Pubblichiamo, ringraziando editore e autrice, un estratto dal libro di Giorgia Sallusti A Tokyo con Murakami, uscito per Giulio Perrone editore.
Sentieri
A Shinjuku, davanti al ristorante Nakamuraya in cui Tengo e Fukaeri si incontrano per la prima volta in 1Q84, c’è la libreria Kinokuniya dove proprio Tengo compra alcuni libri in attesa dell’incontro. La libreria è là dal 1927, anche se Kinokuniya ora è una catena presente in tutto il Giappone. Non ha cominciato dai libri, la ditta Kinokuniya, all’epoca commerciava in legname e carbone a Yotsuya, una piccola area di Shinjuku, ma dopo il Grande terremoto del 1923 l’allora presidente Tanabe Moichi spostò l’attività e quattro anni più tardi aprì la libreria con uno staff di cinque librai. Il nome completo, Kinokuniya Shoten, significa «libreria della provincia di Kii» come tributo al lungo servizio della famiglia Tanabe al ramo di Kii della famiglia Tokugawa in tempi piuttosto remoti. L’edificio brucia nel 1945 durante i bombardamenti alleati su Tōkyō, ma nel dicembre dello stesso anno la libreria già riapre le sue porte. Nel 1964 conta nove piani e due seminterrati.
Ma il mondo dei libri non è mai soltanto una bolla romantica: nel 2016 i sindacati denunciano al Ministero del lavoro pratiche discriminatorie nei confronti delle donne che lavorano alla Kinokuniya fin dal momento della loro assunzione. Inoltre, la società che controlla le librerie possiede anche l’edificio Kinokuniya del centro commerciale Japan Center di San Francisco, in California, e si è attirata critiche per aver continuato a far pagare per intero l’affitto agli inquilini durante la pandemia, mettendo a rischio le attività commerciali nella storica Japantown della città.
Questa Kinokuniya, proprio fuori dall’uscita est della stazione di Shinjuku, tra la decina che ce n’è a Tōkyō, è frequentata dal protagonista di La ragazza dello Sputnik, che compra qualche libro prima di andare al cinema a vedere un film di Luc Besson. E ancora questa libreria è il posto dove Murakami compra un po’ di carta e una penna stilografica per cominciare il suo mestiere di scrittore dopo l’epifania allo stadio, come racconta nell’Arte di correre.
Per trovare tracce di Murakami tra i libri, bisogna muoversi nella città. Dietro l’angolo del secondo Peter Cat, quello di Sendagaya, sorgeva una libreria che esiste ancora oggi, Book House Yū, e che è là da cinquant’anni. I coniugi Murakami compravano alla Yū libri e riviste, e oggi vi si trova una scaffale dedicato a i libri dello scrittore con le etichette disegnate a mano di suo pugno.
Libri, biblioteche e librerie sono importanti per Murakami Haruki, perfino all’interno dei suoi libri. La strana biblioteca è un abisso in cui perdersi e forse anche morire, ma la biblioteca Kōmura è il rifugio di Tamura Kafka, tra le cui mura affronta la lettura dell’opera omnia di Natsume Sōseki e dove alla fine si ritroverà ad abitare. Il nome che si è scelto scappando da Tōkyō tradisce già il suo afflato da lettore. Come dice lui stesso: «È da quando ero piccolo che ho questa abitudine di ammazzare il tempo in biblioteca. Per un bambino che non vuole tornare a casa, non ci sono molti posti dove recarsi».
Come ricorda Giorgio Amitrano nel suo saggio Books Within Books: Literary References in Murakami Haruki’s Fiction, Murakami non è soltanto uno scrittore. Nel 1981 comincia la sua attività da traduttore, svelando un amore per la letteratura americana che non si appannerà mai. In un discorso tenuto a Berkeley nel 1992, lo scrittore giapponese confessa di aver subìto poco o punto l’influenza della letteratura giapponese, preso com’era dalla ricerca di una lingua «nuova» e più aderente all’idea di scrittura che aveva in mente. Ecco perché i suoi scrittori sono Kurt Vonnegut e Richard Brautigan, Truman Capote e Raymond Chandler, e ancora J.D. Salinger e F. Scott Fitzgerald. «Mi sono innamorato degli scritti di Capote al liceo e leggevo sempre i suoi libri in inglese. Ero un bambino che amava leggere libri ma poiché i suoi scritti mi parevano così meravigliosi pensavo che non sarei mai stato in grado di scrivere. Non ho avuto il desiderio di diventare uno scrittore finché non ho iniziato a scrivere, all’età di ventinove anni», racconta in un’intervista sul Mainichi Shinbun.
