Illustrazione di Virginia Mori.

“Occorre ripensare i lettori forti”, “È in atto un cambiamento di paradigma”, “Il problema è la filiera, nel segmento distributivo”, “Il libro è un ecosistema fragile”, “La nuova frontiera è il self-publishing”… mai come quest’anno, con la crisi delle vendite dei libri (-20% dall’inizio dell’anno) siamo diventati un po’ tutti esperti di editoria. Come degli allenatori in pectore della Nazionale, riteniamo di aver capito quali sono i mali che hanno colpito il mondo del libro in Italia o sull’orbe terracqueo, e al caso avremmo anche in tasca qualche soluzione innovativa.

Per questo quando, in una piccola libreria di Roma, mi è capitato fra le mani l’ultimo numero della rivista dell’associazione Hamelin, l’impressione che ho avuto è stata quello di leggere un manuale di preparazione atletica mentre tutti intorno a te discutono se è meglio far giocare Di Natale o Balotelli.

Impostazione grafica nuova (un libro curatissimo), il numero 30 della rivista della storica associazione bolognese che si occupa di editoria per ragazzi ha un titolo da enciclica: Contro i libri a tema. E attraverso un’interrogazione semplice: “Proporre ai lettori bambini grandi denunce, raccontare loro delle problematiche sociali di oggi o del passato è davvero necessario?”, riesce a formulare in nuce molte delle questioni strutturali che sono alla base della crisi dell’editoria, evitando di occuparsi dell’epifenomeno. Dove per epifenomeno s’intende quel qualunquismo colto che ci fa blaterare che si leggono sempre più schifezze, che le librerie sono stracolme di robaccia, che i libri importanti riescono a sopravvivere al massimo qualche settimana sugli scaffali, eccetera.

Già nel primo pezzo Nicoletta Gramantieri reimposta il piano del discorso: i lettori vanno educati a essere lettori, noi come li stiamo educando? Per capirlo, vediamo come si impara a leggere da bambini. L’impressione è questa: “Un giro in libreria o sui siti web delle case editrici del nostro paese ci mostra come si sia ormai affermato una sorta di equivoco. La letteratura per ragazzi sembra non avere valore di per sé, un romanzo deve servire a qualcosa d’altro”. Vi fischiano le orecchie?

A me sì, perché – a volere ampliare da subito il ragionamento -, non vi pare (1) che questa strumentalizzazione in buona fede della letteratura abbia dato vita a un processo di semplificazione su larga scala per cui oggi nell’editoria non c’è più molta differenza, per dire, tra narrativa e saggistica, tra testi di divulgazione e studi approfonditi? e non vi pare (2) che questo approccio utilitaristico abbia ridotto il processo della lettura a una forma di sensibilizzazione a certi temi caldi?

Gramantieri cita l’analisi di Luatti sulla rivista “Andersen”, l’Elogio della lettura di Michèle Petit, Trame di Peter Brooks, e Il lettore, il narrare di Peter Bischel, ma il critico che esce in modo più autorevole dal suo breve saggio è una piccola lettrice: “Una bambina, in biblioteca, riconsegnandomi un romanzo che narrava di mafia a una mia richiesta di valutazione disse: ‘È un libro interessante, ma si vede che l’ha scritto un giornalista, mica uno scrittore, c’era già tutto lì, in fila’”. Touché!

E mi piacerebbe opporre le ragioni di questa bambina quando nei dibattiti sulla qualità dei libri vengono sbeffeggiati con sarcastici ‘E chi dovrebbe stabilirla questa qualità?’ Perché proprio la questione della qualità, anche se non esplicitamente, diventa il leit-motiv della rivista: ovviamente centrale in un settore come in quello per ragazzi dove le ragioni del fantomatico mercato devono almeno scendere a patti con quelle dell’educazione.

Se leggere vuol dire essenzialmente aiutarci a diventare adulti, i libri che ci stanno intorno ci stanno davvero aiutando? La panoramica che emerge dai molti titoli che vengono citati da Gramantieri, Giulia Mirandola, Barbara Servidor, Roberta Contarini (tra gli altri contributor della rivista) è quella di una amplissima merceologia di libri-psicofarmaci. Di fronte a un mondo come si sa sempre più complesso & frammentario, indecifrabile da un punto di vista storico, liquido che dir si voglia, non possiamo limitarci a fornire già ai nostri figli un campionario di soluzioni pronte per l’uso? Ecco così la proliferazione di testi che non si capisce a chi siano destinati: a togliere d’impaccio gli adulti dal dover affrontare questioni centrali come la crescita o la morte, riducendole a banalità, oppure a illudere i bambini che possono restare perennemente infantili?

