di Christian Raimo
Probabilmente l’avete seguita questa notizia. C’è una ragazza, una donna diciamo pure, di 36 anni, Chiara Di Domenico, che viene invitata sul palco di un’iniziativa del Pd a parlare per otto minuti della sua condizione di lavoro: una precaria dell’editoria (come oggi sintetizzano tutti i giornali). In un climax dell’intervento, che trovate qui per esempio, Chiara cita un’altra ragazza, o donna, Giulia Ichino, 34 anni, senior editor della narrativa italiana di Mondadori, figlia del giuslavorista Pietro, che al contrario di molti suoi coetanei precari, iperflessibili, forse per quel cognome passe-partout, insinua Chiara, è riuscita a farsi assumere da Mondadori a soli 23 anni. La replica di Giulia Ichino arriva in una nota in cui lei sostanzialmente cerca di sfuggire alla polemica, ma si limita a ricordare semplicemente che tutto quello che è riuscita a raggiungere nel suo lavoro l’ha fatto con i suoi mezzi e grazie ai propri meriti: forse è stata fortunata un po’, sicuramente non raccomandata, dice.
Il giorno dopo la storia crea, come è facile immaginare, reazioni a tutto campo, fazioni che si mescolano. Solidarietà a Di Domenico, solidarietà a Ichino. Lodi al Pd (poche, a dire il vero), critiche al Pd (molte a dire il vero, da Luca Sofri a Gianni Riotta a Pierluigi Battista a Antonio Polito a Riccardo Luna sull’Huffington Post – giornale che aveva dato rilievo alla vicenda per primo – a Linkiesta, etc… ).
Ora, quello che mi piacerebbe fare con questo post è una piccola mossa del cavallo, evitando di entrare nella falsa contrapposizione precaria-raccomandata, invidiosa-meritevole, cercando di volare alto su tutte quei commenti che parlano di sana competizione, di scivolare indenne tra gli schieramenti (conosco bene di persona Chiara Di Domenico, e di persona anche se meno bene Giulia Ichino e stimo la professionalità di entrambe) e provando a portare la discussione lì dove sembra che non voglia mai andare.
La retorica con cui si dibatte da ormai un bel po’ di anni di precari, conflitto generazionale, casta, raccomandazioni, etc… è una retorica che ha al centro un falso amico, un concetto sfuggente e autocontradditorio: quello di “meritocrazia”. Anche qui i due discorsi Di Domenico vs Ichino si incagliano su questo scoglio. Il primo dice: non viene rispettata una gerarchia meritocratica che premierebbe altri. Il secondo dice: la mia carriera, il mio lavoro è il frutto di scelte meritocratiche.
Il punto è che, come faceva notare in quell’arguto pamphlet distopico che è The rise of meritocracy, Michael Young – l’uomo che proprio coniò il termine meritocrazia, cercare di impostare una società più giusta secondo regole meritocratiche si rivela un controsenso se non addirittura un dispositivo perverso capace di creare un regime ancora più ingiusto. Perché la questione, invece di risolversi, si sposta, si allontana. E non è più: come rendiamo una società più democratica, o – come recita la Costituzione – uno Stato capace di rimuovere gli ostacoli allo sviluppo. Ma: chi lo decide il merito? Chi ha deciso che le persone che Chiara Di Domenico giudica meritevoli lo sono? Allo stesso modo, la carriera di Giulia Ichino e il suo lavoro sono giudicati secondo criteri meritevoli, e quali e da chi?
Meritocrazia, parola plastica e magica, si svela ogni volta come una matrioska vuota. Ognuno ha i suoi criteri di premio al merito. In definitiva: chi giudica i giudici? L’utopia meritocratica vagheggiata da Young diventava alla fine del suo stesso libro una distopia iperelitista, i criteri obiettivi si rivelavano ovviamente abritrari, a una casta succede un’altra casta etc…
Per questo sarebbe interessante tentare di partire da un’altra parola-chiave che spesso la sinistra dimentica per raccattare dei succedanei poco fruibili: parliamo dell’uguaglianza. E per parlare di uguaglianza bisogna a mio avviso sempre partire da sé.
Dunque eccomi. M’immagino su quel palco del Pd, e mi chiedo che discorso avrei fatto. Avrei preferito essere più teorico, ma se fossi stato costretto a raccontare la mia storia, avrei detto: buongiorno compagne e compagni, sono un privilegiato. Ho avuto una famiglia che mi ha permesso di studiare, ho fatto una scuola pubblica ottima e un’università pubblica altrettanto formativa. Questo è stato possibile grazie al potere d’acquisto dei redditi medio buoni dei miei genitori (un’insegnante e un professionista, negli anni ’80 quando ancora i salari valevano più delle rendite) che mi hanno consentito di proseguire gli studi fin dove volevo. Se penso ai figli della donna di servizio che veniva a casa dei miei quando ero piccolo, mi sento appunto un privilegiato. I redditi bassi della madre non gli consentirono di fare il liceo né l’università.
Lo Stato, direi, avrebbe il compito di ridurre queste disuguaglianze, che negli ultimi anni ho visto invece aumentare a dismisura. La riforma dell’università ha di fatto creato un’involuzione classista: ci sono università di serie a e di serie b, le lauree brevi non danno quasi nessuna qualifica professionale, l’accesso al mondo del lavoro o meglio l’avvicinamento al mondo del lavoro avviene quasi sempre attraverso master molto costosi che spesso funzionano da selezione per censo dei laureati.
Il tanto citato Don Milani, diventato negli anni recenti un santino della sinistra, aveva ben presente qual era il compito dello Stato, e rideclinava così la lotta di classe tra persone che hanno conoscenze diverse: il padrone sa 100 parole, l’operaio 10: il padrone è padrone per questo motivo – semplificava e giustamente.
La domanda seria e ineludiibile che va fatta a Bersani è: vogliamo dunque reinvestire in una scuola e in un’università pubblica di massa? Che ne facciamo, di quel catafalco meritocratico chiamato Anvur, lo teniamo o lo buttiamo a mare?
Ancora, chi se l’è inventato il Pacchetto Treu, che l’anno scorso ha festeggiato quindici anni? I quindici anni migliori della mia vita, mi verrebbe da dire (avevo ventidue anni quando fu varato). Il Pacchetto Treu sta continuando a dare i suoi frutti marcissimi attraverso l’ennesima variazione sistemica e moltiplicazione dei contratti di lavoro. La riforma Fornero è soltanto una variante del ceppo di virus base.
Eccoci. Lavoratore dell’editoria X e lavoratore dell’editoria Y possono comodamente oggi avere inquadramenti completamente diversi: persino nella stessa azienda possono convivere – lo sappiamo bene – partite Iva, assunti a tempo indeterminato, assunti a tempo determinato, co.co.pro, gente pagata con ritenuta d’acconto, stagisti non pagati, stagisti rimborsati delle spese… magari con le stesse mansioni.
Questa frammentazione ha prodotto da una parte una vaporizzazione di qualunque addentellato sindacale (con chi mi devo riconoscere, con chi faccio le mie battaglie sul lavoro, chi è la mia controparte?), dall’altra la traslazione di qualunque forma di lotta di classe in un conflitto fratricida o sororicida, alle volte mascherato alla bell’e meglio da conflitto generazionale.
Non vi pare assurdo – complice il modello semplificatorio della comunicazione del Pd – che invece di esserci stato questo piano di confronto politico, si sia ancora una volta in un contesto di dibattito, preferito usare delle retoriche monche: quella della testimonianza, quella della vittima, quella della solidarietà (l’abbraccio di Bersani a Chiara Di Domenico – consolatorio, paternalista – che in questo modo neutralizzava la critica interna che Chiara aveva portato proprio alle misure del lavoro adottate dal centro sinistra a proposito del riconoscimento della professionalità). E le stesse retoriche monche si sono ovviamente sviluppate nella reazione mediatica: personalismi, accuse incrociate, solidarietà ancora, scudi alzati per la meritocrazia…
Cosi, ancora, l’altro aspetto obliterato dalla discussione pubblica è proprio quello che invece sarebbe dovuto emergere, quello del lavoro. Il lavoro merita rispetto a prescindere da tutto o no? In un mondo in cui i beni immateriali acquistano sempre più spazio nella produzione e nel consumo, si può trovare un modo per tutelare nel miglior modo possibile un settore delicato come l’editoria o lo vogliamo lasciare alla giungla mercatista più brada?
E ancora ancora, andando più in profondità, la polemica Chiara Di Domenico – Giulia Ichino, forzatamente incentrata sulla rivalità di due vicende personali, non ha di fatto cancellato dalle possibilità di questo scontro il confronto più ragionevole tra editoria piccola e grande, con quello che vuol dire oggi in termini di costi del lavoro, politiche culturali e anche linee editoriali ossia progetti culturali? Cosa vuol dire lavorare in una casa editrice come la Mondadori che quest’anno è riuscita a non crollare come tutte le altre solo grazie alle Cinquanta sfumature, per fare l’esempio più stupido? Come ci s’interroga su queste contraddizioni?
