di Rossella Farnese
Viziata, bugiarda, capricciosa, sventata e instabile, Francesca, la protagonista del film Nata di marzo (1957) di Antonio Pietrangeli, ha insomma tutte le caratteristiche di chi è per l’appunto nata nel mese di marzo.
Interpretata dalla vivace Jacqueline Sassard – lanciata l’anno prima da Lattuada in Guendalina – Francesca è una figura femminile irrequieta e complessa, abilmente indagata dal regista che, con il suo sguardo fenomenologico sul reale – lucido, talvolta amaro, mai cinico – ha esplorato la crisi del soggetto rispetto alla società in cui vive e la crisi del rapporto uomo/donna.
Laureato in Medicina, appassionato di cinema, segretario di redazione, poi redattore e critico per la rivista «Bianco e Nero» fondata dal Centro Sperimentale di Cinematografia, titolare della rubrica Sala di proiezione su «Star», Antonio Pietrangeli, definito da Alessandro Blasetti «la penna più implacabile del cinema italiano», polemizza nei suoi scritti contro il calligrafismo, l’eccessivo formalismo, i chimismi estetici e le esperienze puramente ritmiche e plastico-figurative, così ad esempio in un articolo dell’agosto 1942 su «Bianco e Nero»: «Occorrono nuove energie, spinte e giovani che credano al cinema come a una vocazione e che abbiano in sé il fermento di un mondo già chiaro da esprimere […] e che amino una realtà fuori da ogni stilismo convenzionale e da ogni retorica paesaggistica». Il suo bisogno di realismo– in osmosi con l’esperienza d’oltralpe della Nouvelle Vague, in particolare con François Truffaut – è dettato da un bisogno di essenzialità, di equilibrio, di osservazione, non di dimostrazione, e di contatto con una realtà, non statica e inerte, ma viva. All’esornare Pietrangeli preferisce quindi immergersi nei meandri nella psicologia, in particolare di quella femminile – si pensi al celebre, sebbene di nicchia, trittico La parmigiana (1963), La visita (1964) e Io la conoscevo bene (1965). Traduttore, ad esempio di Jean Cocteau e di Sartre, e sceneggiatore – da Ossessione per Visconti, sebbene non abbia partecipato all’iniziale stesura del copione, alle collaborazioni con Brancati e Lattuada come la riduzione de Gli indifferenti di Moravia per un film (Il temporale) bloccato dalla censura fascista prima ancora delle riprese, fino all’incontro con Rossellini – convinto che una forma di scrittura sia bella o brutta solo in relazione a una storia, i racconti di Pietrangeli sono strutturalmente fratturati, scomposti in numerosi e continui andirivieni temporali. È, ad esempio, il caso di Nata di marzo, briosa sophisticated comedy costruita a episodi che si snoda attraverso tre lunghi flashback.
Ambientata a Milano, perché come spiega il regista su «Cinema nuovo» nel marzo 1958 «A Milano è più facile identificare un tipico ambiente borghese con orari e abitudini, doveri e quartieri. A Roma la borghesia è meno agglomerata e identificabile, più dispersa […] Questo singolare fenomeno di una città in perenne ebollizione crea un’atmosfera […] diversa da quella di Roma e che si confaceva al genere di storia che ho voluto raccontare», Nata di marzo affronta i temi cari al regista: il dissidio coniugale e il disequilibrio uomo/donna. Chiusa in casa da sola, mentre il marito Sandro, interpretato da Gabriele Ferzetti, lavora come architetto, Francesca, che si era felicemente sposata, si ritrova invece insofferente e Pietrangeli mette abilmente in scena alcune metonimie di questa insoddisfazione: Francesca ad esempio sposta di continuo i mobili, cambia di continuo domestica, fa acquisti compulsivi di oggetti inutili, come un finto prato all’inglese da stendere in balcone – forse per rievocare, secondo una classica dialettica interno/esterno, i bei momenti spensierati dell’inizio della relazione – si muove senza sosta e divide il letto matrimoniale. Francesca non si ritrova nel ruolo che la società vorrebbe per lei e Pietrangeli non a caso la riprende sempre attraverso dei filtri visivi, dagli occhi della statua nella scena di apertura del film al finestrino del tram nella controversa scena finale. Sandro è affettuoso ma anche superficiale e vuole che Francesca sia la donna di casa secondo il ruolo che la società italiana le ha designato – la collega con la quale ha contatti telefonici e con la quale Francesca lo sorprenderà al Biffi è infatti svizzera, spiega. Quello che manca a Francesca, e quello che in generale manca alle donne dei film di Pietrangeli, è una piena realizzazione, se Celestina in Il sole negli occhi vorrebbe un figlio nel matrimonio e se Dora, interpretata da una giovanissima Catherine Spaak, in La parmigiana vorrebbe Nino o forse solo se stessa – più complessa invece la figura di Adriana, interpretata da Stefania Sandrelli in quello che si può considerare l’apice della produzione del regista, Io la conoscevo bene – Francesca aspira alla propria autonomia: finge di saper scrivere a macchina e trova lavoro come dattilografa e poi guida, ribaltando così il cliché della donna che, in quanto tale, non sa guidare. Pietrangeli nei suoi film porta in scena tutto questo, analizza tutto questo senza mai giudicare e, ben lungi dalla legge sul divorzio, avrebbe voluto un riscatto per Francesca.
Veniamo quindi al finale, a proposito del quale il regista Stelio Martini su «Cinema nuovo» scriveva «È vero che i due protagonisti alla fine si riconciliano, ma lo fanno come due cani bastonati, i quali hanno pagato caro lo scotto della loro impreparazione al matrimonio. Ciò che nel film viene messo in luce sono le difficoltà del matrimonio e la necessità di affrontarlo con piena consapevolezza». D’altra parte però, come spiega Ettore Scola – tra i collaboratori insieme a Maccari – la riconciliazione non era prevista nella prima stesura della sceneggiatura in cui si assisteva alla separazione definitiva della coppia – dopo il tradimento scoperto da Francesca. Fu infatti la produzione a insistere per uno smielato e conformista happy ending, anche se, a ben guardare, si tratta di un finale non proprio felice o comunque problematico e che non annulla le istanze paritarie della protagonista. Dopo che Sandro le ha detto che non può perdonarla per aver avuto un amante, Francesca sale sul tram e quando inizia a piangere si sente chiamare a gran voce: è Sandro che ha cambiato idea e le corre incontro, così lei scende di corsa dal tram, lo abbraccia e solo allora, dopo cioè che Sandro ha accettato l’eventuale tradimento, gli confessa di essersi inventata tutto. Concludo con il telegrafico e mordace commento di Piera Detassis: «Il lieto fine è salvo, il pensiero di Pietrangeli anche, la morale pure».
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