Pubblichiamo un articolo di Matteo Nucci, uscito sul Venerdì, su «L’amore dell’ultimo milionario» di Francis Scott Fitzgerald (Alet).

Sul finire del novembre 1941 Francis Scott Fitzgerald scrisse a Hemingway una famosa lettera. Era appena uscito “Per chi suona la campana” e i dissapori che avevano allontanato i due scrittori per un intero decennio si ricomposero con gli elogi di Fitzgerald. “Nessuno scrittore sulla piazza saprebbe fare meglio” scrisse. Non era vero. Lui che aveva amato e pubblicamente incensato la prosa hemingwayana definendola “infettiva”, stavolta nutriva dubbi sulla riuscita complessiva del romanzo. Altro peró era il motivo che lo spingeva a scrivere e ristabilire l’amicizia dei tempi andati: qualcosa che aveva a che fare con la tranquillità interiore.

Hemingway non lo sapeva, infatti, ma da parecchio ormai egli era tornato a scrivere: aveva smesso di bere e lavorava a un libro ispirato alla Hollywood frequentata negli ultimi tempi, quando in grave crisi economica cercava di guadagnare come sceneggiatore quello che non guadagnava più con i racconti venduti alle riviste. Si trattava di un romanzo a chiave. Il protagonista, Monroe Stahr, produttore cinematografico di successo, era formato attorno alla figura di Irving Thalberg, una specie di re degli studios morto a trentasette anni. Tuttavia Fitzgerald attraverso Thalberg esaltava piuttosto temi che gli appartenevano da sempre. Il sogno e la decadenza, un mondo scintillante e vacuo, l’amore impossibile e, su tutto, iI passato che non ritorna  e che cerchiamo disperatamente di rincorrere. Prosa più secca che in passato, immagini di grande potenza, il solito romantico desiderio di perfezione, lo scrittore sentiva di aver ritrovato il tono e la vena. “The Love of the Last Tycoon” (finalmente di nuovo in libreria nel titolo originario “L’amore dell’ultimo milionario”, con la nuova traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, Alet, pp. 255, euro 14) lo avrebbe riportato lí da dove era partito, tra gli autori più significativi del Novecento americano. Del resto, tutto era cambiato, ormai, rispetto ai momenti bui del “crack-up.” La moglie Zelda, l’amore di tutta una vita, era lontana, ricoverata in clinica e Fitzgerald aveva dovuto davvero ricominciare da capo. Forse il tempo per scrivere con quella dedizione che sempre gli aveva raccomandato Hemingway era arrivato. Il destino peró aveva altri piani. Solo un mese dopo la lettera all’amico, il 21 dicembre, un attacco cardiaco lo uccise. Aveva quarantaquattro anni.

Il libro, incompiuto, fu pubblicato in un’edizione critica che ora è stata completamente rivista (e su di essa è basata l’edizione che Alet porta in libreria). I critici convengono nel ritenere che si sarebbe trattato di un capolavoro. E forse anche Hemingway era d’accordo. Non lo disse mai, peró. Quasi vent’anni più tardi, lavorando alle memorie degli anni parigini in “Festa mobile”, avrebbe paragonato l’autore del “Grande Gatsby” a una farfalla che ha rovinato le sue ali. Eppure sapeva bene che, diversamente dalle farfalle, i danni alle ali di uno scrittore possono indebolire il talento ma finiscono per fortificare la disciplina. Proprio ciò che era mancato all’amico negli anni trionfali della giovinezza.

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4 commenti

  1. Ernest & Scott…una coppia impossibile! eppure cos’hanno ” combinato ” o cosa ” non hanno combinato ! nella vita, nel lavoro…due persone così diverse eppure così unite in un tragico destino…il caratteraccio di Hemingway era noto a tutti..la Stein , Scott, Cooley, Anderson e tanti altri ne hanno fatto le spese ma certamente Scott non se lo meritava..In Festa mobile poi la visitina al Louvre…è veramente …lasciamo perdere!
    Guardando la foto mi viene una profonda tristezza, la “statura” di Hemingway contrasta al confronto con quella di Fitzgerald ma nei sorrisi di intrambi, sorrisi per la stampa, in particolare in quello di Hem si intravede quella fragilità interiore che per tutta la vita ha tentato di nascondere…la caccia, le guerre…la voglia di vivere e la paura di vivere credo gli habbia sempre accompagnati, e non bastavano certo i Martini o i Mohito ad esorcizzarla…
    Gent.imo sig Matteo, La ringrazio per avere parlato di ” questi due “, non conoscevo il libro! lo cercherò subito
    cordialmente Franco Furoncoli

  2. guardi che nel 1941 Scott Fitzgerald era già morto da un pezzo, e morto il 21 dicembre 1940

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Autore

matteonucci@minimaetmoralia.it

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha pubblicato con Ponte alle Grazie i romanzi Sono comuni le cose degli amici (2009, finalista al Premio Strega), Il toro non sbaglia mai (2011), È giusto obbedire alla notte (2017, finalista al Premio Strega), e il saggio narrativo L'abisso di Eros (2018). Con Einaudi ha pubblicato traduzione e commento del Simposio di Platone (2009) e i saggi narrativi Le lacrime degli eroi (2013), Achille e Odisseo (2020), Il grido di Pan (2023). Per HarperCollins sono usciti il romanzo Sono difficili le cose belle (2022) e il saggio narrativo Sognava i leoni. L'eroismo fragile di Ernest Hemingway (2024). I suoi racconti sono apparsi in riviste, antologie e ebook (come Mai, Ponte alle Grazie 2014), mentre i reportage di viaggio e le cronache letterarie escono su La Stampa e L'Espresso. Cura un sito di cultura taurina: www.uominietori.it

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