E infine: c’è sempre (si spera) un momento in cui noi passiamo dalla parte degli esclusi a quella degli inclusi. Anni di precariato e finalmente ci fanno un contratto come si deve, anni lontano dalla propria città e finalmente ritorniamo vicino ai nostri amici, anni di aiuti da parte dei genitori per arrivare a fine mese e ora riusciamo anche a risparmiare qualcosa… La domanda che ci si pone a questo punto è più radicale di tutte le precedenti: ora che siamo noi nel cerchio degli inclusi, cosa stiamo facendo per non escludere? È questa la domanda più dura che mi faccio ogni giorno, dal basso dei miei piccoli privilegi di adulto con uno stipendio fisso da insegnante. E una domanda simile la girerei a Chiara Di Domenico quando si sentirà meno pura o a Giulia Ichino quando si sentirà meno ferita: fa qualcosa perché altri abbiano la stessa possibilità che ha avuto lei a 18, a 20, a 23 anni? Si batte perché ci siano più assunzioni? Battaglia per migliori condizioni dei lavoratori dell’editoria? Sarebbe disposta a ridursi lo stipendio per dare un piccolo contributo a un praticante di 23 anni? Il punto non è la qualità del lavoro, ma sono i diritti dei lavoratori e l’uguaglianza. Per questo in fondo l’unica domanda che veramente conta la possiamo rivolgere a chiunque solo e soltanto se prima l’abbiamo rivolta a noi stessi.
Ed è questa: a che cosa sarei capace di rinunciare per sentirmi più vicino alla condizione di qualcun altro? A quali soldi, tempo, possibilità saprei rinunciare per darli al figlio della donna di servizio che andava dai miei? Quali battaglie sto facendo per lui?
[Ps. Fatemi riconoscere un po’ del mio debito a Federica Sgaggio e al suo libro “Il paese dei buoni e dei cattivi” che mi ha ispirato parte di questa prospettiva sulla retorica della meritocrazia]
[Pps. Comunque più ci penso e penso ai ragionamenti che faceva recentemente Loredana Lipperini e più penso che un’altra questione importante da riformulare nella vicenda Chiara Fortebraccio Di Domenico e Giulia Ichino sia quella della rappresentanza.
Perché un errore, a ragion veduta, credo sia andare a parlare in un contesto politico a livello personale. Come testimone, come esempio, come “una”.
Per questo si è molto insistito in questi anni per creare piattaforme di lotte condivise, reti, etc…
Questa modalità personale presta il fianco a una mancata assunzione da parte del Pd di una responsabilità rispetto alle domande espresse. (Si può abbracciare, neutralizzandone il contenuto dialettico delle parole e mostrandosi empatici, una persona che parla di sé, non una che rappresenta delle idee che partono da una piattaforma di discussione) e dall’altra parte sia una strategia politica debole rispetto a coloro che informalmente (su internet, o sui giornali) sono rappresentativi.]
Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

Offrire al pubblico una catfight e` riprovevole, e chi ha avuto quest`idea becera e` probabilmente un pubblicitario di terz`ordine, come quelli che gestiscono la comunicazione del PD.
Per come vanno le cose in Italia, E` OVVIO che Ichino sia stata raccomandata. Non servono prove, pasolinianamente. Solo se avesse trovato lavoro in una casa editrice del Borneo, gli si potrebbe credere quando afferma il contrario.
Per il resto, l`analisi e` interessante, anche se non mette a fuoco un aspetto fondamentale. La maggioranza dei precari sono e rimarranno tali perche` hanno scommesso su professioni finte, o perlomeno su lavori per cui non c`e` grande richiesta. Non servono 10^6 editors, ne` 10^7 pubblicitari in Italia. La responsabilita` del lavoro (precario) che si sceglie e` solo di chi lo sceglie, in un regime di libero mercato.
Le aziende (case editrici) che oggi si basano sul superlavoro gratuito andranno in crisi e scompariranno presto, come Christian fa notare. E` lo stesso vale per le fabbrichette di contoterzisti e la piccola impresa, tagliata fuori dalla competizione globale.
Cosa puo` fare il privilegiato (come sono anch`io)? Massacrare gli stagisti, fargli imparare un mestiere, insegnargli il metodo, abituarli alla gestione razionale di tempo e risorse. Ma non mostrare pieta` e commiserazione, che suonano limpidamente come una beffa.
Sono una di quelli pagati con ritenuta d’acconto, iscritta all’Albo dell’elenco dei pubblicisti. E mi ritengo fortunata: perché senza conoscere nessuno (anzi, cominciando con una lettera di critica a quello che era il mio giornale preferito e indirizzata al caporeddattore-mito della testata) ho cominciato a scrivere per loro. Cinquecento battute, praticamente una didascalia al mese: ma pagate, e strigliate costantemente come fossero una voce della Treccani.
Dopo 3 anni (intanto lavoravo come operaia, impiegata, commessa e mettevo su famiglia, ) mi fanno ereditare una (piccolissima) rubrica storica della rivista (è un mensile), lasciata vacante. Dopo un altro anno mi affidano il primo servizio tutto mio, e da quello dopo un po’ arrivano altri incarichi: fino a lavorare regolarmente tutti i mesi, regolarmente pagata, e riuscire ad iscrivermi all’albo in modo limpido, anzi avevo anche qualche pezzo in più del necessario. Sto continuando a scrivere per loro, ultimamente la redazione si è abbassata i compensi del 25% per permettere anche a noi collaboratori esterni di continuare a lavorare. E intanto continuo a fare un lavoro altro, noioso e poco affascinante ma che mi garantisce una ulteriore entrata.
Senza raccomandazioni, semplicemente cercando di imparare il più possibile ogni vota che era possibile.
Per questo trovo indecente, volgare e terribilmente ignobile l’attacco della Di Domenico a Giulia Ichino: esclude a priori la possibilità del merito personale.
Mi viene da pensare che la Di Domenico, in vita sua, non abbia mai vissuto in una realtà dove il merito personale venga premiato: forse perché non viene preso in considerazione come importante nemmeno dai candidati stessi, che si limitano a rimanere in una adolescenziale attesa del futuro sino all’età della menopausa.
Bisogna accettare il fatto che altri siano più capaci di te, e che forse è il caso di cambiare strada se i tuoi talenti non sono all’altezza della competizione: dare per scontato che chi riesca è solo un raccomandato è una chiara autodenuncia di incapacità. Il grido di rabbia subdola che può lanciare solo chi ha, come unica arma a disposizione, l’handicap da affibbiare all’avversario più dotato.
p.s. L’Handicap è quel peso che viene messo in più ai cavalli migliori di una corsa, per dare a tutti le stesse possibilità di vittoria e rendere così realistica la gara e possibili le scommesse. Una faccenda da allibratori, dunque, che non hanno nessun interesse a lasciar semplicemente vincere il più forte.
Inoltre, ma bisognerebbe chiederlo a Chiara Di Domenico, visto che il testo che lei ha letto sarà stato certamente concordato, perchè si è prestata a diventare strumento pubblicitario nelle mani del PD di Bersani? Avrebbe potuto essere ben più centrale, e dire – ad esempio – proprio le cose che dici tu, ovvero che il PD ha delle responsabilità enormi sul precariato in Italia, e non mi sembra di aver sentito nemmeno una parola di autocritica.
enrico, le tue parole sono irragionevoli. e questo non perché bisognerebbe mostrare pietà o commiserazione. personalmente, l’idea che per far star meglio un lavoratore precario, dovrebbe star peggio un non precario mi sembra semplicemente figlia di una forma perversa di terzomondismo che inneggia alla decrescita felice. in realtà è avanti che bisogna guardare. cioè ad elevare gli standard di benessere, non abbassarli. i lavoratori non hanno mai ottenuto niente con le elemosina. come non hanno mai ottenuto niente dai partiti. i diritti li hanno conquistati con gli scioperi, che sono e restano la loro unica arma.
il tuo ragionamento che fa ricadere la colpa del proprio precariato sui precari è molto pericoloso perché mentre raimo contesta la parola “meritocrazia” (che personalmente trovo bellissima) tu ne parli come se davvero esistesse. Invece, questo mondo, non ha niente di meritocratico. perché se è vero che il “figlio di” può essere avvantaggiato è altrettanto vero che raimo è stato avvantaggiato rispetto al figlio della signora delle pulizie e che sto benedetto ragazzo, a sua volta, è stato avvantaggiato rispetto al figlio di una tossicodipendente mulatta e di uno spacciatore di crak di colore. il quale è invariabilmente più fortunato di uno qualsiasi dei 5000 bambini sotto i 5 anni che ogni giorno muoiono per malattie legate alla denutrizione.
il capitalismo non ha niente di meritocratico. in un mondo organizzato economicamente su altre basi potremmo a mio avviso sostenere che chi vale di più meriti di ricoprire incarichi più prestigiosi. la balla dell’uguaglianza è una caricatura con cui l’idiozia popolare ha rivestito il comunismo. la vera uguaglianza è la disuguaglianza che parte da uguali possibilità. se dio vuole ci saranno atleti più veloci di altri, matematici più pronti, scrittori più raffinati. il punto sarebbe quello che ognuno di questi soggetti fosse fornito delle medesime possibilità materiali di provvedere al proprio nutrimento (in qualsiasi forma). poi, sotto a chi tocca.
l’umanità ha bisogno di migliori, di capaci, di ambiziosi ed è sano che questi individui si facciano più strada dei tanti pigri mentacatti che vengono al mondo ogni giorno. solo che questa società non solo non premia e non favorisce i migliori ma anzi ostacola il progresso. uno non può lamentarsi se lo zotico delle case popolari, che vive circondato da zotici rincoglionito dalla spazzatura intellettuale cui può attingere crescerà come un idiota. e non basta l’eccezione a mettere in discussione la regola.
detto questo, che fare?
