di Federico Pevere

La riconoscenza non esiste in natura,
è dunque inutile pretenderla dagli uomini.
Cesare Lombroso

Cosa vi è successo quando l’uomo dietro il romanzo è diventato l’uomo davanti, dentro al romanzo, ve lo ricordate cosa facevate quel giorno – eravate in coda? E se col tempo il suo corpo diventasse esso stesso il suo romanzo – vi tocchereste per sentirvi vivi? E ancora, se va a finire che invece del romanzo rimane solo l’uomo, solo il suo corpo fatto di testa e dell’aria che muove e tutti rincorrono inutilmente di lunedì sera a Milano, è fine marzo e si entra d’estate e si esce che è inverno e freddo su di noi, a chi addossare la colpa di questa mitizzazione, sparizione, o che altro? Finisce che è di Carrère e che noi, noi che lo guardiamo senza ascoltarlo sappiamo solo di banale conseguenza.

L’occasione è la presentazione di V13, il nuovo libro che tutti aspettavamo da tempo – sui fatti terroristici di Parigi nel 2015 – assomigliante come è, nella carta e nella sostanza, a L’Avversario. Ora. Sappiamo tutto di lui e quindi l’esercizio, nell’ora di coda davanti al Piccolo Teatro, di immaginarlo scade subito nell’ovvio – sappiamo cosa aspettarci, nessuna invenzione. Ognuno dei presenti ha vaghi ricordi di due o tre pose che lo caratterizzano irrimediabilmente, non serve l’Eugenio Baroncelli a dirci che non ha il gusto per l’estremo di un Houellebecq, che è docilmente più subdolo, sottopelle. Che lavora di sottrazione, tutto va scheletrizzato, meno fai più sei. Ce lo aspettiamo.

Non funziona nemmeno l’esercizio di cercare e ritrovare nei suoi lineamenti, nelle pieghe del suo corpo, tra le rughe ammalianti a cornice sul suo viso, il perché delle sue parole, quei solchi così affettati – nulla da fare. Pensiamo che è stato lui a scopare a tradire a piangere e pentirsi e a viaggiare a ritroso, ad ascoltare innanzitutto – e l’amore in penombra a collare il tutto; a raccontare comprendendo il peggio dell’uomo, a scavare la terra al posto nostro e solo mostrarci le mani sporche. E come da bambini, dopotutto noi adulti quando diventiamo adoranti siamo bambini, no? – quando ce lo troviamo davanti e non vi è nessuna parola scritta a mantenere le distanze, lui che non sa cosa sia la distanza: ecco che lo ammiriamo, nessuna accezione positiva, dimenticandoci di capire e di ascoltare, escludendo il mondo che appena conosciamo, siamo dei bambini, di nuovo.

Carrère è vestito da Carrère, immerso in una scenografia preesistente come le sue storie che è fiaba e apocalisse assieme, gli alberi si attorcigliano, calano sulle loro teste, sanno di presagio. Le mani se non gesticolanti sono aggrappate che sia alla sedia o l’un l’altra conta poco, sanno di incatenate. Lo sguardo è fisso davanti a sé, la vita davanti a sé, non concede nulla ai suoi lati. Non alza gli occhi al soffitto, non si abbassano a tradire Carrère. Non sorriderà mai. Se lo vedessimo seduto in attesa di pagare la sua bolletta una volta a casa, penseremo all’odiosa monocromia di quell’uomo riflessivo e svuotato che porta l’inverno con sé, capace solo di trasudare il suo passato così sbagliato e di cui lentamente si fa una ragione. Ce lo dimenticheremmo una volta venuta la sera, quell’uomo. É solo colpa quell’uomo, nient’altro.

