Torna a Milano Book Pride, la Fiera Nazionale dell’editoria indipendente. Si terrà dall’8 al 10 marzo presso il Superstudio Maxi (Via Moncucco, 35 – Metropolitana Linea M2 Famagosta) la manifestazione letteraria promossa da ADEI – Associazione Degli Editori Indipendenti, a cura di Laura Pezzino e Marco Amerighi. Tanti gli ospiti dall’Italia e dal mondo: da Björn Larsson a Naoise Dolan e poi Sally Bayley, Chiara Valerio, Francesca Coin, Juan Gomez Barcena. Tra loro anche Leonardo Merlini che insieme a Enrico Arioso terrà lo speciale incontro La lunga metamorfosi di Mister K. che celebra i cento anni dalla morte di Franz Kafka, una delle maggiori figure della letteratura del XX secolo, di cui abbiamo un estratto qui di seguito.

Il Castello

di Leonardo Merlini

 Per Nathan Zuckerman e Rufus Petrella

Per una serie di circostanze legate alla mia professione, delle quali qui non intendo parlare, anni fa entrai in possesso di alcune informazioni sull’esistenza di Libri segreti. Tra quelli che potei consultare – non molti, ma neppure così pochi – mi colpì in particolare un lungo testo inconcludente, ma di indubbio fascino e scritto con una certa perversione, attribuito a un tale Franz Kafka e intitolato Il Castello. Naturalmente nelle nostre enciclopedie e biblioteche non esisteva alcun autore con quel nome, ma ciò non mi scoraggiò e proseguii nelle mie ricerche battendo strade alternative. Grazie ad alcune persone conosciute durante la guerra, che avevo combattuto sul fronte orientale a stretto contatto con i servizi di intelligence russi, mi fu concesso di visionare, per poche ore al mese e sempre sotto stretta sorveglianza, una lista ben più vasta di titoli che, per quanto ci era dato sapere, non erano mai stati scritti e grazie a uno di questi fui in grado, nella primavera del 1948, che fu molto calda e secca, di scoprire che secondo un autore ebreo americano a Newark viveva un professor Franz Kafka, emigrato dall’Europa dell’est. Decidere di imbarcarmi su un transatlantico verso gli Stati Uniti fu quindi una scelta piuttosto impulsiva, che credo dia ancora la cifra di una certa ossessione, e per questo fu molto rapida. Così partii.

Il professor Kafka, secondo la mia fonte, sulla cui attendibilità non avevo alcuna certezza, trattandosi anche in questo caso di un Libro segreto[1], viveva nella zona più povera di Avon Avenue. Dovetti esaminare molti campanelli e sopportare altrettanti sguardi carichi di furtiva curiosità, ma alla fine lo trovai. Un nome scritto a mano, in piccolo, quasi clandestinamente: “F. Kafka”. In quel momento pensai che forse avrei dovuto accontentarmi di questo, essere arrivato fino a quell’angolo stanco d’America per avere una prova, per quanto labile, di qualcosa che non poteva esistere. Ma, forse per via di una non trascurabile parte di sangue argentino che mi scorre nelle vene, sangue riottoso a quanto si racconta dei miei avi, scartai rapidamente l’ipotesi e decisi di suonare, rischiando, naturalmente, di andare incontro a una delusione. Era l’8 luglio del 1948, poco prima delle cinque del pomeriggio.

Kafka era un uomo non troppo alto, non troppo magro, con orecchie interessanti e sguardo vigile. Non pulitissimo, viveva in una sola stanza presa a pensione da una signora molto anziana e sorda. Mi presentai come un giornalista che stava lavorando a un reportage sugli emigrati dall’Europa e lui, benché chiaramente perplesso per la mia visita e la mia motivazione, mi accolse con gentilezza, come qualcuno che, pur di fare quattro chiacchiere, non fa troppe domande personali al tizio che gli si siede accanto sudato su una panchina al parco verso sera. “Difficilmente sarà un assassino”, mi disse.

E poi, con un lampo brevissimo negli occhi, “e se lo fosse è probabile che abbia delle storie interessanti da raccontare”. Io sorrisi, pensando che quella potesse essere una traccia. Mi offrì da bere e parlammo del suo lavoro e dell’America, “una specie di grande teatro – mi spiegò Kafka abbassando la voce, quasi con pudore – nel quale ognuno è invitato a recitare se stesso”. Quella sera mi congedai che già si era fatto buio, senza fare alcun accenno al Castello o al fatto che lui potesse essere uno scrittore. Ma rimanemmo d’accordo di rivederci due giorni dopo, per pranzo, in un locale non lontano da casa sua.

