Il paesaggio era ogni volta diverso. Doverlo distruggere, quando ognuno raccoglieva le proprie cose, mi stringeva il cuore.

Ho scritto spesso circa il lavoro di Annie Eranux, del suo talento naturale nel trasformare ogni minuzia personale in un fatto universale. Ogni cosa che l’ha toccata, attraversata, grazie al suo modo di scrivere, si è trasformata in un fatto nostro. Ciò che ci riguarda. Negli ultimi anni il memoir è diventato un modo molto interessante – qualche volta abusato – di interrogare il tempo attraverso i fatti di chi scrive e di rendere partecipi le lettrici e i lettori in maniera molto più intima – come avviene da sempre in poesia – ai fatti raccontati nel libro. Ernaux marca la differenza tra l’autrice di talento e i molti che prendono un diario e ce lo schiaffano tra le pagine “hey, è una storia vera”. Non dovrebbe, invece, mai interessarci se una storia sia vera o meno; ciò che ci riguarda da vicino è il modo in cui è scritta, e il suo grado di verosimiglianza. Alla fine, ci appassiona il talento e, perciò, quando Ernaux racconta – della madre appena morta, o della sorella mai conosciuta, o di un aborto, dell’adolescenza, delle trasformazioni della società viste attraverso il suo corpo – racconta di noi.

Molto spesso Annie Ernaux procede per immagini, non che usi sempre le fotografie (anche se in Gli anni e in Memoria di ragazza lo fa), ma perché ciò che scrive noi lo vediamo, come se ogni volta ci passasse davanti agli occhi una sequenza di polaroid. Ne avevo parlato anni fa in un pezzo dal titolo Fotografie di Ernaux, dove partendo da una considerazione di Ferdinando Scianna: «Dopo quarant’anni di mestiere e di riflessione sono arrivato alla convinzione che la massima ambizione per una fotografia è di finire in un album di famiglia», arrivavo a Ernaux. L’autrice francese quando scrive parte dall’album di famiglia ed espande quelle foto alle nostre vite, come se ce ne regalasse una per libro. Ecco, questa è mia madre, non somiglia alla tua? Anche tuo padre faceva così? E tu, quando ti sei innamorata per la prima volta avevi questa espressione? Anche tu hai dovuto fare cose di nascosto? Hai tradito, sei stata tradita? Di polaroid in polaroid, la scrittrice vincitrice del Nobel qualche anno fa, ci ha condotti nel suo album di famiglia fino a convincerci che fosse il nostro. Ecco perché la sua scrittura autobiografica funziona in maniera meravigliosa.

In seguito, nello scoprire finalmente le foto sviluppate, ci è venuto naturale designare la prima con l’espressione: la composizione del corridoio.

Questo processo, diciamo, immaginario, diventa reale con il recente libro pubblicato da L’Orma (come tutti gli altri, e tradotto da Lorenzo Flabbi, voce italiana di Ernaux): L’uso della foto. Il testo rappresenta una novità nell’opera di Ernaux, primo perché è scritto a quattro mani con Marc Marie, e poi perché noi stavolta le foto le vediamo, facendo anche loro parte di questo libro interessante e molto particolare, uscito in Francia nel 2005.

Ciò che accade, in breve: Dopo ogni incontro, Annie e Marc fotografano il paesaggio che il sesso lascia dietro di sé: vestiti sul pavimento, scarpe rovesciate, lenzuola sgualcite. I corpi non compaiono mai, ma le loro tracce sì, come se ogni dettaglio che precede o segue il sesso e l’amore fosse esso stesso corpo. Un amore e un racconto lungo un anno, il 2003 Per Ernaux un anno molto difficile perché si cura un tumore al seno. Le foto, tutte fatte in analogico, e perciò visibili solo dopo l’attesa per lo sviluppo dei rullini, diventano un cerimoniale, una mappa di ciò che due persone, una scrittrice e un giornalista, sono state in un anno della loro vita. Mentre leggevo il libro, un’amica fotografa mi faceva notare che qualche volta le foto sembrano quasi un set, ovvero non appaiono troppo naturali. Come è possibile, si domandava, che tutti gli abiti, le scarpe, la biancheria intima, siano sempre lanciate sul pavimento, sulle lampade e poi ricadute in maniera così perfettamente fotografica? Mi ha fatto riflettere, può darsi che in qualche caso abbia ragione, insomma, se metti una mutandina di fianco a una scarpa la foto viene meglio, rappresenta meglio il paesaggio che stai vivendo e già il paesaggio che i due amanti andranno a raccontare.

La stabilità, la solidità dei mobili, le linee nette tracciate dal tappeto e dalle assi parallele del parquet, qualcosa di pesante e ordinato, d’immutabile, contrasta con il disordine e la fragilità delle spoglie deposte sul pavimento, mette in risalto la precarietà della scena che, come al solito, avremo senz’altro disfatto in un attimo non appena scattata la foto.

Al di là di qualche piccola perplessità, L’uso della foto, resta un libro bello e interessante, sono molto belle le parti scritte da entrambi, ha un bel passo anche Marie, e sono incantevoli le riflessioni, le considerazioni di entrambi, i modi di interagire così diversi tra loro, e il rapporto con la relazione stessa. I testi sono stati scritti Annie e Marc in solitudine, per non influenzare ciò che ciascuno dei due vedesse o ricordasse di uno scatto. Per Ernaux, naturalmente, la foto, l’amore, il sesso diventano uno strumento per raccontare la malattia, anch’essa assente dagli scatti ma ben presente nel suo corpo.

Si tratta di un libro sul desiderio, sulla perdita, sul confronto. Ernaux e Marie misurano la distanza tra ciò che si vive e ciò che si vede, e così facendo ne calcolano anche la prossimità. Se ciò che si vede è troppo vicino è destinato a sfocare, se ciò che si vive è molto intenso rischiamo di perdercene qualcosa sia nel tempo in cui avviene, sia nella memoria. Allora, qualche volta, fotografiamo.

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Autore

giannimontieri@minimaetmoralia.it

Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagioneAndrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia. Altre info qui: https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/

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