di Leonardo Merlini
Lo riconosco da lontano, circondato da persone più giovani di lui, che sembrano essere sempre sul punto di fare lunghi discorsi. All’ultimo istante però si fermano, i loro occhi diventano sfuggenti, o timidi, non riesco a capirlo bene, e si bloccano, lasciando sospesi nell’aria tra i corpi stanchi dei mezzi suoni, a volte una parola, due al massimo. Lo riconosco per l’altezza; quindi era vero quello che si diceva di lui, che fosse un gigante. Il gigante buono dei sogni di sua sorella Lotte (e quante lacrime mi ha fatto versare il rapporto tra loro due, fratelli oltre tutto il resto, lacrime di rimpianto e di rimprovero a me stesso), una specie di generoso soldato con gli Stivali delle Sette Leghe.
Lo riconosco anche per qualcos’altro, che non riesco bene a spiegare: la sensazione che, pur essendo chiaramente ormai a pochi metri da me, in realtà lui non sia lì, sia altrove, in molti altri luoghi, ma non esattamente qui. Guardo per un attimo il canale che scorre accanto a noi, poi lo chiamo: “Arcimboldi”. Lui sembra non sentire, continua a stare al centro, o forse sarebbe meglio dire sopra, il suo gruppo di interlocutori. Sono tutti molto sudati, alcuni sembrano essere letteralmente sfiancati, le donne hanno vestiti stropicciati, un uomo ha gli occhi chiusi, non capisco se dorme o fa una qualche preghiera o meditazione. Mi viene il sospetto che sia morto proprio in quel momento, mentre aspettava di lasciare in sospeso un altro lungo discorso. Ma poi si rianima e si accende una sigaretta, rollata a mano. Io mi avvicino, mi faccio largo, il mio zaino colpisce qualcuno, il barista rovescia un bicchiere e un cane mi passa tra le gambe, poi corre via verso il buio. Lo chiamo di nuovo, sono a pochi passi da lui. A quel punto mi guarda.
“Perché è venuto qui” mi dice dopo aver lasciato il capannello. Alle nostre spalle la conversazione è ripresa, intensa, come se senza la sua presenza per gli altri fosse molto più facile parlare. “Perché venite tutti qua”. Lo dice in tono stanco, senza rabbia, o almeno così pare a me. ”Non vivo più qui da tempo – aggiunge -, forse non ci ho mai vissuto”. Io lo guardo, mentre sento il sudore sulla schiena e l’umidità estiva sembra sciogliermi i vestiti. Penso che devo sembrare un personaggio assurdo con addosso la giacca in questa notte d’estate, la notte del Solstizio addirittura. “Il personaggio sono io” mi dice lui.
“Legge nel pensiero”, rispondo, finalmente sbloccandomi.
“No, è che più o meno pensate sempre le stesse cose; senza offesa, non sono quasi mai pensieri molto originali. Venite qui a cercarmi e vi aspettate molto da me e poco da voi”.
“Arcimboldi” dico io, come se il nome fosse un talismano, e subito mi pento di averlo pensato.
“Non era neppure il mio nome, ma chi se lo ricorda ormai. Beviamo una birra”.
Così entriamo nel bacaro e mi siedo davanti a lui, pensando di guardarlo a lungo, di farmi raccontare che cosa è stata Calle Turlona con la Baronessa, di come la sua vita sia passata di qua lasciando una scia di letteratura e di impossibilità, la stessa di tutta questa città, e di questo reportage. Non è proprio incontrare, che so, Gregor Samsa, ma, insomma, ci va abbastanza vicino; forse, in un certo senso, va addirittura oltre la storia dello scarafaggio. Arcimboldi, mio dio. Lo scrittore fantasma. Il mito segreto. Ben Lerner che ne parla in una poesia su Venezia, dentro un museo a Venezia. La ricerca del Tutto, a due passi dal Ghetto dove, ho scoperto poco prima, gli ebrei ortodossi sono ovunque, e parlano in yiddish, e hanno cartelli scritti in yiddish, ovunque. Eppure.
“Lei non parla” mi dice a un certo punto Arcimboldi.
“Non mi viene niente” rispondo. “Mi dispiace”. Sento che è proprio così, non sto facendo finta.
“Aveva creduto che”. Dice lui.
“Penso di sì. E invece niente, ancora una volta”.