E non è solo nell’analisi delle retoriche che la critica di Hamelin riesce a centrare il punto, ma anche nell’eziologia. L’articolo di Servidori, “The spotless mind: identità senza corpo né passato”, mostra un rischio permanente dell’educazione contemporanea: quello che nell’apologia dell’autenticità si nasconda un miserissimo conformismo del sé. La mente sempre pronta a nuova esperienza non è quella che in fondo non fa mai esperienza?

Allo stesso tempo, la disamina di Contarini sulla recente letteratura distopica per ragazzi, quella che comprende il bestseller Hunger games per dire, ipotizza che l’orizzonte di senso di questi universi paralleli non sia mai in una nostaglia di un altrove, di un altro mondo possibile. (“In questi libri sembra che solo esiliandosi da una società che vuole essere sempre più presente nella vita dei suoi cittadini stia la ricetta per la pace e la felicità. Non farsi coinvolgere è la cosa migliore”).

Insomma, che parlare di editoria per l’infanzia serva molto agli adulti è certo lapalissiano; meno scontato è quanto ci sia da imparare da associazioni specializzate come Hamelin. Come – citiamo un altro caso virtuosissimo – la Tribù dei lettori. Per cosa? Per la vera urgenza nella crisi libraria. Ossia: non come vendere di più, ma come promuovere la lettura. Leggere questa rivista o andarsi a recuperare qualche vecchio numero sarebbe bello facesse il paio con un’attenzione speciale, per esempio, al lavoro che fa la Tribù dei lettori con il catalogo annuale delle Scelte di Classe, un libretto raffinato e gratuito dedicato a genitori, librai, educatori che raccoglie ogni anno un resoconto sul meglio dell’editoria per ragazzi. Messi uno vicino all’altro questi due volumetti, sembrano segnalare un modello indubitabile di cosa vuole dire ripensare la lettura, anche per quei poveri adulti che diversamente della biblioteca si accontentano di libri in cui “sia già tutto lì, in fila”.

(Questo pezzo è uscito sul “Domenicale” del Sole 24ore.)

Condividi

9 commenti

  1. …Io citerei, come strumento di educazione e promozione della letteratura per l’infanzia, anche la rivista Andersen con tutto il suo folto e colto entourage di autori, illustratori, promotori ed esperti di libri per bambini e ragazzi (Walter Fochesato tra gli altri…). Oltre, naturalmente, all’azione indefessa e ahimè poco conosciuta, dei tanti e sconosciuti bibliotecari che quotidianamente si sforzano con delicatezza e intelligenza di accostare bambini (e genitori) al magico mondo della lettura e dell’oggetto libro come strumento per capire meglio la realtà confusa e liquida di questi tempi…. Quello dell’editoria per ragazzi è un mondo ricco e creativo, troppo poco conosciuto, apprezzato e valorizzato, nonostante sia il traino non solo nelle vendite dei libri ma anche nella formazione umana di questa società di non-lettori…

  2. lo abbiamo letto scelte di classe è un ottimo catalogo e sopratutto la fruizione è libera e gratuita cosa non scontata.

  3. in questo articolo ci manca una cosa importante: citare l’autore dell’illustrazione che accompagna l’articolo. aiuto: virginia mori. grazie.

  4. mi associo a mimmo: in generale sarebbe bello se venisse sempre citata la fonte delle spesso bellissime e azzeccatissime immagini di questo blog.

  5. -20% all’editoria? avete voluto la Legge Levi che ha ammazzato gli sconti? bene. godetevela tutta la festa. ci ho gusto, ci ho gusto, ci ho gusto!

  6. Il problema è centrato E gli editori continuano a non capire, a chiedere libri thriller horror, porno. Se scrivi così non ti fanno pagare. Altrimenti chiedono contributi.
    Fare l’editore è un mestiere interessante da persone colte.
    E bisogna capire che non c’è bisogno solo d’intrattenimento,sia al cinema ,sia in letteratura. Ci vogliono idee…
    Ma sui grandi giornali anglosassoni troviamo una buona guida. E’ vero che gli italiani non sono mai stati grandi narratori. Ma forse ce ne sono oggi, soprattutto tra le donne. Promuovere la lettura, mi sembra l’unica soluzione possibile…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

fandzu@gmail.com

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo - sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory - ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L'Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

Articoli correlati