Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro Il centravanti e La Mecca, a cura di Rocco Bellantone, uscito per Paesi Edizioni.
di Davide Vannucci
Tra i presunti gulenisti, un mandato di cattura era stato emesso anche nei confronti di Hakan Sukur, ex centravanti dell’Inter e leggenda della nazionale dai tempi dello storico terzo posto al Mondiale nippo-coreano del 2002. Eppure, guardando una fotografia pescata nel passato dell’attaccante turco, un simile destino sarebbe stato difficile da immaginare. Nella foto ci sono Hakan Sukur, lo sposo, ed Esra Elbirlik, la sposa. L’altro, il celebrante, stringe in mano il microfono ed è vestito con un’improbabile tunica rossa: si tratta di Recep Tayyip Erdogan, ambizioso sindaco di Istanbul. Il quarto, un ombroso personaggio che guarda la scena con tono dimesso, è il testimone di Hakan, Fethullah Gülen, un chierico sunnita influenzato dalle idee del curdo Said Nursi, il cui sufismo lo aveva spinto a promuovere un’apertura dell’Islam alla modernità.
Gülen aveva creato un’organizzazione, Hizmet, in grado di aprire un network di scuole in tutto il Paese per sostenere il suo progetto. All’epoca – siamo nel 1995 – Hakan è una gloria in Turchia. È il simbolo del Galatasaray, che cinque anni dopo porterà addirittura a conquistare una storica Coppa Uefa, battendo in finale ai rigori l’Arsenal di Arsène Wenger. Il matrimonio, però, è un fallimento e dura poco più di quattro mesi, dopo i quali Esra torna a vivere dai propri genitori. Uno scacco parallelo al primo tentativo di imporsi in Occidente: nella stessa estate del ’95 Sukur decide di uscire dalla sua comfort zone e accetta la proposta del Torino. Gli esiti sono disastrosi: appena cinque gare e una nostalgia di casa che non lo abbandona mai. Sembra che i poteri di Hakan si smarriscano quando non indossa la maglia del suo Gala o della nazionale. Tornato a Istanbul, riprende a segnare come un cecchino. In Turchia nessuno lo discute, ma il sentimento di rivalsa verso l’Europa non si placa, così decide di concedersi una seconda chance, prima con l’Inter – stagione 2000-2001, al timone c’è Marcello Lippi, che dopo una giornata di campionato si dimetterà e verrà sostituito da Marco Tardelli – poi con il Parma. L’ultima tappa del grand tour europeo è l’Inghilterra, con la maglia del Blackburn Rovers.
Tutti questi tentativi si risolvono in un fallimento. La Turchia vuole l’Europa, ma l’Europa non vuole la Turchia: la parabola di Hakan sembra quasi il simbolo di questa integrazione mancata. Lontano dal Bosforo, il suo destro si infiacchisce, e il suo volto spaesato si perde tra le brume inglesi, le nebbie emiliane, le notti spente di Milano. Solo con la maglia della nazionale ritrova vigore e fiuto del gol. L’anno da segnare sugli almanacchi è il 2002, con il terzo posto alla Coppa del Mondo in Corea del Sud e Giappone. Il Mondiale di Sukur non è entusiasmante, ma il successo di squadra è indiscutibile, e l’unica rete che mette a referto, nella finalina contro i coreani, è, a suo modo, storica. Viene segnata dopo meno di undici secondi, un record difficilmente superabile in un match di Coppa del Mondo. Sukur torna al Galatasaray e lascia il calcio giocato a 36 anni, poi decide di entrare in politica. Nel giugno 2011 viene eletto deputato per l’Akp dell’allora premier Erdogan, ma continua a mantenere stretti rapporti con Gülen, che nel 1999 si era auto-esiliato negli Stati Uniti, in Pennsylvania, e aveva allargato il suo network secondo una prospettiva gramsciana: conquistare l’egemonia nella società per raggiungere tutti i gangli del potere. Hakan si trova invischiato nella rottura tra i due leader, anno domini 2013.
