«Nessuno sa che farci con questi / abiti usati a parte amarli forse».

Grace Paley è morta nel 2007, nelle foto degli ultimi anni, con i suoi capelli bianchi corti, mossi e l’espressione dolce ma sempre determinata somiglia a mia nonna. Lei, mia nonna, aveva lo stesso modo di guardare verso la macchina fotografica, un po’ fiero, un po’ imbarazzato, un po’ che ci faccio qui, un po’ che volete da me. Paley e mia nonna poi somigliano entrambe alla donna seduta al centro del quadro “Persone” di Casorati. L’anziana che sorride tenera con le mani sotto al mento è Paley ed è mia nonna. Casorati la dipinse nel 1910, mia nonna aveva due anni, Grace Paley sarebbe nata dodici anni dopo. Per un cortocircuito affettivo sul mio tavolo, in questo momento, si trovano alcuni libri di Paley, una foto di mia nonna scattata pochi anni prima che morisse e – appesa sotto la finestra – la cartolina che riproduce il dipinto di Casorati. Le mie tre anziane della vita sono tutte qui e ci sono per una ragione: mi hanno portato una fetta di poesia anche se erano andate in cucina con l’idea di preparare una torta. Naturalmente, questo discorso sarebbe poco interessante se non ci fosse dell’altro: le poesie di Grace Paley raccolte in Volevo scrivere una poesia, invece ho fatto una torta (Sur, 2022, traduzione di P. Cognetti e di I. Zani) – verso dopo verso – somigliano a mia nonna, producono su di me lo stesso effetto che farebbe una carezza, un bacio, un rimprovero, un sorriso di lei da dietro gli occhiali, sorriso che non mancava nemmeno con l’arrivo della demenza senile. Questa suggestione, se vogliamo, non è conseguenza di un sentimento, ma l’effetto della letteratura su un particolare sentimento. La poesia riporta in vita una serie di cose, tutte quante molto belle.

[La parola stormire] / è una parola meravigliosa / ho tentato di usarla ma non ci sono riuscita / mi è squillata davanti in una poesia di Jane Cooper / adesso vivo tra gli alberi le fronde / i rametti e le foglie  soffia un vento leggero / ma la parola stormire mi è arrivata troppo tardi

Grace Paley è una delle mie scrittrici preferite, non ha mai scritto un romanzo ma tre raccolte di racconti (veri capolavori della letteratura del Novecento, ora in un unico libro: Tutti i racconti), numerosi saggi e un consistente gruppo di poesie che in Italia troviamo in due libri: Fedeltà (minimum fax, 2011, trad. Brambilla, Cognetti) e questo appena uscito nella collana Big Sur. Nella torta, cioè nel libro, scopriamo 41 poesie scritte da Paley nell’ultima parte della vita, quando il suo tempo si spendeva più in Vermont che a New York dove aveva quasi sempre vissuto.

Le poesie di Paley assecondano le stesse tematiche dei racconti, sono permeate dalla stessa sensibilità, arrivano da un modo di osservare denso e intenso. Sono i versi di una donna che è stata al centro della società civile, al centro della scena familiare; versi che colgono il passaggio da bimbo a adulto, da adulta ad anziana. Poesie che sanno far memoria e che sono capaci di riportare indietro i morti, perché sono rimaste alcune cose da dire, perché il ricordo non è una faccenda immaginaria, ma è tangibile. Paley scrive di alberi e case, di abiti consunti, con cui (e per cui) bisogna ancora fare qualcosa, scrive di affetti, di amori. Sa essere lucida e tenera, sa fare arredamento e sa sgomberare. Ha sempre prestato attenzione alle donne, alle loro storie, a ciò che avveniva nelle famiglie, nei condomini, nelle scuole, nei parchi. Ha prestato attenzione alla vita e l’ha raccontata. Se, nello spazio della storia breve, ha potuto procedere inventando una lingua unica (amata ad esempio da Philip Roth), fatta di suoni e colori, di rumori di stoviglie sciacquate, di porte sbattute, di letti sui quali litigare e fare l’amore, riducendo al minimo l’uso dell’aggettivo, del superfluo, del dettaglio in eccesso, nel campo della poesia è stata ancora più rapida – traducendo sulla pagina la rara forma di accelerazione mentale cara  a Brodskij – e ha saputo tenere più cose in pochi versi, lasciando fuori tutti gli aspetti che il lettore da solo (se la poesia funziona) può immaginare. Paley tocca il cuore, ti accarezza, ti tiene sveglio, ti ricorda che bisogna aver cura, che le cose accadono – belle o brutte – e noi esistiamo nel modo in cui reagiamo, le accettiamo. Lo faceva con i racconti, lo fa con le poesie. È un’autrice magica, non si può non volerne bene, ma l’affetto e l’empatia che proviamo per lei sono conseguenza – ribadiamolo – della sua maestria, del suo talento, della bellezza e profondità della sua scrittura.

Eccomi qua in giardino a ridere / una vecchia coi seni pesanti / e il viso gradevolmente segnato // com’è potuto succedere / oh be’ è quello che volevo essere // finalmente  una donna / vecchio stampo  seduta / cosce robuste aperte sotto / una gonna ampia  nipotino che mi scivola / su  e giù dal grembo  piacevole / sudore estivo // quello laggiù in fondo è mio marito / sta parlando col tipo del contatore / gli racconta la triste storia del mondo / che l’elettricità è petrolio oppure uranio / e così via  io dico a mio nipote / vai corri dal nonno  e chiedigli / di sedersi un momento accanto a me  che / di colpo sono sfinita dalla voglia / di baciarlo sulle dolci labbra saccenti.

Queste poesie di donne e di uomini somigliano a mia nonna, dicevo. Perciò, somigliano al nostro bisogno di stare bene in un dato tempo, alla necessità che abbiamo di tenere insieme il passato e il futuro, di essere profondi e leggeri. I versi di Paley diventano il nostro occhio che ci perdona gli sbagli, che sorride – socchiudendo la palpebra – davanti a ogni nostra piccola miseria e alla capacità di superarla, insita in ciascuno di noi. Paley ci porta in tavola una torta e a ogni fetta ci ricorda chi siamo, le sue poesie pare che siano in grado di misurare la nostra capacità di capire, di perdonare, di amare, infine.

La donna di Casorati mi guarda da sotto la finestra e io le leggo la poesia a pagina 23, che comincia così: «Un giorno nella vita della mia famiglia / io sono entrata nella lingua inglese», mia nonna, dalla piccola foto, sorride per la milionesima volta e – con lo stupore e la grazia che sono l’essenza di Grace Paley – mi dice: «Te si arrubate ‘a crema ‘n’ata vota».

 

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Autore

giannimontieri@minimaetmoralia.it

Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagione e Andrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia. Altre info qui: https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/

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