di Rita Charbonnier

Vent’anni fa ho aperto un blog e mi si è aperto un mondo. Lo intitolai “Nannerl Mozart” e tra i modelli a disposizione (non molti) ne scelsi uno verde oliva che con il Settecento musicale aveva poco a che fare. Mi diedero della pioniera; i blog erano pochissimo diffusi. I social c’erano già, c’era Myspace (avevo anche quello), LinkedIn era attivo da tre anni anche se in Italia non lo conosceva nessuno, esistevano i forum, ma poiché gli smartphone erano solo un’idea in gestazione, ci si collegava da computer. E la connessione era lenta.

Vent’anni fa, se decidevi di mettere a fuoco un’idea, propugnare una causa, costruire una storia, per dar loro diffusione potevi disporre di canali solidi, ma di difficile accesso. Non c’erano i podcast, gli eBook e il selfpublishing, gli audiolibri, i video e i reel, i programmi gratuiti di montaggio, i tutorial e le risposte a ogni possibile domanda. In quel mondo non c’erano le serie e la musica in streaming, né le criptovalute e le piattaforme di affitti brevi. Trump faceva ancora i reality e Greta Thumberg aveva tre anni.

Vent’anni fa scelsi di estrarre dal dimenticatoio una musicista nota solo in quanto imparentata con il genio musicale per antonomasia. Nessuno, o quasi, aveva ancora ritenuto che valesse la pena di dedicare un’opera di finzione alla sorella di Wolfgang Amadeus Mozart, e questo vuoto era un sintomo. Rileggendolo oggi, quel romanzo mi sembra per certi versi ingenuo; tuttavia aveva intercettato un bisogno, quello di restituire soggettività a chi era stata relegata a figura di contorno. In seguito sono usciti altri libri su Nannerl, sono stati prodotti spettacoli teatrali, anche un film; ma non immaginavo certo che, dopo vent’anni, sarei ancora stata chiamata a presentare il romanzo, come se fosse appena uscito.

E come se il problema fosse rimasto lì, immutato.

Il fatto che quel libro sia tuttora in auge non è necessariamente un bene. L’invisibilità delle artiste e delle scienziate del passato (l’elenco sarebbe troppo lungo e rimarrebbe comunque incompleto) è ovviamente un problema del presente; e se scoprire l’esistenza di un talento musicale imprigionato in un corpo di donna, per citare Virginia Woolf, tuttora sorprende e fa arrabbiare, vuol dire che l’idea di un genio femminile è ancora oggi una deviazione dalla norma.

Certo, qualche cambiamento negli ultimi vent’anni c’è stato. Nel 2017 è esploso il MeToo e abbiamo imparato a parlare di cultura dello stupro e vittimizzazione secondaria. Ma la richiesta di rappresentazione del femminile, di legittimazione del lavoro delle donne, di riscrittura delle narrazioni è stata anche intercettata da fenomeni commerciali (il film Barbie, ad esempio) che hanno lucrato su questi bisogni. E ne è nata un’illusione: “sentiamo” che qualcosa sta cambiando, mentre i dati continuano a raccontare una storia ben diversa di violenza di genere, di retribuzioni lavorative inferiori a quelle degli uomini, di scarsa presenza delle donne nelle posizioni apicali.

Quand’ero ragazzina, ancor prima del 2006, dicevo e sentivo dire con romanesca superiorità: «È commerciuale!» per definire qualsivoglia opera fosse stata concepita al solo scopo di far quattrini. Ma oggi tutto è concepito al solo scopo di far quattrini. In un ecosistema in cui ogni cosa viene assorbita, rimasticata, neutralizzata e rivenduta, compreso il femminismo, il termine ha perso l’accezione negativa; “commerciale” può voler dire democratico, popolare, perfino intelligente.

Quel vecchio blog esiste ancora ma, grazie a un lavoro certosino di reindirizzamenti, si è trasformato in un sito prevalentemente statico. Alcune pagine sono sparite, altre sono state aggiornate, quasi nessuna è rimasta tale e quale. È inevitabile, in un contesto nel quale il termine “blog” è quasi sparito dall’uso e le piattaforme di blogging sono state soppiantate dai social, fruiti prevalentemente da dispositivi mobili. Tutto ciò, come sappiamo, ha moltiplicato all’inverosimile le possibilità di narrazione, in diverse forme, con diversi linguaggi, e ha modificato il nostro rapporto con la narrazione stessa. È difficile trovare post argomentativi e articolati se non su Facebook, il social degli anziani (personalmente trovo scomodo leggervi lunghe tirate e ho sempre trovato alquanto brutta l’interfaccia). Più che un modo per far emergere un’idea, “creare contenuti” è una prova dell’esistenza di chi li produce; quello di raccontare e ottenere attenzione è diventato un diritto, la pratica dell’ascolto consapevole è quasi scomparsa e il sistema tende a premiare più il racconto in sé che non il suo contenuto e il suo senso.

In un paesaggio così frastagliato e diverso da com’era solo vent’anni fa, cosa ci resta?

Personalmente mi è rimasta la passione per le narrazioni di ampio respiro. Se è vero che le condizioni materiali forgiano il linguaggio e creano nuove storie, è anche vero che le storie plasmano il modo in cui pensiamo il possibile, quindi nutrono e sostanziano le condizioni materiali; e persino un ossimoro letterario, una forma di gran lunga superata come il romanzo storico può servire allo scopo. Per cui, se per agire sul presente c’è ancora bisogno di riportare in vita figure femminili del passato, continuerò a farlo volentieri, sul palco e sulla carta. Anche per i prossimi vent’anni. Sempre che mi regga ancora in piedi, e sempre che non venga sostituita da un’intelligenza artificiale specializzata nella narrativa storica.

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1 commento

  1. Forse sono stato uno dei primi a condividere il nuovo blog Non Solo Mozart.
    Amavo ed amo ancora il grande genio di Salisburgo.
    A 6 anni suonavo in chiesa la Missa De Angelis ad orecchio senza conoscere una sola nota.
    Ma grazie a Rita, mia amica, ho potuto capire e leggere delle donne che hanno dato, di nascosto, vita alla vera composizione musicale.

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