A dicembre una serie di operazioni della polizia anti-corruzione colpiscono alcuni membri dell’Akp, tra cui i figli del ministro dell’Economia e di quello dell’Interno. Erdogan reagisce. Gülen, con le sue scuole e i suoi giornali, aveva aiutato il premier nella battaglia per liberare il governo dalla tutela dei militari, custodi della tradizione laica di Ataturk, ma adesso i due sono rivali. Il chierico viene accusato di essere l’eminenza grigia, il demiurgo di uno Stato nello Stato con diramazioni nelle forze di polizia e nella magistratura. Erdogan fa chiudere le scuole dell’imam, rimuovere funzionari di polizia e magistrati, arrestare i direttori dei giornali gulenisti. Hakan lascia l’Akp per raggiungere il gruppo degli indipendenti. Secondo la sua versione, è proprio questo l’inizio dell’incubo, per lui e per la sua famiglia (Esra, dopo il fallimento matrimoniale, è morta nel 1999 nel terribile terremoto che ha martoriato la Turchia e Hakan si è risposato con una donna da cui ha avuto tre figli). Entra nel mirino dei gruppi nazionalisti, che non perdonano le origini albanesi dei suoi genitori.
Nel 2015 decide di fuggire in California, dove compra alcune quote di una caffetteria che un amico sta per aprire a Palo Alto. Ottiene un visto da investitore e fa arrivare dalla Turchia moglie e figli. Ma la sua vita non ha pace. Nel 2016 viene accusato di offendere Erdogan sui social media e processato in contumacia. Poi il tentativo di colpo di Stato di luglio dà la stura alle purghe di Erdogan. Tutti i sospettati di simpatie guleniste finiscono nel mirino: 120 mila persone perdono il lavoro, 60mila vengono arrestate. Ad agosto il capocannoniere nella storia della nazionale turca – 51 reti nel carniere – è il destinatario di un mandato di cattura per associazione terroristica. Anche i soci del Galatasaray votano per l’estromissione dal club di Sukur e dell’ex compagno di squadra Arif Erdem, un altro dei protagonisti della Coppa Uefa 2000. Hakan potrebbe sistemare tutto rinnegando Gülen, ma non lo fa. Il padre viene arrestato in una moschea ad Adapazari, sempre con l’accusa di essere un golpista. Negli Stati Uniti Hakan è uno dei tanti. Un servizio dell’agenzia statale turca Anadolu cerca di «mascariare» la sua immagine. Descrive la dolce vita americana del «traditore»: una casa lussuosa, tre automobili di pregio. La caffetteria di Palo Alto è presentata come un covo di golpisti. Il reportage del New York Times è decisamente più sobrio. Parla di un uomo mesto che serve polpette, menemen e tartine di avocado, gioca a calcio vicino al quartier generale di Google, e rimpiange la patria assieme all’amico Enes Kanter, all’epoca centro dei New York Knicks, come lui accusato di simpatie guleniste e quindi di terrorismo. Confessa che gli è stato proposto di tornare a casa, a patto che abbandoni le critiche contro Erdogan. Ripete che la luce segue sempre le tenebre, e che la sua Turchia uscirà dal tunnel. Progetta di creare un’accademia dedicata allo sport, con il sostegno di investitori internazionali.
Non è andata propriamente così. Nel gennaio del 2020 Hakan concede un’altra intervista, questa volta al giornale tedesco Welt am Sonntag. Racconta che in caffetteria entravano spesso personaggi sospetti, probabilmente agenti del governo turco. Si è sentito minacciato, tant’è che ha lasciato il lavoro e adesso fa l’autista per Uber. Dice che tutte le sue proprietà, i suoi affari, i suoi conti bancari in Turchia sono stati congelati. «Non ho più nulla, Erdogan mi ha preso tutto: il mio diritto al lavoro, la mia libertà d’espressione». A ottobre 2021 conferma gli stessi concetti in un colloquio con la Gazzetta dello Sport: «Erdogan mi aveva chiesto di entrare nel suo partito perché così avrebbe avuto più voti. Poi, solo perché non condividevo le sue idee e la piega del governo, mi ha trasformato in un nemico pubblico». Rivela di essere stato vicino alla Juve e commenta il silenzio dei calciatori turchi sulla sua condizione: «Se qualcuno prendesse posizione, non potrebbe un domani tornare a giocare in Turchia, perché tutto, dai club alla Federazione, è controllato dal regime». In patria l’ex centravanti del Gala è oggetto di una damnatio memoriae: nel documentario che Netflix ha dedicato a Fatih Terim, non c’è traccia del Toro del Bosforo, una rimozione non casuale. Nell’intervista alla Gazzetta, però, Hakan non si perde d’animo e non disconosce la propria fede, anzi sostiene che attraverso la pandemia Allah ci ha mandato un messaggio, quello di non tralasciare nessuno, «soprattutto chi è perseguitato». Sukur ripete che la democrazia tornerà nel suo Paese. Ma intanto tra Turchia e Occidente il fossato è sempre più largo.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente
