Con doppia uscita settimanale, minima et moralia vi propone la pubblicazione a puntate del romanzo “Aosta City Blues” di Matteo Castello, accompagnato dalle illustrazioni di Edoardo Meda.

“Aosta City Blues”, originariamente pubblicato nel 2021 e ora profondamente rimaneggiato e rinnovato, racconta la storia di Luca che, dopo gli studi universitari, torna nella sua città natale affrontando le difficoltà e le frustrazioni della vita di provincia.

Tra lo sforzo di inserirsi in un contesto estraneo e la riscoperta di una nuova identità, il mondo locale offre un’improbabile e grottesca svolta fanta-politica: l’occupazione del palazzo della Regione da parte di un gruppo di indipendentisti di estrema destra.


3. DVX

     La sua era una brutta città, sebbene graziata da diversi barlumi di bellezza sparsi qua e là. Il quartiere dove abitava, ad esempio, non era male. Luca si alzava alle cinque ormai da un paio di mesi, trovandosi da solo in un buio che si apriva appena appena all’affievolirsi dell’ultima tenebra. A quell’ora tutte le tapparelle erano ancora abbassate. Solo in qualche cucina si notavano già le luci giallognole che bucavano le trame delle tendine bianche, o filtravano dalle forature delle persiane, rivelando le ombre di qualcuno che, come lui, si apprestava al turno quotidiano, o di qualche anziano insonne che a momenti avrebbe portato fuori il cane. Il freddo era intenso e si materializzava tenace sul parabrezza ghiacciato della sua macchina color verde scuro, e lo costringeva ad aspettare almeno cinque minuti prima che il radiatore facesse il suo lavoro sciogliendo il gelo notturno. Di prima mattina le strade avevano qualcosa di magico, qualcosa di molto diverso dall’apparenza stantia delle casette basse e scrostate che si ammassavano informi nel centro storico.

     Il suo quartiere era stato costruito negli anni Trenta per gli operai e i quadri della fabbrica. A differenza dei tanti palazzoni che erano spuntati come funghi negli anni della speculazione edilizia, il progetto delle case della fabbrica era retto da un piano, da una visione. Le casette destinate agli operai erano più che dignitose, il reticolo di strade a pianta quadrata aveva una sua dimensione umana, un suo svolgimento logico, per quanto tutto fosse segnato da una concezione dei ruoli dove ognuno doveva stare al proprio posto. Nel complesso – probabilmente a causa di una distorsione romantica – girare per il quartiere lasciava una sensazione di armonia, di ordine, nonostante gli evidenti segni del tempo impressi sulle facciate dei condomini dai colori sbiaditi.

     In quella parte della città c’erano, alte lungo i viali, le piante, poi gli orticelli degli alloggi popolari che circondavano la caserma, unico spazio chiuso e invalicabile in un’area fatta di piazzette, muretti, fontanelle, giardini, scuole, bar, balconi e spaziosi cortili. Ogni viuzza portava il nome di un partigiano, riscattando così l’identità del quartiere, sebbene molti dei suoi abitanti ignorassero i nomi impressi sulle placche metalliche appiccicate troppo in alto.

     I pioppi che lambivano le arterie principali avevano visto nel tempo mutare i negozi, una volta calzolerie, empori, ferramenta, bar; ora kebabbari, discount, call center e locali di cucina cinese d’asporto. Dire che quello fosse un quartiere multietnico sarebbe stata un’esagerazione. Di certo però rimaneva una zona popolare, e Luca respirava sempre volentieri quell’aria vivace e autentica che ricordava, a tratti, certe zone periferiche di Torino, oppure lo riportava a un passato mai vissuto che traspariva oltre le finestre a ridosso dei marciapiedi, tra le signore che stendevano affacciate ai balconi e i vecchi a gruppetti sulle panchine accanto alla bocciofila comunale.

     La mattina, però, tutto era fermo, immobile. In quei momenti in cui, tremolando e sbuffando, si concedeva qualche minuto per acclimatarsi lentamente nell’abitacolo, Luca guardava il palazzo davanti a sé. Sul cornicione a ridosso dell’ultimo balcone, appena visibile sopra l’intonaco spesso e granuloso dalle tonalità grigio-marroncine, compariva come un ectoplasma la scritta DVX. Come in quel film di Scola, immaginava i balconi dell’epoca ricolmi di bandiere e gagliardetti. Gli pareva di vedere i fascisti locali impettiti lungo le strade ricolme di folla festante, bolsi e deferenti proprio come gli attuali politici e notabili durante ogni occasione ufficiale. Qualcuno però se ne sarà stato in casa a bestemmiare a denti stretti, ritrovandosi qualche anno dopo con uno Sten in braccio.

     Nonostante alcuni esponenti della sinistra cittadina tornassero a sollevare il tema della sua cancellazione ogni 25 aprile, lui quella scritta l’avrebbe conservata. “Cancellare l’orrore fascista dai nostri quartieri.” Come se fosse bastata una mano di vernice. La storia profonda, nel bene o nel male, impregna i luoghi. E il contrasto tra la toponomastica resistente e quei caratteri sbiaditi, spenti, rovinosi, era forse più efficace di qualsiasi posticcia rimozione forzata.

     “We are the fossils, The relics of our time, We mutilate the meanings, So they’re easy to deny”. Billy Corgan parlava proprio della facciata di fronte alla sua macchina parcheggiata che cominciava a scaldarsi permettendogli di ammorbidire i muscoli stretti nella morsa gelata delle cinque di mattina.

     Il magazzino dove veniva smistata la posta era uno dei pochi luoghi a brulicare di vita a quell’ora. Quello stanzone, dove un nutrito gruppo di postini era intento a ficcare innumerevoli dita tra buste di ogni forma e dimensione per preparare il giro giornaliero, era un posto surreale. Nemmeno i poster paesaggistici appiccicati alle pareti riuscivano a dissipare l’idea di trovarsi in una gabbia fuori dal tempo.

     Inizialmente l’idea di lavorare con le lettere gli era sembrata romantica, ma presto aveva capito che la maggior parte delle buste non conteneva altro che polizze assicurative, estratti conto bancari e schifezze del genere, e tutta la poesia era svanita di colpo. Un sistema meccanizzato, a monte, suddivideva la posta prioritaria, le raccomandate con o senza ricevuta di ritorno, le buste ordinarie, eccetera. Ogni postino aveva una sua zona, ma visto il turnover la possibilità di vedersene assegnata all’improvviso una nuova era alta. La logica del giro era determinata giorno per giorno da qualche supervisore, ma il grosso del lavoro lo facevano i postini stessi, che in poche settimane dovevano sviluppare una loro personale tecnica logistica. Si partiva con la posta a breve scadenza, lasciando per ultimi i pezzi meno urgenti, con l’obiettivo di sprecare meno chilometri possibile e coprire tassativamente una sola volta a settimana – e con il numero maggiore di buste – le destinazioni più impervie. La possibilità di fare due volte lo stesso tragitto non era contemplata, quindi occorreva visione, tattica e strategia.

     Nessuno fiatava. Il movimento delle dita che passavano in rassegna gli involucri era lo stesso che Luca faceva nei negozi di dischi, ma, inutile dirlo, la musica in quel caso non c’entrava nulla, anzi, era proprio vietata. Nelle macchine aziendali non era permesso accendere la radio, che infatti non era presente nell’apposito vano. Se ti beccavano con le cuffie eri morto. Durante il giro ogni pausa era monitorata dal palmare che registrava le consegne minuto per minuto e creava statistiche in tempo reale dei tempi di ogni lavoratore, formulando rapporti giornalieri sul rendimento personale. Il palmare era chiamato affettuosamente dai postini “il PDM”, il pezzo di merda.

     Luca aveva imparato in fretta a fare del suo meglio, e ancora più in fretta a odiare quel lavoro, dal momento che la paga era misera e l’attrattiva di quella mansione era incredibilmente bassa. L’unica cosa bella era che quando il sole si alzava oltre i monti, intorno alle otto di mattina, lui si trovava in posti bellissimi. Per un attimo poteva dimenticarsi dell’indirizzo di consegna successivo, concedendosi una sigaretta mentre si godeva il panorama dalla sua gabbietta motorizzata.

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