Questo testo è uscito nella rubrica Italia, amore sul numero di marzo di Rolling Stone.
di Marco Mancassola e Christian Raimo
MM. Un paio di mesi fa, poco prima di Natale, andai allo Sperm Donor Christmas Drinks Party. Nei giorni precedenti ero stato al brindisi di fine anno del mio club di corsa, a quello con i miei editori inglesi, e a quello dello shop dove ogni tanto lavoro. E ora, ero al party natalizio per i donatori della principale banca del seme di Londra.
C’era una trentina di altri uomini, in una saletta al piano superiore di un pub. La maggior parte fra i trenta e i quarant’anni, facce da bravi ragazzi cresciuti (nessun freak troppo strano, il processo di selezione è rigoroso). Anche se la sola cosa in comune, in fondo, nessuno poteva dimenticarlo mentre sorseggiavamo i nostri drink, mentre chiacchieravamo delle nostre rispettive carriere, era il fatto di visitare una o due volte alla settimana una banca del seme in Harley Street. Ritirarsi in una delle stanzette apposite e fare il proprio dovere di donatori. Essere impegnati nel processo di aiutare coppie o donne single desiderose di procreare, e al tempo stesso in quello di vivere la vertigine, atavica e molto maschile, di trasmettere i propri geni, spargere il proprio seme. Senza neppure dover diventare padri effettivi. Riprodursi – la pura vertigine del riprodursi.
“Si può sapere perché lo fai?” mi aveva chiesto un amico proprio pochi giorni prima. “Perché questo bisogno di contribuire a far nascere altra gente? Siamo già troppi, siamo una peste, e chiunque nasca adesso ha buone possibilità di crescere in un mondo che somiglierà sempre più a un inferno.” Ha un’indole un poco apocalittica, quell’amico. E il fatto è che in fondo, in un certo modo, sono d’accordo con lui. Posso essere anche più estremo del mio amico, quando si tratta di sentimenti apocalittici.
Una domanda abbastanza simile mi riecheggiò in testa la sera della festa dei donatori, quando uno degli altri uomini iniziò a farmi domande sul mio lavoro. Aveva un paio di occhi agili dietro le lenti degli occhiali. E più quell’uomo ascoltava le mie risposte, più si poteva leggere in quegli occhi la domanda: perché scrivi libri, se sei così pessimista rispetto ai destini dell’editoria? Perché farlo, se hai così poca stima degli intellettuali, così poca speranza nella lingua ormai del tutto marginale in cui scrivi?
In fondo, chiedersi perché uno scriva libri nel mondo di oggi non è molto distante dal chiedersi perché uno contribuisca a far nascere altri bambini. Non è soltanto per la vecchia idea di lasciare un’eredità, traccia di sé. Sono lontani i tempi in cui si scriveva per diventare immortali, e credo siano passati anche i tempi in cui si facevano figli per lo stesso motivo. Credo che di mezzo ci sia però ancora la speranza, o forse l’illusione, di far nascere qualcosa che, sia fatto di parole e storie oppure di realissima esperienza umana, possa schiudere un seme di bellezza. Una bellezza fragile e contrastata e sofferta che forse, chissà, nonostante tutto, in qualche modo che ancora non sappiamo, sarà salvezza. In qualche modo sarà redenzione.
CR. Cosa vuol dire essere padri oggi? Per rispondere devo fare un superspoiler, mi spiace. Ma il momento più illuminante che ho visto quest’anno è una scena alla fine dell’ultima puntata dell’ultima stagione di Breaking Bad. (Vi sto avvertendo). Il protagonista, Walter White – marito e padre modello diventato cuoco di metanfetamine nel momento in cui si è scoperto malato di cancro e da lì in poi sprofondato in una discesa nel mondo del crimine che lo ha portato a essere ormai latitante, spacciato, ricercato per omicidi plurimi e altri reati – torna a casa per un brevissimo incontro intimo dalla moglie Skyler. Lei non lo vuole più nella sua vita, ma gli concede cinque minuti; lui le ha urlato, non si sa quante volte, in non si sa quante puntate, che tutto il male che ha fatto, i crimini che ha compiuti li ha fatti “in nome della famiglia”, per lei, per i loro figli. Ora ha la barba, i capelli arruffati, è quasi irriconoscibile, Ma sembra sincero come non lo è mai stato per tutte le cento puntate, e di fronte alla moglie ammette: “Skyler, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per me, mi piaceva”.
Si scopre allora la potenza con cui Vince Gilligan (il creatore della serie) è riuscito a riraccontare, in una specie di mash-up degno del miglior Joyce, due dei miti più importanti della storia dell’Occidente, quello di Ettore e quello di Ulisse. Dopo mille peripezie, WW finalmente è tornato a casa, anche se è lacero e allo stremo (come l’uomo dal multiforme ingegno). Nel momento in cui ammette che non l’ha fatto per la famiglia ma per sé, in realtà – il rovesciamento delle parole – sta anche mostrando invece che l’ha fatto per la famiglia, e che ora morente sta facendo l’ultimo sacrificio: solleva la figlioletta (come Ettore con Astianatte), e poi lascia la casa, sua moglie l’ha forse finalmente capito e lo guarda con occhi riconoscenti. La famiglia è salva, Skyler avrà l’eredità, il suo impegno nel mondo è compiuto, WW può passare il testimone.
Nel tempo dell’evaporazione del padre, dei padri assenti e fragili, Walter White, un criminale, apparentemente luciferino, ma di un’intelligenza fuori dal comune, è stato per me un esempio di cosa vuol dire lasciare una traccia, essere un padre, andare incontro al proprio destino. Seppure in modo calamitoso, tutto questo WW l’ha fatto. Ma del resto quale padre non è disastroso? Non lo è Ulisse, assente per vent’anni da casa, sedotto da Circe e Calipso, incapace di resistere alle Sirene se non legandosi a un albero? Non lo è Ettore che Andromaca cerca fino all’ultimo di convincere a desistere dalla battaglia, per non rendere orfano Astianatte? Quando ho finito di vedere Breaking Bad, ho ripensato a un libro che ho letto, Il gesto di Ettore di Luigi Zoja, e a un film che ho visto, Biutiful di Alejandro Inarritu. E ho capito come sia davvero complicato diventare padri oggi, che abbiamo o non abbiamo figli biologici. Perché diventare padri non ci viene richiesto. Perché il nostro è un tempo buffo, un tempo che crede alla contingenza, e essere padri vuol dire invece opporsi alla fugacità del tempo. Perché il nostro tempo ci dice che di questa terra siamo i padroni, e essere padri significa invece avere una sapienza che stentiamo a riconoscere: quella che lega i morti ai vivi.
Buona festa del papà.
Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

Bello, ma ora per i due soggetti la detenzione prolungata sarebbe la pena più mite.
Uno per aver scritto su MM faccie con la i e l’altro per aver spoilerato BB.: roba da galera, appunto.
“Cosa vuol dire essere padri oggi?”.
Provaci e lo saprai!