1) costruire un’organizzazione rivoluzionaria che forte delle contraddizioni capitalistiche giunte al punto di rottura dia al mondo una società che fondi sui bisogni umani e non sul profitto la sua produzione.
2)godersi i privilegi, schiacciare i miserabili ed affermare se stessi nel disperato tentativo di significare la propria esistenza individuale fuggendo la drammatica e insolubile consapevolezza che la vita, un senso, non ce l’ha.
personalmente propendo per la seconda strada.
Mi permetto di pubblicare anche qui l’editoriale di Bibliocartina di ieri sull’argomento, perché a mio modo di vedere, la questione è molto, ma molto, ma molto semplice: una cosa come quella che è stata detta, per avere un effetto positivo sul dibattito, andava documentata e provata. E invece è stata fatta un’affermazione impropria che a causa della sua superficialità causerà, anzi, sta già causando, gravi lacerazioni e polarizzazioni in un’ambiente già molto diviso e lacerato dalla competizione.
http://www.bibliocartina.it/lavorare-nelleditoria-il-caso-ichino-e-larte-di-fare-i-nomi/
Juri, tante parole, molta retorica e confusione. E non hai capito una parola di quello che ho scritto. Capita.
Già, meritocràzia, stupid word. I meriti si riconoscono sempre a posteriori. E spesso postumi.
E alla fine, la cosa peggiore: l’unico giornale che non parla di questo argomento è l’Unità.
Mi sento affranta.
Ma “godersi un privilegio” può andare se lo si fa con moderazione. Invece è abbastanza burino far pesare i privilegi e schiacciare tutto e tutti. E’ vero, i bambini del Terzo Mondo non mangiano, e io quando mi siedo a tavola dovrò ricordarmene e mangiare con moderazione. E così per il resto. E’ chiedere troppo? Non mi pare.
http://danieleleone.altervista.org/2013/02/08/comunque-io-non-ce-lho-con-giulia-ichino/
Esilarante l’affermazione di Enrico Marsili: “La maggioranza dei precari sono e rimarranno tali perche` hanno scommesso su professioni finte, o perlomeno su lavori per cui non c`e` grande richiesta.” Lavoro in radio da 15 anni senza raccomandazioni, un contratto dopo l’altro ottenuti solo sulla base delle mie capacità. Per merito, lo rivendico. Ho scelto una professione finta? Oggi guadagno il 30% in meno rispetto a 8 anni fa, con obbligo (ricatto) di partita iva. Non ho ferie né malattia. Ho scelto un lavoro che non serve? chi lo decide? Non è mio diritto cercare di fare nella vita quello che più mi piace? Realizzari anche attraverso il lavoro? Se lavorassi per la radio pubblica francese o britannica sarei ricca e famosa e perlomeno non dovrei preoccuparmi di come vivere nei prossimi anni. In un paese privo di mobilità sociale dove è impossibile reinventarsi. La verità è che i lavori (pseudo) artistici in Italia sono riservati ai raccomandati e ai figli di papà e mammà. Molti altri sono riservati semplicemente alle caste e si tramandano di padre in figlio, come i diritti feudali.
bel pezzo
Io trovo indecente, ancora una volta, che una campagna elettorale debba mettere alla gogna le singole persone. Colpire la Ichino perché è “figlia di…” o perché fa un lavoro da molti invidiabile e invidiato? Cosa ne ha guadagnato la Di Domenico mettendo in piazza la vita di un’altra persona? Avrebbe avuto molto più senso fare il suo intervento portando la sua testimonianza, parlando di quello che ci si aspetta dal partito che ha tra i primi punti del suo programma – almeno negli intenti – quello di tutelare i precari, i giovani lavoratori, le donne, la famiglia (solo a scriverlo mi sento desueta…). La riflessione, do ragione a Raimo, doveva mantenersi su questo e non sulla rendicontazione di chi lavora in posti privilegiati e su come ci è arrivato. Sono un’elettrice del PD e non conosco nessuna delle donne citate, penso solo che troppo spesso si evita di fare una seria riflessione sulle proprie capacità e possibilità, pensando che tanto tutti sono raccomandati ed è per quello che non si va avanti. Non approvo che sia stata incensato e sottolineato quell’intervento, che andava a mio avviso evitato, con un abbraccio. Qual è l’idea che passa: “defenestriamo tutti quelli che hanno un contratto a tempo indeterminato e che vantano un cognome noto?”. Io mi aspetto ben altro dal partito più grande della coalizione che si appresta a governare (se così sarà…); sposo ogni parola dell’intervento di MCM; non condivido le acredini nei confronti di chi ce l’ha fatta; penso che se dovessimo stare a vedere chi occupa ogni singolo posto “sicuro” in questo momento perderemmo solo tempo che potrebbe essere meglio impiegato e, visto che anche io lavoro – tra le tante occupazioni che colleziono per mantenermi – nel campo giornalistico ed editoriale, trovo assurdo che nessuno ricordi che puoi essere parente di chiunque, ma che se non sei bravo, sei inutile.
Due riflessioni:
1) Sarà anche vero che non tutti possono lavorare nell’editoria, perché magari il mercato non ne ha bisogno; e anche che non tutti quelli che lo fanno possono aspirare a lavorare con l’editore più venduto o autorevole (uno che abbia entrambe le qualità purtroppo non esiste proprio). Però qui (ma si può tranquillamente sorvolare sulle specifiche persone e sullo specifico settore lavorativo) stiamo parlando di un “caso di scuola”: due persone che lavorano entrambe nell’editoria (quindi, in linea teorica, il mercato richiede il lavoro di entrambe), e a quanto si capisce con comparabile competenza. Ma una delle due ha un impiego tranquillo e può programmarsi la vita, l’altra no, anzi al contrario ha ostacoli su ostacoli. Perché? Perché abbiamo una legge sul lavoro iniqua, ovvero che a parità di mansione dà compensi sensibilmente diversi. E, nella società familista e castale in cui viviamo, il fatto che il lavoro tranquillo ce l’abbia un “figlio di” è solo un corollario.
2) Come mi facevano notare (da solo non ci avevo fatto caso), siamo arrivati al paradosso che la semplificazione di Don Milani è ribaltata: nella nostra società i padroni sono i più ignoranti.
veramente una bella analisi che scansa la polemica e va direttamente al cuore del problema.
Grazie.
http://temi.repubblica.it/micromega-online/merito-eguaglianza/?fb_action_ids=10200457434748277&fb_action_types=og.likes&fb_source=other_multiline&action_object_map=%7B%2210200457434748277%22%3A328197420617761%7D&action_type_map=%7B%2210200457434748277%22%3A%22og.likes%22%7D&action_ref_map=%5B%5D
In famiglia Ichino la precarietà non sanno neanche dove stia di casa (anzi, il padre lo sa molto bene, visto che a casa della precarietà – fosse per lui – indirizzerebbe tutte e tutti i lavoratori e le lavoratrici, da qui fino all’eternità).
Purtroppo la logica della personalizzazione della politica serve proprio a quanto scritto nell’articolo: da un lato (dall’alto), a creare leaderismi nell’ottica salvifica dell'”uomo forte al comando” in grado di risolvere la situazione (come se bastasse cambiare “capo” e non cambiare la società); dall’altro (dal basso), serve a spostare qualsiasi potenziale dibattito da un punto di vista strutturale (politico, storico, sociale, economico, culturale) a uno (ben descritto nell’articolo) che interpreta i problemi solo come casi singoli e isolati (sorta di lievi storture isolate di un sistema capitalista considerato perfetto) pensando di approcciarvisi solo col paternalimo o la carità pelosa (nel caso del centrosinistra) o la retorica dei fannulloni e dei choosy (nel caso del centrodestra, tecnico o meno).