“Nada y pues nada y pues nada” dice lui.
“Un posto pulito, già. Il buon vecchio Hemingway”.
Beviamo due birre, Arcimboldi una Guinness, io una blanche con delle fette di lime. Non sembra inquieto, io lo sono, mi rendo conto. Vorrei andarmene, ma non ho l’energia per farlo. Quando, poco dopo si apre la porta ed entrano due figuri con larghi cappelli ho la netta sensazione che siano due ortodossi impazziti, pronti a fare una strage di gentili con dei kalashnikov nascosti sotto le ampie camicie. Che però, mi rendo conto mentre avanzano sinistri verso la luce del bancone, sono camicie a fiori e non bianche, e i pantaloni sono bermuda colori pastello, e i cappelli sono di paglia…
Arcimboldi mi guarda inespressivo. “Due froci” mi dice e poi finisce la sua birra in un sorso.
Alla fine mi alzo e, con un’eco conosciuta di delusione, lascio Arcimboldi ai suoi più giovani amici, o quello che sono. Nel Ghetto è scesa la notte. Dalla Scuola Talmudica escono ancora dei devoti, hanno l’aria affranta, forse per via del caldo, che continua a non mollare la presa. Vedo manifesti di un famoso rabbino, vedo donne con il foulard in testa che spingono carrelli carichi di scatole imballate in modo approssimativo. Da un ristorante kosher provengono delle voci concitate. A un certo punto distinguo una frase: “Così erano tremila ducati”. Ho una specie di brivido lungo la schiena, perché quella è la famosa cifra del debito shakespeariano contratto da Antonio con Shylock, nel Mercante di Venezia. Questa è anche la città di Shylock, penso, e io ora sono nel Ghetto, nel cuore del suo mondo, al centro della commedia. Mi viene da ridere e lo faccio rumorosamente, senza freni a un certo punto, è una risata mostruosa, che rimbomba per tutto il campo. Delle persiane sbattono, il vento fa turbinare dei fogli di giornale e poco dopo si mette a suonare un allarme, sempre più forte e sempre più vicino. Il suono diventa una luce che si avvicina a grandi passi, fino ad accecarmi in un bagno di biancore. “È la Cecità di Saramago!”, grido e penso di stare per svenire.
“Non dica stronzate – mi risponde una voce dal nulla – Saramago odiava gli ebrei! Però alle volte era uno scrittore brillante, devo ammetterlo”.
Non era la cecità, dunque, ma solo una torcia piuttosto potente che mi veniva puntata in faccia da una sagoma per ora indistinguibile, seppur dotata di voce.
“Rideva per colpa di Saramago?”
“No, di Shylock…”
“Ahah, questa in effetti è molto buona” dice la voce che, a poco a poco, sta prendendo anche un volto. Capelli crespi, sopracciglia, un sorriso che mi pare di riconoscere… santo cielo.
Adesso sì che posso svenire. Davanti a me c’è Philip Roth. Santo. Cielo. Roth.
“Che anno è?” chiedo, sentendomi un po’ stupido, ma anche decisamente indiscreto. Voglio dire, io so che Philip Roth è morto qualche settimana fa. È morto proprio mentre ero qui a Venezia, mentre dormivo nella mia stanza in calle delle Vele. Mi sono svegliato con la sua morte e dalla redazione mi hanno chiesto 90 righe su di lui, e le ho scritte tutte d’un fiato la mattina presto, in mutande, seduto sul letto, sostenendo, in sostanza, che avevo creduto che non sarebbe mai morto. Appunto. Bisogna stare attenti a ciò che si scrive, mi dico.
Ma l’uomo che sta davanti a me adesso ha una cinquantina d’anni, sembra in forma, insomma in ogni caso è Roth, ma non quello che potrebbe anche non essere morto a fine maggio del 2018. Al tempo stesso, mi accorgo, la domanda implica che qualcosa non va; implica, in un certo senso, la sua morte. E mi sento un intruso in pigiama che si intrufola gridando in casa d’altri. Nella migliore delle ipotesi mi meriterei una badilata in testa.
“Per me è il 1988 – mi risponde invece lui senza scomporsi – però non è una gran domanda. Non vuole sapere come si sta da morti?”. Ecco, ora che ne parla lui, io sto anche peggio, molto peggio. Mi hanno scoperto e forse non ero neppure in pigiama, ma proprio nudo.
