvolgeranno.
La vicenda artistica e privata di Milena Milani fu segnata da grandi sconvolgimenti, come il processo subito per l’uscita nel 1964 per Longanesi del romanzo La ragazza di nome Giulio, confiscato dalla magistratura pochi mesi dopo la pubblicazione (distruggendone anche il piombo in tipografia) con l’accusa di offesa al comune senso del pudore. Il romanzo narra in prima persona la storia di Jules, una ragazza chiamata col nome del padre in sua memoria. È il ritratto intenso, audace, di un’adolescente che arriva alla prima età adulta tra esplorazioni sessuali di natura diversa per genere, età, contesto, che sollecitano riflessioni sull’impronta patriarcale che condiziona le relazioni affettive e sull’infelicità esistenziale definita dall’assenza di scopo.
Dicendo che sono Jules e basta, affermo una sorta di mia indipendenza morale, di allontanamento dagli altri; è insomma come se abitassi in un’isola su cui poggio i piedi e intorno ci fosse acqua.
Gli slanci lirici del romanzo connotano scene di particolare impatto vissute dalla protagonista: il morso dato a tredici anni alla sua governante trentacinquenne ricambiato con carezze su tutto il corpo; i baci sulle labbra con le amiche; la scoperta della masturbazione; la nudità impostale da un segretario fascista cinquantenne che in mutande si esibisce con voce da baritono per lei; gli ammonimenti di padre Dario sull’abbigliamento succinto a cui Jules avrebbe voluto rispondere: ‘Padre Dario guardo l’inferno, dal mio letto’.
È un inferno di una camera piccolo borghese, con la figlia del diavolo sopra le coperte. La figlia del diavolo molto giovane, che si spoglia e ha caldo, un caldo pazzo alle due del pomeriggio di agosto.
Spesso disgiunta dal mero appagamento, la sessualità è intesa come strumento di elaborazione di un’inquietudine profonda. La protagonista sente una ribellione interiore che la porta a rifiutare il matrimonio e i figli, e a interrogarsi sul destino, sul nulla che segue la morte, sull’egoismo manifestato nel pensare solo all’appagamento personale e non a “quel qualcosa di inespresso che dovrebbe fare di due esseri un essere soltanto”.
La portata rivoluzionaria dell’opera non venne compresa e fu osteggiata. Milani ricordò l’incredulità di Dino Buzzati per il clamore suscitato e il sequestro del romanzo, trattamento che invece, non fu riservato al suo Un amore uscito l’anno prima. “C’era il fatto, per me, che sono una donna”, rispose la scrittrice, costretta a subire attacchi a mezzo stampa da associazioni cattoliche e non solo, su un’opera definita turpe. In sua difesa si schierò anche Giuseppe Ungaretti in veste di testimone. All’arrivo di Milani in aula, l’avvocato della scrittrice giudicò troppo corta la gonna che indossava e la invitò a coprire le ginocchia (cosa che fece posandoci sopra dei giornali) per non influenzare negativamente i magistrati. Irremovibile, il pubblico ministero ritenne il romanzo privo di ogni spiritualità e incentrato unicamente sul sesso, scevro di valori positivi e con una degenerazione mostruosa e subumana.
Quei giudici inorridivano perché io avevo osato affrontare i temi dell’omosessualità e della masturbazione e soprattutto infrangere il tabù più radicato dell’evoluzione puberale femminile, quello della mestruazione, considerato fino allora particolarmente schifoso: anzi, i giudici di questo argomento fecero una sorta di dramma, come se l’adolescente di cui io parlavo nelle mie pagine fosse davanti ai loro occhi, con il suo mistero inquietante, con la sua vergogna portata in pubblico.(StampaSera, 8 agosto 1982)
Mentre il romanzo circolava all’estero tradotto con successo in diversi paesi, Milani veniva condannata a sei mesi di reclusione, mai scontati, e a una sanzione pecuniaria. Solo a distanza di anni e con l’assoluzione in appello, La ragazza di nome Giulio poté tornare tra gli scaffali italiani diventando nel tempo l’opera maggiormente nota della scrittrice. L’intento di Milani sin dal suo esordio era quello di capovolgere la visione, favorire lo scardinamento di tabù e stereotipi, anche attraverso una diversa concezione della dimensione sessuale, come dimostra nella sua letteratura. Nel caso ad esempio del romanzo La rossa di via Tadino (1979) la scena iniziale di una donna che si masturba sul letto nello sfondo metropolitano milanese è assimilabile più a un atto disperato che alla ricerca dell’appagamento fisico.
Ancora una volta, di fronte all’incapacità di dare un senso al vivere, le protagoniste delle storie di Milena Milani cercano nel corpo una vana risposta. Quando la conferma di tale insensatezza è attestata dal disprezzo provato per quell’organismo un tempo votato al piacere, non resta che bramare la fine. Per coglierne la portata si rivela fondamentale tornare al romanzo d’esordio, Storia di Anna Drei, opera incentrata sul vuoto interiore con uno studio sul corpo come custode di morte, quello di una donna che considera ormai esausti e incapaci di vibrare “i suoi vergognosi organi da cui le veniva gioia fittizia”.