La politica non si interroga seriamente sul tema del lavoro neanche quando questo tocca migliaia di operai o pubblici dipendenti, figuriamoci se lo farà mai se riguarda lavoratori della cultura o dello spettacolo.
Raimo fa bene a sottolineare come si debba partire dai diritti di lavoratori e lavoratrici, dal tema dell’uguaglianza e dell’inclusione. Il problema è che di sicuro il PD non è l’interlocutore adatto.
Suggerisco un bell’articolo sulla meritocrazia.
http://www.lostraniero.net/archivio-2010/116-aprile-n-118/295-linganno-della-meritocrazia.html
P.S.: Nota ironica: se Raimo, come ha voluto immaginare, fosse salito sul palco del PD, non so quanto gli avrebbero permesso di esordire con “Compagne e compagni” =P
Caro Christian, tu scrivi che «la riforma dell’università ha di fatto creato un’involuzione classista: ci sono università di serie a e di serie b, le lauree brevi non danno quasi nessuna qualifica professionale, l’accesso al mondo del lavoro o meglio l’avvicinamento al mondo del lavoro avviene quasi sempre attraverso master molto costosi che spesso funzionano da selezione per censo dei laureati». Sono d’accordissimo: i master universitari dovrebbero costare meno, dovrebbero anzi avere costi relativi al reddito personale, ma comunque prevedono generalmente delle borse di studio, il che in parte ne salva la funzione sociale. Questo perché è l’università a dovere sancire la preparazione teorica su un preciso argomento – che poi diventerà, attraverso la pratica, lavoro. Qui però si configura un problema di trave e pagliuzza: cosa succede, infatti, quando sono soggetti privati a interporsi tra la formazione pubblica e l’accesso al lavoro?
Sono molto d’accordo con Christian.
Che d’altra parte ha curato l’editing del mio ‘Il paese dei buoni e dei cattivi’, e dunque anche del capitolo che ho intitolato ‘La retorica della meritocrazia, della giustizia e della par condicio’.
Una delle cose che dicevo là, peraltro, è questa, che in questa situazione s’è proprio vista bene: che «perché si affermi la vulgata meritocratica c’è bisogno di un giornalismo ‘fannullone’ che si accontenta di ascoltare il suono delle parole e si limiti a registrarle senza pretendere di capirle né di farle capire ai cittadini».
E mi cito di nuovo – crepi l’avarizia: «Se anche, per assurdo, ci si trovasse tutti d’accordo», scrivevo, «sui criteri in base ai quali assegnare – posizione professionale per posizione professionale – una qualifica di eccellenza, un grado standardizzato di «merito», probabilmente arriveremmo all’assurda conseguenza di vedere premiati non i migliori, ma coloro che con più determinazione agiscono per l’ottenimento degli obiettivi decisi da altri che sono loro sovraordinati».
«Il fatto è – a me pare – che ora risulta molto più comodo dire che ai giovani non vengono garantite opportunità di impiego perché manca un criterio di selezione meritocratica, anziché attribuire all’azzeramento dell’attenzione politica verso il lavoro dipendente la responsabilità della precarizzazione delle relazioni di lavoro».
Ma non c’è niente di meglio che lasciare due donne ad accapigliarsi sulla scena.
Una bella battaglia in cui, fuori dal ring, fare il tifo; senza mai domandarsi che senso abbia.
Tanto per cambiare.
che pena
“La maggioranza dei precari sono e rimarranno tali perche` hanno scommesso su professioni finte, o perlomeno su lavori per cui non c`e` grande richiesta.”
Se non sai come suicidarti, prova a fare una dichiarazione del genere ad un infermiere.
Christian, sono molto d’accordo con la tua analisi, ma non con le conclusioni, perché rimandano il problema a uno sforzo individuale. E quello, per me, non è far parte di una collettività organizzata, o Stato, ma è carità, anche se nel senso migliore della parola.
Tu ritieni che la domanda sia “Io che ora ho tanto, a cosa sarò capace di rinunciare per gli altri?”, ma questa domanda è già implicitamente posta, e lo Stato deve rispondere per me.
Esempio: io, dopo dieci anni di precariato, e in successivi passaggi (preciso: senza raccomandazioni, senza cognomi, solo col mio lavoro) sono diventata dirigente. Bene, la metà del mio stipendio la do già. E mi augurerei che con quei soldi lo stato rispondesse alla tua domanda e ci pagasse quanto serve alla scuola e all’università pubblica, a creare dei fondi per i “prestiti d’onore” per tutti gli studenti (tutti, anche quelli che sono figli di miliardari, perché è educativo), a sgravare le imprese che investono nell’apprendistato e per incentivarle alle assunzioni. I soldi che io, dirigente, do allo Stato ogni mese sono tanti. In cambio, per esempio, la scuola elementare (pubblica) di mio figlio non ha computer, carta igienica, mensa, biblioteca, supplenti, e l’ora alternativa alla religione consiste in passeggiate nei corridoi.
In uno Stato che funziona tutti hanno uguale accesso all’istruzione, te e il figlio della tua cameriera, perché non costa. Almeno non costa finché non sei in grado di restituire i soldi. E allora la meritocrazia non è una cosa così impossibile da perseguire, se accettiamo di essere valutati dal sistema scolastico. Non c’è bisogno della rivoluzione, Germania, Norvegia, Inghilterra già lo fanno (cito a orecchio, ma ce ne saranno altri).
Juri Spera ha eminentemente ragione.
Il fatto che la meritocrazia implichi dei criteri che non sono autoevidenti è chiaro. Solo in Italia si poteva passare un lustro a discuterne senza arrivarci. Ma farne conseguire che allora un criterio vale l’altro è ridicolo. Il fatto che il criterio di merito debba emergere da una riflessione collettiva sulle qualità che è giusto ascrivere alla responsabilità individuale e premiare in quanto tali -perchè si premiano qualità e solo in seconda battuta le persone che le incarnano- non significa che un criterio giusto non esista. Bisogna, ovviamente, *scoprirlo*.
Ritenere il contrario significa abdicare in partenza al compito di migliorare l’autogoverno della società da questo punto di vista. Si può ritenere che sia un compito impossibile, che implichi un problema di aggregazione insormontabile perchè i convincimenti in proposito sono inevitabilmente eterogenei ed incommensurabili. Ma un egualitarista serio assume invece che l’eguaglianza, prima che desiderabile, abbia un presupposto fattuale che renda realistico il fine normativo. Se non siamo nemmeno abbastanza eguali da metterci d’accordo sui valori da premiare, che senso ha perseguire l’eguaglianza?
In effetti sostenere che si possa legiferare per promuovere alcuni valori che non dipendano dal giudizio soggettivo dei consumatori operanti sul mercato è qualcosa abbastanza di sinistra, almeno in prima battuta. Chiaramente dipende anche dal tipo di qualità che promuovi, da quale caratteristiche consideri “meritevoli” e dove tracci la linea tra responsabilità collettiva e individuale. Ma la semplice possibilità di tracciare questa linea fuori dal solco che spontaneamente emerge dalla competizione apre nuove possibilità. Il mercato ha i suoi criteri di merito, che sono quelli soggettivi di chi domanda e vende beni e servizi, lavoro compreso. In effetti credere che sia impossibile deliberare collettivamente una “definizione minima” di merito significa lasciare il compito interamente al mercato. Non molto di sinistra.
Per cui se la meritocrazia è una parola indeterminata che può assumere molte forme, di destra o di sinistra, rifiutare i termini della questione è sicuramente di destra -perchè significa che a decidere sarà il mercato, ovvero l’azione decentrata, scoordinata e atomistica di persone che operano indipendentemente l’una dall’altra. Se si crede che ciò generi una perdita di razionalità collettiva e di capacità di realizzazione personale attraverso la cooperazione -in ultima istanza una perdita di libertà- allora significa che bisogna porsi il fastidioso problema di decidere, insieme, una definizione minima di merito.
Il problema qui è che ciò non è mai stato capito, ed il monopolio del termine è stato consegnato in mano ad altri. Ma il concetto va assolutamente rivendicato, appartiene alla tradizione della sinistra e il libello di Young è un grosso abbaglio da quel punto di vista. Somiglia molto alle critiche libertarie della scuola pubblica che si possono leggere in Law, Constitution and LIberty di Hayek.
Calibrando adeguatamente il significato del termine, è possibile conciliare meritocrazia ed un genuino criterio di eguaglianza come pari opportunità. Se fino ad oggi i termini sono stati contrapposti, ciò è dovuto unicamente al fatto che nessuno ha mai cercato di prenderli entrambe sul serio simultaneamente. A destra non si ama l’eguaglianza per motivi risaputi. A sinistra si odia il merito, perchè non si vuole capire che “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo le sue necessità” non può essere più che un principio orientativo, visto che in un mondo di risorse scarse e bisogni infiniti non lo si può realizzare ma soltanto perseguire tendenzialmente. Il problema di una distribuzione giusta esiste eccome, ed il merito è semplicemente la componente residuale di questo problema una volta eliminate tutte le barriere di classe, razza, sesso e via dicendo.