Non si tradisce nemmeno di fronte alla gaffe di essere chiamato Jean-Claude Carrère. Tutti ridono, che lapsus. Lui no, finge di non capire, capisce perfettamente l’italiano. Se sorridi ad un bambino finisce che sorride pure lui. Carrère non è un bambino. Non cerca la via più facile, la battuta risolutoria, scaccia-tensione. Che è quello che fa Daria Bignardi citando la postfazione del vicedirettore de L’Obs e che Carrère smentisce – chi ha ragione, chi scrive o chi abbiamo davanti nella sua glacialità da chirurgo in pensione? Ha ragione Carrère. Il pubblico è eterogeneo e intransigente – e in quest’ultima cosa ha un po’ del suo autore preferito. C’è la sciura milanese – prima fila in galleria e seduta di sguincio, come se volesse azzannare il vuoto davanti a lei – che dopo un paio di colpi di tosse programmati altrui come a sottolineare che la Bignardi si stava allungando, esplode in un “ma fallo parlare”, per poi imprecare sola. Se ne andrà prima della conclusione dell’incontro, ma non per accaparrarsi i primi posti per il firma copie – altro incubo per i 900 presenti, un’altra coda infinita.

Carrère racconta e racconta ma si ha come la sensazione che il punto sia: Carrère in quei mesi non ha vissuto. Si svegliava alle 5 di mattino per copiare in bella copia gli appunti del giorno prima, poi andava al processo, tornava sfinito verso sera. E i presenti vogliono esattamente questo da Carrère. La sua immersione nelle colpe, che siano sue o altri che importanza potrà mai avere ormai. Interessa chi era Carrère in quei mesi, cosa faceva. Faceva quello che leggiamo. Non ha vissuto, ha rischiato di perdersi, ce lo racconta senza raccontarlo. Che sia l’elettroshock, il processo del secolo o un dissidente nazicomunista che importanza può avere. Ma è come se ora operasse in levare, Carrère. Come se sottraendosi inevitabilmente finisse con l’esserci ancora di più. Ecco lo scatto che non ci aspettavamo, dopo L’Avversario, il farsi da parte lui che è sempre stato la scena, il centro, il tutto. E non è scontato per uno scrittore egoroico come Carrère.

Eppure lui non fa nulla per alimentare quell’io io io che non si cura del super io. Nessuna moina. Stoppa un applauso diretto alla Bignardi – dopo che la signora di cui sopra aveva dato in escandescenze – misura le parole, sembra quasi escludersi per mostrarsi ancora di più, una sorta di mi si nota di più se. Nessun odiatore per nessun odiatore, solo osanna. E tutti hanno, stringendo il libro ancora una volta rosso sangue, l’impressione sì di essere illuminati da Carrère, certo, ma che risulti quasi accecante delle volte la sua luce, il suo corpo ritroso e che immaginiamo scattoso se si dovesse muovere nel nostro mondo, la sua voce lenta e veloce assieme, minima ed esaustiva. Vera per tutti.

Ascoltandolo dal vivo rimbomba sempre una sua frase: “la sincerità che puoi mostrare nei confronti di te stesso, non hai diritto di infliggerla a nessun altro”. È subdola e lascia l’amore in bocca a tutti, inconsciamente o meno, ma non ad Elisa che arriva da Monza e ha gli occhiali spessi e parla con tutti in coda. Dice cose tipo una volta arrivata a casa mi faccio una minestra. Dice che si farà firmare la sua copia prima edizione in francese di Limonov. Che tra qualche anno varrà un sacco, dice. Non si capisce da cosa ma è accecata a modo suo da qualcosa – e questa sì che è in accezione positiva. Mi mostra la dedica, come lei e come noi tutti, Carrère non scrive “a” ma “per” e segue il nome. Sembra quasi che Carrère ci stia personalmente regalando il suo libro, dopotutto scrive “tutto alla prima persona, menando il can per l’aia e raccontando le cose in maniera un po’ sinuosa”. Elisa stringe la sua copia, saluta con la mano Carrère che non le sorride, potrebbe, invece la guarda negli occhi.

 

Condividi

1 commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

redazione@minimaetmoralia.it

Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

Articoli correlati