Priva del coraggio necessario per togliersi la vita, Anna Drei progetta il suicidio manipolando le persone attorno a sé per realizzarlo. Uscito nel 1947 (vincitore del Premio Mondadori I edizione), il romanzo è ritenuto uno dei più alti esempi di esistenzialismo italiano, apprezzato anche da Sartre e de Beauvoir. La sua complessità risiede anzitutto nella struttura adottata: una narratrice anonima si alterna alla voce (sdoppiata tra passato e presente) di Anna Drei attraverso le pagine del manoscritto in cui ripercorre i tormenti, le passioni ormai spente, la solitudine cocente, il disprezzo del corpo, la percezione di incomprensione generale, la stanchezza di vivere, il desiderio di mettere fine a un inaridimento interiore irrimediabile.
L’incontro di fronte al cinema Barberini tra Anna Drei e la narratrice anonima sancisce l’inizio di una relazione complessa, basata su attrazione e repulsione, su dipendenza emotiva e riscatto. Quella casualità finirà per rappresentare per la narratrice la scoperta di un complesso mondo interiore tormentato e affascinante e, per Anna Drei sarà l’ultima occasione data al genere umano per fornire un’eccezione alla desolazione.
“Già da allora, nel tempo primitivo in cui afferravo i perché e i sintomi dell’umano vivere, già da allora una strana incredulità penetrava in me: che tutto inutile era, che anche l’amare, forse, potesse essere vano, inconsistente”, scrive Anna Drei nel suo manoscritto.
Calamitata dal carisma di Anna Drei, la narratrice lascia l’uomo con cui vive e che non ama per trasferirsi da lei e addentrarsi tra le pagine del suo manoscritto per provare a decifrare le visioni sconfinate, i fantasmi, la serenità triste senza domani di una creatura misteriosa che sente dentro i morti di tutti i tempi e ha davanti a sé l’ignoto. La fatica crescente di vivere, sintesi del complesso rapporto con il corpo e con l’altro, trova espressione nelle riflessioni sulla natura inquietante della crescita fisica associata a un’orrida metamorfosi cadenzata dal succedersi delle stagioni (dal torpore invernale all’attesa esitante primaverile, dalla scoperta sancita dall’estate, all’autunnale abbandono di ogni slancio).
Tra i passaggi lirici di maggiore impatto la scena emblematica della zuffa tra le due donne, riconoscibile con modalità simili anche in altre opere dell’autrice.
Le diedi uno schiaffo, ci rotolammo per terra. Ci picchiammo come due furie, le strappai quasi le vesti. Provavo una sensazione acre nel batterla e nell’essere battuta, sentivo la pioggia infradiciarci; mordendo un braccio di Anna mi entrò in bocca un sapore dolciastro, di donna. Che orrore provai.
L’originalità dell’opera risiede nel comporre, grazie alla scelta formale basata sul tema del doppio, un gioco di abbagli e rispecchiamenti illusori che rifuggono il reale. Come sottolinea Rosella Postorino nella prefazione alla nuova edizione Cliquot, il romanzo è interamente giocato sui doppi: due donne e due uomini dai temperamenti opposti, due città, due case, due voci narranti (quella della narratrice e quella di Anna Drei attraverso il suo manoscritto), e due Anna Drei, una già morta e l’altra in attesa di morire.
Io amo Anna Drei, io l’ho costruita, essa è nata da me, il mio grembo la partorì, la mia volontà dirà al suo cuore quando deve cessare di battere. Anna Drei è la fantasia di un cervello che soffre, è l’immaginazione di una mente ammalata. Anna Drei non ha storia, è un essere che sfugge e si nasconde.
Con una precisa valenza politica, l’opera denuncia il paradosso insito nella celebrazione fatua di valori professati in relazione a un’idea di patria, di famiglia, di morale, che nella realtà si scontra con un interventismo violento e repressivo, sintomo della miopia collettiva di fronte all’indigenza e al disagio.
La società arrivava quando era finito tutto e voleva dire la sua.
Tra dialoghi sotterranei, monologhi interiori, visioni oniriche, alterazioni della percezione, inganni, scenari che preludono a una rovina fisica e interiore con tetre risate maschili associate a delle piovre e precipizi dove morire, la dimensione linguistica diventa lo spazio di una ridefinizione radicale. Riscoprire oggi la letteratura di Milena Milani permette di interrogarsi sul costo della libertà in un’epoca segnata dalle disuguaglianze, dove a stagliarsi sono figure femminili foriere del cambiamento, e di farsi ammaliare dal peculiare immaginario artistico e letterario di una voce ancora oggi dirompente.
Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.

una recensione che acCompagna riConoscenza di chi ha fatto la differenza che ancora ci fa ‘ camminare per scardinare pregiudizio .
grazie Alice