Il merito è il criterio di ineguaglianza che non si può considerare ingiusto. E chi non crede che ciò sia di sinistra, forse deve rileggersi la Critica al Programma di Gotha di Marx. L’alternativa è l’egualitarismo volgare, che poi sfocia nel pauperismo, ovvero nella ridicola domanda dell’autore quando chiede se la di Domenico “sarebbe disposta a ridursi lo stipendio per dare un piccolo contributo a un praticante di 23 anni”. Se si arriva a credere che sia questo il piano rilevante dell’analisi, significa che non si è capito proprio niente.
Scansando i bizantinismi. Meritocrazia: bene, solo a patto che si parta da una situazione di pari possibilità. Senza giustizia sociale, il merito è solo enfatizzazione del privilegio. Quanto alla vicenda di Chiara e Giulia dovrebbe servire a far riflettere in modo serio sul presente e grave deficit di giustizia. Ogni altro uso è ressa mediatica, vampirismo di parte.
No: qualcuno degli altri usi può anche essere dettato dal desiderio di vedere la propria parte politica popolata da gente migliore (leggi: più corretta, più leale, più profonda, più intelligente) di quella che frequenta la parte avversa.
Che poi certi scrupoli siano più caratteristici di una che dell’altra (certo meno ingombrata da questo genere di mal di pancia) è un altro discorso: ma preferirei che gli errori li facessero gli altri, grazie.
“Per guardare al dietro le quinte del suo intervento, abbiamo chiesto a Chiara Di Domenico come sia arrivata a parlare ieri da quel palco. «Non ho tessere del PD», ha tenuto a sottolineare. […] Quello che vorrebbe ora Chiara Di Domenico è che Giulia Ichino sposasse la causa dei precari della Mondadori perché, sostiene, in un Paese normale dovrebbe essere così; aggiungendo che chi, in una posizione di privilegio, non lotta per le condizioni dei proprio colleghi «da responsabile diviene complice».”
da Tropico del Libro http://tropicodellibro.it/notizie/ichino-di-domenico/
Pediatrico tentativo di rigirar frittelle: fredde, per altro.
Cercare di spacciare per buona azione di ufficio stampa una sopercheria del genere non rende onore né all’intelligenza di chi ci prova, né alla quantità di sale in zucca reputata in possesso di chi dovrebbe cascarci.
E’ un marone grosso come una casa, punto.
Patello, sono d’accordo con le tue considerazioni e con la tua declinazione delle considerazione di juri spera e mi dispiace non essere riuscito a comprendere anche questo livello di articolazione.
Putroppo la meritocrazia in un sistema capitalistico e al tempo stesso clientelare e rancoroso come quello italiano è veramente un concetto scivoloso, usato proprio dalla destra capitalistica per valutare con favore ciò che è più organico al funzionamento della macchina-mercato.
Scinderei il merito a categoria da usare nell’ambito del dibattito sulle professioni e su quello dell’estetica a cui accenni, ossia della qualità, e rimetterei al centro del piano etico e politico il lavoro, o meglio ancora la cittadinanza. Se ci pensi è diventato scivoloso addirittura il concetto di giustizia sociale.
Mondadori fa a GI un contratto regolare, la maggior parte delle case editrici indipendenti no. Se lo può permettere per i soldi che ha. Perché il plusvalore lo prende altrove, da altri dipendenti, o altrove ancora.
Quando dico uguaglianza intendo ovviamente uguaglianza di diritti, non ovviamente un egualitarismo ingenuo.
C’è un piano metodologico in questa discussione e riguarda precisamente il “come” si denuncia, come si lotta, come si cerca giustizia, oltre che i contenuti di questa giustizia. E c’è un piano ulteriore ovvero come lo si fa attraverso i mezzi di comunicazione. L’articolo di TDL sopra menzionato a questo proposito, praticamente autorizza chiunque a ritenere gente come Sallusti “bravo comunicatore” e chi dice il contrario è preda del politically correct. Evitare di sparare nomi a caso senza avere idea di ciò di cui si parla diventa “poltically correct”? Occhio. Trovo molto pericoloso questo discorso, molto pericoloso e molto dannoso.
Caro Christian, il tuo pezzo mi sembra molto bello.
Ho solo una perplessità sulla tua suggestione finale, che riconosco come centrale e fondativa per una comunità, ma forse illusoria per una società complessa, statuale, che affronta una crisi.
La domanda “Ora che siamo noi nel cerchio degli inclusi, cosa stiamo facendo per non escludere?” rischia di distogliere l’attenzione sulla responsabilità, sul fatto che i governi (di qualsiasi colore essi siano) i soldi per salvare le grandi banche li trovano sempre!!
La vera domanda dunque è: quanti soldi ci sono veramente? Su che risorse contiamo?
Si risponda con chiarezza a questo quesito e poi, solo poi!!, qualora essi non bastassero per le priorità definite, ci si attivi a rimetterci tutti in discussione per farne uscire degli altri.
Pensare che le risorse si trovino sempre per salvare MPS e le loro truffe e che invece per garantire un salario degno o un lavoro stabile debbano intervenire altri salariati autotassandosi come fossimo la croce rossa…. non ci sto!
Comunque grazie per aver riportato un discorso essenziale nei termini di una discussione costruttiva.
Caspita, appena raggiungete 2 euro di reddito in più diventate subito così stronzi nei commenti!. Il morto di fame cerca sempre un cane a cui dare un calcio.
Federica Sgaggio: non c’erano due donne sulla scena, ad accapigliarsi. Ce n’era una sola, che poteva dire qualcosa di interessante, e in parte l’ha fatto, ma che ha anche deciso che nel suo intervento sarebbe stato utile pescarne un’altra, nel mare di nomi di raccomandati che poteva scegliere per l’occasione.
Ha scelto una giovane donna, ha scelto la figlia di Ichino, reo di essere passato allo schieramento di Monti (come ha precisato nell’intervento): la platea PD applaude, Bersani abbraccia, nei contorni di una campagna elettorale dove le idee che circolano sul lavoro e sulla cultura, e sulle industrie culturali sono in pochissimi programmi, forse solo uno.
Il pezzo va dritto al fegato del problema.
Mi viene da aggiungere mille cose riguardo alla provenienza sociale, che spesso, purtroppo, in questi anni è stata schiacciata da una dominante idea che si parta tutti dalla stessa posizione, dalle stesse scuole pubbliche. Non è proprio così, e lo vedo ora coi miei figli piccoli a cui, pur cercando di non fargli mancare nulla in fatto di formazione, guadagno poco più di 1000 euri al mese, sono però costretto a rinunciare a farli partecipare a gite e altre (apparenti) amenità.
Ecco, come fare per martellare le istituzioni fino a ottenere uno straccio di eguaglianza?
comunque, davvero un gran bel pezzo.
grazie
Grazie, Christian.
Chiara, mi riferivo solo alla lettura che degli eventi è stata data dai giornali. Certo non alle intenzioni delle due donne.
Conosco sia Christian sia Chiara di persona. Lavoro come precario in ritenuta d’acconto per una casa editrice media di Milano. Ho fatto lo stage in una “piccola” milanese, li avrei legnati tutti. Certo vedere il tuo capo che piange perché la barca si è rotta mentre tu fai la spesa mettendoti i cacciatorini in tasca all’esselunga è abbastanza avvilente. Noi, assieme ad altri pezzi oscuri, siamo i produttori di cultura del paese. Noi FACCIAMO i libri, sappiamo cosa diavolo è un’orfana, una vedova. Il mondo editoriale è fatto di persone che lavorano e di altre che, parafrasando le parole di Bianciardi, non fanno un cazzo dalla mattina alla sera e hanno pure l’esaurimento nervoso.
Ma questo nonè nuovo, sje lo diceva Bianciardi. Il sistema editoriale è pieno di fighetti che aspettano di fare questo lavoro, da sempre. Il punto è che i Bianciardi sono sempregli stessi, e sempre più nella merda. Se le persone non sono tutte tutelatein modo simile, il classismo di fuori si riverbera dentro. Il poverodiavolo lavora a cottimo, il figlio di ha il contratto fighetto. E questo vale per molti mestieri da creativo: designer, per dire. Se non hai 21mila euro, niente scuola di design con i ganci giusti. Ma questo crea un corto circuito: se non si viene scelti per bene, il rischio è che cia siano degli incapaci al lavoro in punti chiave della cultura. Magari la figli di ichino è un genio, ma… Il metodo del trota è dietro l’angolo. E che sia nel privato spaventa molto più che non nel pubblico. Se persino le industriecotate al profitto nonriescono a selezionare persone indipendentemente dal loro albero genealogico l’italia è un paese con l’iniziale minuscola.