Si presentò indossando un gilet blu scuro, con alcuni evidenti rammendi. Molti neri lo salutarono con quello che a me parve affetto, la maggior parte chiamandolo professore. Mi parlò del fatto che insegnare ebraico era, al tempo stesso, un atto necessario e inutile. Mi disse che la notte sognava Berlino e Vienna, città nelle quali ammise di non essere mai stato. Quando entrò nel locale la commessa di una vicina merceria, come si poteva dedurre dal grembiule che indossava, Kafka apparve molto confuso, si alzò facendo cadere il cappello e un paio di giornali che stavano appoggiati su un tavolino accanto. “Buongiorno Milena”, disse alla donna, che gli sorrise ancora, brevemente, prima di andarsene dopo avere consegnato un pacchetto al barista. Approfittando della sua confusione, doveva essere invaghito di quella signora, dedussi, gli feci la domanda. “Franz, lei è uno scrittore?”. Mi guardò come se non capisse. “Ha scritto dei libri? Per esempio uno intitolato Il Castello“.

“Sono solo un insegnante”, mi rispose. Ma io volli vedere un’ombra di tristezza nei suoi occhi, per cui insistetti.

“Ma scrive, anche se non ne parla a nessuno”.

“Lettere”, mi disse.

“Alla signora Milena?” chiesi, rendendomi subito conto di essere insolente, ma diedi la colpa alla guerra, che aveva cambiato molto il mio carattere.

Kafka arrossì. “Ho 65 anni”, disse senza apparente motivo. Poi aggiunse: “Anche a lei, sì, ma si tratta di lettere assolutamente rispettose…”.

“Non ne dubito, professore”, lo rassicurai. “E romanzi? Il Castello?”.

“No… da ragazzo a Praga… ma erano storie brevi, stravaganze giovanili, niente di serio”. Detto questo si alzò e fece per mettere mano al portamonete, ma lo fermai e pagai io il conto, che si rivelò essere decisamente economico. Sulla strada lo salutai e ci accordammo per rivederci la domenica successiva.

Tornato al mio alloggio trovai un telegramma. Parlava di nuove scoperte sul caso Kafka. Feci subito una chiamata intercontinentale e fui informato, ovviamente usando un linguaggio in codice che ancora, per quanto ne sapessi all’epoca, non era stato decodificato, dell’esistenza di altri Libri segreti attribuiti al nostro autore, intitolati Il Processo e La metamorfosi. Ebbi la sensazione che le mie fonti avessero da tempo questa informazione, ma che solo in quel momento avessero deciso che potessi esserne messo a parte. Chiesi un riassunto dei due libri e nel giro di qualche ora ricevetti un lungo cablogramma in tedesco, solo in parte reticente. Erano libri folli, pensai, libri decisivi. Dovevano esistere. Kafka doveva essere quel Kafka, mi dissi, oppure doveva diventarlo.

“Lei si occupa di agrimensura, Franz?”, gli chiesi quando ci reincontrammo davanti a una sinagoga. “Sogna mai di svegliarsi trasformato in un insetto gigante? È stato implicato in cause giudiziarie?”. Ero diventato troppo aggressivo, se fosse stato un interrogatorio di qualche presunta spia mi avrebbero allontanato e mi avrebbero fatto un rapporto negativo, me ne rendevo conto, ma non avevo più voglia di essere cauto.

“Mai avuto problemi con la giustizia, mai”, mi rispose, ma sugli altri argomenti non disse nulla, il che a me, ormai ossessionato, parve una conferma evidente.

“Mi parli di quel sogno”, dissi mellifluo.

“Come fa a saperlo… chi è lei” mi disse, e non era una domanda. Ma poi tornò a essere lo stanco professore di sempre, quello che i suoi alunni chiamavano “dottor Kishka“, ossia “dottor interiora” in yiddish, per via dell’alito cattivo.

“È solo un sogno – aggiunse rassegnato – un sogno che mi spaventa e al tempo stesso mi fa sorridere. Sarebbe una bella storia, ma nessuno ci crederebbe, meno che mai io”.

“Lei la ha scritta quella storia – gli dissi quasi gridando – e ne ha scritte altre. Guardi!”. Tirai fuori la mia copia de Il Castello e gliela mostrai. Sapevo che era un gesto pericolosissimo, ma decisi che ne valeva la pena. Kafka rimase immobile per qualche secondo. “Lo posso prendere?” mi chiese. Glielo porsi. “Non può tenerlo – gli dissi – ma se vuole può leggerlo restando accanto a me. Da quel momento per nove pomeriggi, tra le cinque e le sette, gli portai il libro nella stanza. Mentre leggeva non diceva nulla e alla fine me lo riconsegnava prima di chiudersi nella stanza da bagno. Io me ne andavo passando dalle scale antincendio.