Tōru in Norwegian Wood non smette mai di rileggere la sua copia di Il grande Gatsby, è l’unico motivo per cui stringe amicizia con Nagasawa. Fitzgerald è anche la prima traduzione di Murakami, a cui seguirà nel 1988 una raccolta di saggi su Fitzgerald impreziosita dalle traduzioni di altri due racconti.
Si può allora comprendere come la Biblioteca Murakami, anche detta The Waseda International House of Literature a Tōkyō, non sia una biblioteca qualunque. Celebra e trae ispirazione dall’autore giapponese e come lui abbraccia i suoi temi cari, la letteratura, la musica, l’arte, il teatro, la corsa e, di conseguenza, la condizione umana. La biblioteca riesce a rendere omaggio a Murakami creando allo stesso tempo un’atmosfera informale e visivamente sbalorditiva, degna di un’esplorazione immersiva. È stata aperta nell’ottobre del 2021 all’interno del campus principale dell’università Waseda, che ha visto Murakami tra i suoi studenti qualche decennio fa.
Lo scrittore ha donato a questa piccola biblioteca migliaia di oggetti di valore, tra cui rare prime edizioni, manoscritti (davvero scritti a mano), corrispondenza e dischi. L’edificio è un gioiello d’architettura progettato da Kuma Kengo, nel suo stile peculiare che mescola design innovativo, architettura tradizionale e materiali locali. La biblioteca riflette attraverso la sua struttura i movimenti ricorrenti nei libri di Murakami: spazi comuni per conversare, angoli privati per una lettura tranquilla, e persino una sala per l’ascolto dei dischi e un bar gestito da studenti, chiamato Orange Cat, per il comfort quotidiano di musica e caffè. La Biblioteca Murakami conta più di tremila libri sui suoi scaffali. Una galleria mostra i lavori dello scrittore a cui è dedicata, tradotti in cinquanta lingue, e si riescono a individuare molte prime tirature. I visitatori e i lettori possono leggere sedendosi comodamente sulle sedie recuperate dal Peter Cat, il bar di Murakami Haruki e Yōko, circondati da installazioni e pezzi d’artigianato creati per i film tratti dai libri. Come Tamura Kafka passava i pomeriggi in biblioteca ad ascoltare dischi, anche qui ci si può accomodare nella sala d’ascolto a spulciare tra le migliaia di album donati dall’autore e pescati dalla sua collezione eclettica di musica, che include – non ci sorprende – jazz, classica, rock e pop. Il pianoforte nella sala arriva direttamente dal club di Murakami, dove era usato per le performance live. Ovviamente piatto e casse sono nelle perfette condizioni che richiederebbe un audiofilo appassionato come Murakami. D’altra parte, come dice Ōshima a Kafka in ammirazione del sound system nella biblioteca Kōmura: «Il nostro paese ha tanti problemi, ma in fatto di tecnica siamo forti». Il motto della biblioteca – «Esplora le tue storie e dai voce al tuo cuore» – dimostra che i libri accumulati all’interno non sono soltanto un sacrario un po’ ammuffito per i fan dello scrittore, ma un punto di partenza per l’espressione di sé, della letteratura e del dialogo tra le arti.
Libri e gatti vanno d’amore e d’accordo negli scritti di Murakami. Nel quartiere di Jinbōchō, famoso per le sue librerie, si trova un posto che sembra la sintesi di questo sentire: la libreria Nyankodo, specializzata in libri sui gatti. Da ogni parte ci si giri, un gatto ci osserva. I felini sono ovunque, dal logo della libreria si propagano sulle mensole occupando copertine, titoli, illustrazioni. Ogni pagina sfogliata contiene un gatto. La libraia, Anekawa Yūko, ricorda come Nyankodo sia nata da un angoletto dedicato ai gatti all’interno della libreria omonima di famiglia, la Anekawa. Nel 2010 la libreria attraversa un momento molto duro, i motivi sono i soliti: la crisi dell’editoria, l’aumento delle vendite online sono un duro colpo per le librerie indipendenti. I clienti diminuiscono in modo drammatico.