Ora, io sono figlio di due persone che non hanno studiato, non ho potuto fare master costosi e nn sono figlio di notabili, ma non per questo mi merito un contratto di merda. Se siamo arrivati per strade diverse a posiIoni simili, perché non abbiamo contratti anloghi? Che ha lui che io non ho? Un papà che predica precario e razzola indeterminato?
Fra il resto, se la selezione avviene così non stupisce che la qualità editoriale della Mondadori o della Rizzoli sia quella che è (Einaudi a parte, che forse si salva ancora).
Certo che è incredibile che si indichi una persona con nome e cognome, sol perché il di lei padre è passato allo schieramento avverso…ma dico io, per una/o di sinistra c’è da invidiare chi è assunto in un bel ruolo alla…Mondadori? La casa editrice di Marina Berlusconi?Ma allora è vero che a Mediaset ci sono figli di banchieri e di direttori di giornali di centrosinistra che votano magari contro il loro capo però tifano senza timore il Milan? Ma un po’ di coerenza nooo?
Mi piace questo post, in particolare mi piace lo spirito “laico” della sua chiusa. Apprezzo molto il richiamo alla necessità di informare il proprio pensiero ed il proprio agire agli stessi alti standard ideologici, morali e solidaristici, che propugniamo quando siamo derelitti, una volta alleviata la fatica della nostra condizione.
Uno stato democratico dovrebbe, tra molte altre cose, garantire uguale dignità e parità di condizioni ad ogni cittadino, ma se il cittadino non è disposto ad assumersi la responsabilità di vivere e far vivere secondo questi principi, allora diventa tutto vuota retorica e regno dell’ipocrisia e della disparità.
Caro Christian,
d’accordo con buona parte di quello che scrivi. A proposito di meritocrazia, Alessandro Robecchi ha scritto non molto tempo fa un articolo niente male, che andrebbe fatto leggere a chi si riempie la bocca di questa parola. Le sue argomentazioni sono in buona parte affini alle tue, lo dico perché mi è capitato di leggere i due a brevissima distanza di tempo.
Apprezzo molto di quello che dici. Il diritto al lavoro e i diritti sul lavoro sono quello che dobbiamo esigere, e su questo il Pd dovrebbe dare risposte chiare. Cerchiamo di non cadere nel qualunquismo dell’attacco ad una presunta casta, ma di guardare dritto ai problemi.
Però, permettimi, qualcosa nell’intervento di Chiara che non va taciuto c’è. L’Italia è un paese in cui la cooptazione è il primo modo per fare carriera, per entrare nell’università, per trovare un lavoro, per entrare nel mondo politico. Non penso di dire una verità sconvolgente. Forse il puntare il dito di Chiara indica almeno in parte anche questo. Non è solo il cognome a contare, e non so nulla del percorso professionale di Giulia Ichino, che può essere bravissima. So che, a parità di bravura, la cooptazione e la disponibilità a lasciarsi cooptare fanno la differenza. Perciò, una cosa vorrei dire: tutto quel che scrivi è giusto e sacrosanto, e soprattutto, non lasciamoci andare alla retorica della raccomandazione, che pericolosamente si fa alibi. Ma il problema esiste, e anche quello, Giulia Ichino a parte, non può essere dimenticato. Anche su quello ci vorrebbero risposte serie, perché altrimenti il qualunquismo arrabbiato trova spazio. Uguaglianza, e trasparenza. Io non voglio rinunciare a nessuna delle due.
Comunque più ci penso e penso ai ragionamenti che faceva recentemente Loredana Lipperini e più penso che un’altra questione importante da riformulare nella vicenda Chiara Fortebraccio Di Domenico e Giulia Ichino sia quella della rappresentanza.
Perché un errore, a ragion veduta, credo sia andare a parlare in un contesto politico a livello personale. Come testimone, come esempio, come “una”.
Per questo si è molto insistito in questi anni per creare piattaforme di lotte condivise, reti, etc…
Questa modalità personale presta il fianco a una mancata assunzione da parte del Pd di una responsabilità rispetto alle domande espresse. (Si può abbracciare, neutralizzandone il contenuto dialettico delle parole e mostrandosi empatici, una persona che parla di sé, non una che rappresenta delle idee che partono da una piattaforma di discussione) e dall’altra parte sia una strategia politica debole rispetto a coloro che informalmente (su internet, o sui giornali) sono rappresentativi.
Christian, apprezzo e condivido il tuo intervento equilibrato e approfondito. Bravo.
ma anche qui, secondo me, si confondono i piani…un conto sono i privilegi di “casta” – ingiustificabili, indistruttibili, immotivati, secolari – un conto i “privilegi” di classe che hanno consentito a genitori borghesi di dare possibilità concrete ai propri figli, non da tutti ugualmente sfruttate. Credo anche che il discorso del figlio della domestica che non può studiare…uhm, chissà è così veritiero?!? io oggo dopo essermi laureata, doppiamente “masterizzata”, specializzata, ecc. ecc. guadagno meno (con tutto il rispetto) della donna delle pulizie che lavora da mia nonna, con tanto di tredicesima, contributi…io questo privilegio…non ce l’ho, dei contributi, della tredicesima, del contratto. Quindi boh!
Non sono d’accordo quando, nel “Pps”, si dice che è un errore <>
Il Pd, purtroppo, è lontano da certe lotte condivise ma non è lontano da certe reti…diciamo pure da certe lobby, basti pensare alla presenza di De Benedetti!
Apprezzo l’intervento della Di Domenico proprio perchè ha portato la “sua” esperienza: nel Pd non ci sono bambini che si affacciano ora alla vita, c’è gente che sa come va il mondo, alcuni di questi sono addirittura complici di come va il mondo.
L’errore, piuttosto, della Di Domenico, è stato portare la sua testimonianza al congresso del Pd, credendo di poter cambiare le cose dall’interno. E non è stata una buona mossa invitare quelle persone a campare con lo stipendio di una precaria e a prendere il tram: perchè il tram questi lo prendono solo in campagna elettorale, per farsi vedere!
Credo possa essere interessate un ragionamento sula “personalizzazione” nel paesaggio politico, che sicuramente non è nuovo ma in questo caso non è stato considerato. Invece forse il singolo caso, proprio come il singolo leader, assume una valenza simbolica. Questa è la logica, perversa o meno che sia. Non apprezzo molto però la creazione di complessi ragionamenti che permettano di evitare il punto cruciale. La Di Domenico probabilmente è stata “strumentalizzata” (?) dal PD, tuttavia chiunque si muova in un ambiente lavorativo inerente alla comuniucazione -come capita a molti di noi, a quanto mi pare di capire- non può far finta di vedere e soppesare quanto gli viene riconosciuto per il proprio merito o sforzo e quello che gli viene negato in quanto “signor nessuno”, magari rispetto al trattamento riservato ad altri, che compaiono all’improvviso ma sono meno “nessuno” di noi. Quindi, secondo me, anche se proposto in modo forse improprio, il tema non della cosiddetta meritocrazia ma delle disparità esagerate nei trattamenti contrattuali e di tutela a seconda della provenienza e dell’identità dei “competitors” è un tema politico importante. Non basta pensare che il nostro compagno di scuola delle elementari non ha avuto le nostre stesse opportuntà, e con questo sentirsi dei privilegiati perché facciamo un lavoro “bello” e sopravviviamo. Qualcuno ha scritto che oggi guadagna il 30% di qualche tempo fa. Vale anche per me. Aspettiamo che si riduca al 10% per porci il problema?
Sono molto d’accordo con quanto esposto da Christian e molto si dovrà fare per lo sviluppo del lavoro in genere ma vorrei aggiungere che anche il PD si ‘arrampica sugli specchi’ quando qualcuno gli mette in evidenza i vari ‘inciuci’ che anche loro fanno a livello politico. E ne fanno molti!! Per parlare, poi, di qualcosa di SINISTRA, il PD in tutta questa campagna elettorale avesse mai detto che ridurranno i parlamentari (ce ne sono anche di grandi che prendono già la pensione o la stanno per prendere) oppure che ridurranno gli stipendi ai parlamentari (che sono troppo elevati) o ancora che aboliranno i vitalizi che sono INIQUI e VERGOGNOSI!! Questo sarebbe parlare con modalità di SINISTRA!! Qualcosa mi sembra che Renzi avesse propspettatto se fosse stato lui il 1° ministro. Invece mi sembra che a sinistra non sia cambiato nulla neanche le persone sono sempre le stesse!! Anche loro attacchi alle poltrone ed ai loro privilegi””… e non se ne vogliono andare””!!
a margine, ma sempre sul tema della meritocrazia, volevo segnalare che fra i nuovi giurati dello strega, il massimo premio letterario italiano, è stato appena eletto massimo maugeri, il blogger di letteratitudine, ed è stato bocciato per l’ennesima volta andrea cortellessa.