Qualche settimana dopo ricevetti un altro telegramma, con l’indicazione di una cassetta di sicurezza in una banca di New York. Ci andai cambiando tre autobus e trovai una copia de Il Processo e una de La metamorfosi, che lessi nel corso di due notti febbrili. Ero sempre più convinto che quelle opere avrebbero cambiato la storia della letteratura, che avrebbero dato una scossa alla nostra società invecchiata e stanca, che avrebbero detto qualcosa che andava detto, esattamente in quel modo quasi incomprensibile. Il professore, pensai in un bagno di sudore, era un eroe moderno, e non lo sapeva. Mi parve una situazione intollerabile. Quella notte, contravvenendo a una lunga serie di regole, mi ubriacai e andai poi a letto con due prostitute irlandesi che, mi dissero, erano cugine di secondo grado.

Quando, dopo alcuni giorni di silenzio, mi presentai di nuovo alla casa di Kafka gli consegnai tutti i tre libri avvolti in carta oleata e me ne andai senza dirgli nulla. Non mi voltai, mentre risalivo Avon Avenue, ma sono certo che sia rimasto fermo sulla porta per parecchio tempo, respirando lentamente. Poco prima di mezzanotte mi telefonò. Non ricordavo di avergli dato il mio numero.

“Perché mi ha dato questi libri” disse.

“Li ha scritti lei, in qualche modo, forse in un’altra dimensione”.

“È come se avessero qualcosa di mio – ammise, con una voce metallica – ma… lontanissimo… Potrebbero essere miei, lo dico senza presunzione, mi creda, ma allo stesso tempo non lo potrebbero essere…”.

“Li scriva” gli dissi. “Li scriva ora”.

“Ma sono già scritti”.

“Non in questo mondo, e lei lo sa”.

Kafka rimase in silenzio, io cominciai a sentire una forte nausea.

“Non mi sento bene, devo riattaccare”. Ma rimasi immobile accanto alla cornetta.

“Dovrei copiarli” disse Kafka dopo un po’.

“Dovrebbe riscriverli. Sarebbe tutto uguale” mi fermai. “Solo un po’ diverso”.

“Diventerei quel Kafka?” mi chiese lui.

“Diventerebbe se stesso” gli risposi ormai seccato e con sempre più nausea.

“Buonanotte”.

“Buonanotte Franz” e riattaccai senza aspettare il suo silenzio dall’altro capo. Vomitai e poi cercai di dormire. I sogni furono confusi, a un certo punto sono certo che comparisse Pierre Menard, il famoso autore del Don Chisciotte, ma non ricordo che cosa mi disse. Vomitai ancora prima dell’alba.

Passai 48 ore a letto, prendendo medicinali e bevendo, di proposito, whisky scadente americano. Quando decisi di essere stato abbastanza male mi alzai, mi feci la barba e scesi in strada. Nel quartiere ebraico mangiai dei bagel e scambiai qualche parola con un ragazzino di circa 15 anni, che venne fuori essere un allievo di Kafka. “Sono un suo vecchio amico” gli dissi. Poi passarono degli altri ragazzi e lo chiamarono. “Muoviti Portnoy!” gridò il più alto. E lui se ne andò. Io raggiunsi lentamente la casa del professore e suonai il campanello. Sembrò che mi stesse aspettando da tempo. Mi fece entrare e gli chiesi un bicchier d’acqua. Sapeva di stantio, ma la bevvi comunque tutta. Poi mi consegnò i libri e un grosso plico di fogli scritti a mano.

“Lo ha fatto” gli dissi.

“Una cosa divertente” mi ripose “ma non la farò mai più. Li prenda, sono suoi”.

“Lei è Franz Kafka”.

“Sono solo un insegnante, lo stesso di prima”.

“Solo un po’ diverso” dissi a voce molto bassa.

Gli diedi la mano e feci per andarmene. “Non so nemmeno come si chiama” disse Kafka, quel Franz Kafka, alle mie spalle.

Usai uno degli pseudonimi ereditati dalla guerra: “Maximillian von Brodersen, ma Max Brod è più corto” gli risposi voltandomi appena.

“Li bruci, Max, li bruci”, ripeté e poi si allontanò scuotendo piano la testa. Sembrava più stanco e ingobbito mentre saliva le scale verso il secondo piano, dove era la sua stanza. Io chiusi la porta senza fare rumore. Era una giornata luminosa.

Il giorno dopo mi imbarcai per l’Europa e, per l’ennesima volta, mi apprestai a cambiare vita.

_________________

[1] Non posso rivelare molto sui Libri segreti, scoperti in diversi siti colpiti da bombardamenti non convenzionali in diverse parti del pianeta al termine della guerra. Le Autorità li considerarono da subito top secret in quanto, secondo loro, prove della possibilità di viaggiare attraverso lo spaziotempo verso altre dimensioni. Per quanto di mia conoscenza ancora nessuno è riuscito a trovare la soluzione all’enigma, ma è possibile che questa informazione sia disponibile solo ai massimi livelli degli apparati di Sicurezza, dai quali oggi sono escluso.

 

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Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

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