Il signor Anekawa pensa di vendere, ma prima di farlo tenta un esperimento, e chiede alla figlia Yūko: «Sarebbe possibile mettere su uno scaffale interessante che attiri le persone, indipendentemente dal fatto che venda o meno?». Dopo qualche missione di ricerca nelle librerie del quartiere, decidono di puntare sui gatti. Non hanno i mezzi per competere con le grandi librerie di Jinbōchō, perciò un tema di nicchia, riconoscibile, è l’unica arma su cui possono puntare. Nel 2013 nasce perciò Nyankodo, un totale di quattro scaffali nell’angolo; i clienti hanno seguito i miagolii dei libri e si sono moltiplicati, e oggi la libreria festeggia i suoi dieci anni e molti scaffali in più.
Nel trentacinquesimo anno dell’èra Meiji, ovvero il 1902, apre i battenti sempre a Jinbōchō la libreria Kitazawa, per rifornire di libri l’università e le biblioteche di Tōkyō. Dal 1935 i librai di Kitazawa si specializzano in libri occidentali, libri rari e vecchie edizioni, seguendo sempre, come dicono loro, il motto della libreria: «gentilezza e onestà». La libreria offre adesso al lettore che voglia sfogliarne le pagine circa dodicimila libri usati.
Ancora più antica è la Maruzen Marunouchi, fondata nel 1869 proprio a un anno dalla proclamazione della nuova era. Si trova a Chiyoda, non lontana dal Palazzo imperiale, e più che un libro o un autore ha reso famoso un piatto. Il «riso Hayashi» è un piatto casalingo cucinato non di rado dalle famiglie giapponesi: si tratta di carne di manzo affettata, funghi e cipolle, cotti in un denso brodo demi-glace e serviti sul riso cotto alla giapponese. È considerato un comfort food e la sua popolarità deriva dal suo creatore (così si dice) Hayashi Yūteki, il fondatore della libreria Maruzen. Nella caffetteria al terzo piano del Maruzen Building leggiamo sul menu: «Secondo un brano nei registri di Maruzen degli ultimi cento anni, a un certo punto alla fine del periodo Edo o all’inizio del periodo Meiji, ogni volta che gli amici venivano a trovarlo Hayashi usava qualunque carne o verdura avesse a portata di mano per preparare uno stufato che serviva loro con riso. La gente lo chiamava “riso Hayashi”, un termine che cominciò a diffondersi anche nei menu dei ristoranti».
Talvolta in tutto quel mare di carta, in una libreria o in una biblioteca, non è facile capire quale sia il confine tra realtà e narrazione. Prendiamo Koyasu in La città e le sue mura incerte, sembra sempre in una terra di mezzo tra ciò che esiste e ciò che sembra irreale – fino a svelarci la maschera dello scrittore: il ragazzino col parka verde e il sottomarino giallo disegnato (ecco che ritornano i Beatles) che legge sempre un libro, è chiamato solo M., un’iniziale che ricorda il Murakami ragazzo che in bicicletta raggiunge la biblioteca cittadina di Nishinomiya per chiudercisi dentro a leggere. Il pittore che nell’Assassinio del Commendatore sente vibrare una campanella nell’oscurità notturna della foresta sembra immerso nel racconto fantastico Un legame che dura due vite, contenuto nei Racconti della pioggia di primavera di Ueda Akinari, tanto che Menshiki che vive dall’altra parte della valle glielo rammenta. Sono solo storie ovviamente, storie che ogni autore può piegare come gli fa comodo per raccontare la propria weltanschauung, «la visione particolare del mondo che Ueda Akinari aveva raggiunto alla sua veneranda età – chiamiamola pure una visione cinica». Murakami non è così cinico, e nell’ultimo romanzo i personaggi sono i due contrappesi all’equilibrio che mantiene in piedi la storia, Koyasu la saggezza e il ragazzo col parka l’innocenza.
È l’esitazione del protagonista, e forse di tutti i suoi protagonisti, che spinge il romanzo in avanti verso il flusso degli accadimenti che sembrano avvicendarsi in un eterno presente. Forse è per questo che Nagasawa si fida solo di scrittori morti da almeno trent’anni. «Non vorrei sciupare del tempo prezioso leggendo opere che non hanno ricevuto il battesimo del tempo» fa dire Murakami al bullo Nagasawa in Norwegian Wood, proprio lui che ha sempre scritto per i propri contemporanei.
Nasce a Roma all’inizio degli anni Ottanta. Yamatologa, femminista, bibliofila ma soprattutto della Roma, è libraia e titolare di Bookish, una piccola libreria indipendente a Montesacro. Scrive e parla di libri con chiunque non riesca a fuggire in tempo.