@christian
“Perché un errore, a ragion veduta, credo sia andare a parlare in un contesto politico a livello personale”
io non l’ho visto tutto ‘sto individualismo, prova ne è il fatto che i maggiori commentatori sulla carta stampata (sofri, gramellini ecc) non l’hanno neppure nominata, mentre giulia ichino è rimasta con nome e cognome. chiara di domenico era “la precaria”, identificandola in tutto e per tutto con la propria condizione lavorativa. lei rappresentava i precari. detto questo, credo che abbia sbagliato a fare quel nome (in un incontro del pd non si attacca la figlia di uno appena fuoriuscito. piuttosto parliamo di bianca berlinguer o di stas gawronski, che sono figli di e capitalizzano quel cognome in società pubbliche pagate da noi contribuenti), ma sono convinto che doveva fare qualche nome, perché senza dei nomi non avrebbe avuto alcun peso e nessuna eco la sua denuncia.
Grazie per il pezzo. Gli spunti di riflessione sono sempre interessanti. Se ben scritti, omologhi a biscotti assieme al thè.
Il resto e susseguente suona (se aveste tutti la pazienza di ripescare blog di dieci anni fa, per non dire dei quotidiani di venti o trenta) pari pari al refrain di un’intelligenza dedita a scrutarsi l’ombelico. Il tempo passa e fra non molto saremo tutti morti (cinquant’anni non sono molti per aggiustare tutte le storture in atto): sarebbe il caso di produrre dei risultati.
Se non si trova una via originale, è sufficiente seguire strade battute da altri.
Mentre studiavo un ricciolo di polvere nel mio ombelico mi domandavo come è possibile l’applicazione di un generico concetto di uguaglianza ad una società nella quale un terzo della ricchezza è posseduta o mossa o indotta dalla criminalità organizzata…
D’accordo con te, con questa riflessione. E se devo aggiungere alla fine disgustata dalla veemenza con cui è stata attaccata Chiara di Domenico, che non conosco. Il punto è dov’è questa veemenza, questo tempo di parole da spendere quando appunto una donna schianta al suolo per troppo lavoro? Quando i suoi figli a 16 anni hanno già la prima messa alla prova per i primi furti, quando semplicemente è un dato di fatto che è possibile lavorare in fabbrica o altrove anche 10 ore al giorno e non avere diritti, io tutta questa veemenza non la sento e sentirla ora mi disturba, mi fa pensare. In questa polemica che non mi ha appassionato per niente queste mi sembrano delle parole sensate. Ma d’accordo con te, o si fa qualcosa per includere quando si può oppure sono solo parole. Come diceva Piero Gobetti : avanti tutti politici, tutti combattenti, scegliete da che parte stare.
ora, invece di sfogarci così, non sarebbe ora di riunirci, possibilmente con un’iniziativa del pd, e stendere una proposta e poi seguirla fino alla morte?
Sergio, il tuo commento è tanto a margine che non si riesce a cogliere il benché minimo nesso con il post di Christian, ma comunque: quanto scrivi a proposito dei nuovi Amici della domenica è offensivo per Maugeri e infondato rispetto a Cortellessa, a cui ti pregherei di chiedere informazioni che non sono autorizzato a fornirti. Sempre che parlare con un minimo di cognizione di causa abbia un qualche significato per te.
s.
stefano, l’esempio dello strega secondo me chiarifica i criteri di perpetuazione di una classe dirigente che se ne fotte del merito e delle competenze, non solo col nepotismo, come denunciava chiara. se non lo capisci non è un problema mio.
Sarà un problema mio come dici tu, Sergio, ma hai citato un fatto specifico che riguarda una persona e io ti ho chiesto di approfondire meglio perché quel fatto è infondato, dopo parliamo dei massimi sistemi. Magari scopriamo che su come funzionano le cose (cioè molto male) la pensiamo più o meno allo stesso modo, ma su un punto continuiamo a restare distanti: che senso ha occuparci di cultura e letteratura se non siamo in grado di rispettare le storie personali e la verità dei singoli fatti? Giulia Ichino era un bersaglio sbagliato nel discorso di Chiara, i rapporti tra Cortellessa e lo Strega non stanno nei termini in cui tu li hai descritti, il resto è propaganda.
Non si approda mai ad alcun risultato concreto dai noi sull’argomento perché gli intellettuali discutono su cos’è la meritocrazia, sulla delega da dare al PD per sapere quale istruzione vuole e intanto le Ichino e le Di Domenico puntualizzano le loro posizioni. Un eterno ritornello. Non sarebbe più semplice(mi rendo conto di chiedere la luna nel pozzo) che i curricula dei giovani che arrivano alle aziende e i dattiloscritti degli sconosciuti agli editori fossero valutati pragmaticamente per il loro valore e non perché c’é puntualmente un referente? E’ troppo complicato? No, qui occorrerebbe – come diceva Galilei – una “rivoluzione dei cervelli” – che naturalmente non ci sarà mai perché siamo imbevuti di principi di casta, di clientelismo e di raccomandazioni fino alle midolla. Petrarca diceva già nel 1300 “Conosco il meglio e al peggior m’appiglio”. E’ più che mai attuale.
Si dice uguaglianza, collaborare per qualcosa di concreto, che realizzi l’uguaglianza. Ma uguaglianza di che cosa? Uguaglianza in sè è una parola vuota, se non si riferisce a un valore, a un criterio di riferimento,. Uguaglianza di reddito? Uguaglianza come trattamento uguale? Uguaglianza come pari dignità di persone trattate diversamente? Credo che C. si riferisse nel suo pezzo all’ uguaglianza di opportunità, visione debole, dell’ugualgianza, finiana e montiana, che non nega affato la famigerata meritocrazia anzi, la presuppone: ugualgialnza di opportunità singifica partire tutti dalle stesse posizioni, senza distinzioni di origine familiare, sociale, etnia, orientmaento sessuale o quello ch evolete voi, lasciando alla dura legge della selezione darwiniana dei migliori, il compito di diversificare le perosne nelal società in base a un merito, sovente identificato nell’attitdine a saper perseguire le finalità del tuo datore di alvoro, pubblico o privato che sia, e quali esse siano. Il criterio di selezione di questa umanità con uguali opportunità, resta un qualcosa di molto simile alla parola meritorcrazia, con tutti i suoi limiti e le sue misitifcazioni mercantilistiche. Non mi convince , quiondi, il richiamo gneerico all’ugualgianza in una situazione come quella che ha dato origine a questo dibattito. Le c.d. opportunità in un contesto come quello italiano e nei settori massificati della cultura, del giornalismo etc,, sono spessissimo scritte nei dna familiari, amicali, etc, il che non significa necessariamente, essere dei raccomandati, lo significa amolto spesso, ma può significare anche il fatto di crescere in un certo contesto ambientale, e di godere di maggiori opportunità solo per quello (c’è una linea divisoria molto labile, fr ai figli di papà e i raccomadnati, spesso le linee si intrecciano, talora no, in ogni caso sono posizioni entrmabe abbastanza tristi, più che squallide, quando le si ricopre). Il problema non è quello che è stato definito, a mio avviso a torto, il ‘personalismo’ di citare dei nomi di supposti raccomandati o di figli di papà che siano (anche colti, anche intelligentissimi, e che ‘meritano’, solo un po’ più uguali di altri, per il fatto che sono quello che sono: dei figli di papà, nel caso migliore; dei raccomandati in modo espresso, nel caso più becero) . Il problema, dicevo, è cosa fanno i figli di papà quelli consapevoli, quelli che non accettano più di esserlo, quelli che non amano la situazione in cui si torvano. Come reagiscono, che tipo di atteggiamento hanno, di fronte alla realtà delle llro vite lavorative, familairi, etc? Non sono tutti buoni e bravi Christian, e nemmeno tuttipiù o meno impuri da non poter scaglaire talora pietre…Eppure quello che dovebbe fare un figlio di papà modello, in Italia, cioè colui che obiettivamente si ritorva in una situaizoen di privilegio, magari senza averla nemmeno cercata, è qualcosa di titanico, che riguarda la sua identità, prima ancora che le sue scelte di vita. Un figlio di papà, in Italia, può fare solo due cose, oggi: o rinunciare al privilegio, o seguire la strada tracciata dal privilegio che incarna. Non può, in nessun caso, qualora scegleisse la secodna opzione, cambiare nulla dall’interno,in quanto attuazione vivente di un privilegio. La prima opzione, la rinuncia, è molto radicale, sofferta, talora ridicola, Christian direbbe, da ‘complesso di purezza’, e parimenti non produce effetti sul ‘sistema’. A livello personale, rinunciare ai vantaggi delle posizioni già prese, significa anche ridefnire in parte la propria identità, e la propria storia personale. Implica anzi una tale ridefinizione delle proprie esistenze non solo lavorative, e delle proprie aspirazioni, da poter risultare una forma di autodistruzione, sovente non riconosciuta da nessuno. Per cui, e la domanda che pongo è rivolta ai partecipanti tutti a questo dibattito: che cosa dovrebbe fare, realmente, un figlio di papà, per contribuire con le sue azioni concrete, ad abolire il privilegio che lui stesso, obiettivamente, rappresenta? Edificare una fondazione per la promozione dell’ugualgianza di opportunità? Darsi al precariato? Ammazzarsi? Non è che l’ugualgianza di opportunità sconfina in quella brutta parola che sa di concorrenza (e appunto di uguaglianza di opportunità) e che anche io non amo affatto: meritorcrazia? E che un figlio di papà sia obiettivamente, e a volte a prescindere dalla sua volontà, o dal fatto stesso che sia in sè, persona meritevole, una materializzazione vivente di un privilegio? Privilegio, intendo, anche il fatto che il suo esser enel migliore dei casi meritevole, e non raccomandato e becero, legittimi il privilegio stesso (lo vedi che è bravo?). Privilegio ancor più ingannevole, e da coscienze pulite, perchè fodnato su una valutazione a suo modo obiettiva, non familisitca, delle sue competenze, che tuttavia non sortirebbe gli stessi effetti, rispetto a persone parimenti meritevoli e intelligenti, ma non figli di papà. Ecco il povero figlio di papà sensibie, intelligente, che cerca di nobilitarsi e di dimostrare che se lo merita, il privilegio di fatto, la posizione comunque e sempre, di vantaggio rispetto a un qualche arrivista figlio di nessuno, che magari al posto suo ne approfitterebbe eccome, e di più, del privilegio che non ha…
Al di là dei paradossi e delle mie sempliifcazioni, credo che queste siano questioni molto difficili, che coinvolgono la struttura profonda della società italiana, anzi della borghesia italiana, per cui bisognerebbe rifelttere in modo più serio e con più cognizione di causa, sulla parola uguaglianza, e sulle sue possibili applicazioni pratiche. Non penso che questo paese abbia bisogno di proposte di legge che attuino l’ugualgianza di opportunità, o di liste di figli di papà impiegati in case editrici o in giornali sul modello dei politici omosessuali preusnti o reali ch efossero.. Penso che la gente di questo paese, e la mia generazioen non è esclusa, abbia bisogno di mettersi seriamente in discussione, a livello di storie personali, e di vita reale, e di agire il più possibile di conseguenza. Dallinterno? Dall’esterno? Non lo so questo, non l’ho mai capit e aguuro ad altri di capirlo presto. Penso che ci vorrà del tempo, ci vorranno molte porcate ancora, e un po’ di coraggio in più, per appropriarsi della gestione pubblica (volevo dire: privata) della cultura in questo paese, dai giornali alle case editrici, e contribuire attraverso contneuti e non sterili polemiche della durata di una settimana, alla costruzione di una reale opinione pubblica, nel senso nobile e habermasiano di Öffentlichkeit, e non di ‘Pubblicità’. La qeustione è antorpologica, non ugualitaria. O non solo.
correzione grammaticale nel mio intervento -la dislassia la lascio: “(c’è una linea divisoria molto labile, fra i figli di papà e i raccomadnati, spesso le linee si intrecciano, talora no, in ogni caso sono posizioni entrambe abbastanza tristi, più che squallide, quando QUALCUNO LE RICOPRE)
Caro Christian, intervento ineccepibile. E al contempo non posso nascondere che non mi sia piaciuto.
Ho provato ad argomentare, con scarsa abilità, su IlCorsaro: http://www.ilcorsaro.info/in-piazza/ichino-figlia-di-ichino-e-l-invasata-precaria-senza-nomet.html.
Data che la mia non è una posizione monolitica, sarei grato se, sentendone il bisogno, decidessi di risponderci (puoi contattarmi in privato).
Quoto l’articolo, e rincaro sun un punto: distruggiamo la retorica impolitica dell’egocentrismo individualista insito nella testimonianza personale, in quel consolatorio moralismo del perdente che si appunta come medaglietta tutte le mazzate subite per poter contrabbandare un poco di purezza una volta giunti testardamente (ovvero, sottinteso, con merito) alla meta. C’è chi le mazzate continua a subirle e alla meta, testardo o meno che fosse, non è giunto.
Di testimonianze abbiamo fatto una indigestione, in questi anni, quello che continua a mancare è la prospettiva, l’oltre, la visione di un orizzonte; continuo a muovermi in mezzo alle macerie, tra gli sguardi sbigottiti dei testimoni della propria miseria incalzante, continuo a sbattere la testa contro il muro deresponsabilizzante della narratività intesa come soluzione (lo racconto a x, e lui/loro risolverà/risolveranno la situazione), continuo a essere guardato come alieno quando parlo di organizzazione, quando, da non titolato, mi trova a spiegare a questi ultratrentenni plurititolati (quelli che come Chiara Di Domenico, ripetono il loro curriculum vitae prima di qualunque pronunciamento riguardo la situazione collettiva in cui sono immersi, come se esso offrisse appoggi all’enunciazione di una verità politica, come se esso stesso fosse garanzia del valore delle loro parole) quali differenze vi sono tra i vari mezzi di lotta che si possono utilizzare in relazione agli obiettivi che ci si pone (per loro esiste solo la lettera ai giornali e il ricorso alla magistratura, senza se, senza ma e indipendentemente da qualsiasi considerazione di fatto), quali sono le coordinate politiche entro cui si muovono le loro lagnanze e quanto, per logica meritocratica, meritino di subire se non sono capaci di ribellarsi.
Così, sommerso tra due generazioni di individui depressi dalla propria stessa impotente mancanza d’immaginazione politica (è come se avessero una parte del cervello mutilata, una roba da caso di Oliver Sacks), continuo a mangiare la mia bile e disprezzo profondamente il facile eroismo testimoniale e le medagliette che si appunta sul petto. Ma continuo a preferire la rabbia alla depressione (e ad ambedue l’immaginazione). Amen.
Aggiungo una cosa sulla meritocrazia: tutti questi piccoli ego alla deriva che si attaccano al curriculum cone se fosse l’ultima zattera galleggiante rimasta dal naufragio dell’individuo farebbero bene a cacciarsi in testa due cose:
1) che qualunque sia il curriculum, in genere siamo tutti pedoni sacrificabili, replicabili e sostituibili, non c’è merito che conta, quando quello che facciamo può benissimo essere svolto da altre migliaia di persone a seguito di un addestramento simile al nostro, è inutile menarsela, noi non lavoriamo in quanto Tizio Caio Sempronio, ma in quanto redattori, addetti alle pulizie, infermieri, amministratori delegati, lavapiatti, presidenti del consiglio, uscieri, papi, responsabili risorse umane…non in quanto individui, ma in quanto tipi umani, per dirla con Junger, e l’unica forma di merito è la nostra aderenza al tipo umano che rappresentiamo.
2) il curriculum, che per moltissimi di questi eroi della testimonianza è diventato imprescindibile legittimazione alla parole e sostegno a prova delle proprie affermazioni, qualunque sia l’argomento di cui parlano, non ci dice niente del merito col quale è stato conseguito, delle capacità del testimone di dire qualcosa di interessante, è una giustificazione non richiesta che presuppone una mentalità aristocratica (parlo perchè ne ho il merito, e ve lo dimostro prima di parlare), delega al mercato del lavoro e dell’istruzione il proprio diritto di parola, invece di fondarlo sulla performatività dell’atto linguistico stesso (e infatti raramente, e dico raramente solo per quel margine di errore che mi impedisce di dire mai, una testimonianza preceduta da curriculum è all’altezza del curriculum stesso nel proporre una visione della realtà di cui testimonia).
Sono d’accordo con Christian. Non si parla di meriti in un paese dove regna la disuguaglianza, la corruttela, le clientele, i familismi, i corrotti. Un paese di poveri e precari, di esodati, di giovani e non più giovani senza lavoro , nè pensione, nè reddito.. Di scuole private, i cui studenti sono curati, mentre nella pubblica sono 30 per classe. Di poveri,mal pagati ricercatori, Dove si parla di sogni e furbizia. Di giochi per distrarre gli eterni fanciulli, di circenses, auto sempre più cool. E mai di vita , di ‘cura”, in senso femminista, E tutto parte solo e sempre dal centro, O forse quella S di recente memoria voleva dire SOGNO e non SINISTRA? Cominciamo a fare un fronte di opposizione per la giustizia sociale. Rendiamo questo popolo, un popolo di cittadini o, e non plebaglia. Manca la Sinistra, si può fare opposizione, far rivivere lotte e ribellione, noi che non abbiamo fatto neanche la rivoluzione borghese, come Francia o Cronwell.. l’opposizione è necessaria alla dialettica, per avere un modello di Sinistra, un nuovo modello.
Ricreiamo la sinistra, diversa, ma Sinistra. What-else?
Christian, forse sarebbe interessante inserire qui il tuo ultimo articolo del Manifesto su Le maschere di Renzi Grillo e Berlusconi.