“Preferirei di no”, rispondo. E mi trattengo da aggiungere un “per favore”, che Bartleby non usava, mi giustifico. Poi penso al mio 1988 e non è granché, mi pare. Avere 16 anni non è mai un granché. Il funerale di mio nonno, che parlava poco e somigliava a un attore sconosciuto. Il mio primo volo in aereo, forse dei libri di Ken Follett. A Venezia sarei arrivato solo tre anni dopo, senza gloria in ogni caso, anzi, al vertice di un risibile fallimento.
“Non sto a dirle che anno è per gli ebrei di qui” aggiunge Roth. “Il 5747. Se lo immagina?”
“No, ma mi sembra un tempo troppo lungo” rispondo.
“Fa pensare al futuro, alla fantascienza. Le piace Clarke? A me piace, perché è serio, convinto. Era una persona pessima, ma un bravo scrittore. Nel suo 5747 chissà cosa farebbero i nostri discendenti. Colonie, viaggi nel tempo. I nomi di Dio. Qui invece il nome non si può nemmeno dire e tutto è immutato da cinquemila anni. È molto divertente, se ci pensa. E rassicurante: in qualche modo stando immobili ce la caviamo”.
“In qualche modo”, rispondo e penso, per esempio, a Ivan il Terribile, il boia di Treblinka, di cui ha scritto anche lui. Sono preso da un altro scoppio insensato di risate, e cerco di trattenermi, ma non ci riesco. In questa specie di Gerusalemme lagunare rido come non mi era mai capitato. Rido come riderebbe Arcimboldi. Però è il personaggio di un altro scrittore e forse Roth si offenderebbe.
“Qui vicino abitava Benno von Arcimboldi”, non riesco a non dirglielo.
“Bel libro – mi risponde – io non ci sarei mai riuscito. Io preferisco le commedie”.
Vorrei chiedergli di Sabbath, ma nel 1988 non lo ha ancora scritto, o per lo meno non lo ha ancora pubblicato. È tutto piuttosto complicato.
“Il Mercante è una commedia” dico allora.
“Vuole conoscerlo Shylock? Il più insensibile cane che sia vissuto tra gli uomini”.
“Philip Roth si offre di presentarmi Shylock a Venezia nel 5747. Non credo di avere molte alternative. Accetto”.
Ora è lui che ride forte, la torcia gli scappa di mano e cade a terra illuminando intensamente un muro e dei cespugli. Poi esplode e tutto torna nel buio, mentre Roth continua a ridere.
Quello che succede dopo.
Il ritratto di Shylock si compone davvero, in un modo che non avevo previsto. È un processo lento, strisciante, che nasce dall’odore della Venezia nella quale Roth mi accompagna, ma che prende forme che, a poco a poco capisco, sono essenzialmente mie. L’Ebreo di Shakespeare è arrivato lentamente, costruendo la sua effige – a un certo punto tanto evidente da farmi pensare alla solita frase di David Wallace: così ben nascosto in piena vista – sulle pietre di Ruskin, usando le gobbe dei ponti, le arcate dei sotoporteghi, i tagli di luce dei lampioni, le vestigia di marmo delle statue (e c’entrano anche i Tetrarchi), le asperità delle calli più strette, quelle senza alcuna via d’uscita. Lui è ovunque, nei muri, nelle cime delle barche, nel senso imminente di tragedia grottesca che la città propone a chiunque la guardi con il giusto distacco dell’amore. Roth ride, mi racconta di come Shylock sia stato rovinato dalle donne, sua figlia prima e Porzia poi, di come fosse estraneo al mondo in cui viveva, ma, al tempo stesso, fosse lui, finanziandolo, a dare la possibilità di esistenza a quello stesso mondo. Roth parla e, riflettendosi a volte nelle acque notturne, a me sembra che si riferisca anche un po’ a se stesso o, per lo meno, a quello che molti hanno pensato potesse essere lui davvero. Ma sono solo riflessi, che in un attimo scompaiono come lacrime nella Laguna, senza pioggia questa volta, solo molta umidità. L’usuraio era Venezia e Venezia è l’usuraia della mia immaginazione, costretta ad arrendersi molte volte, per esempio quando arriviamo davanti a un piccolo giardino alla Giudecca dove la vita era passata almeno una volta e io non l’avevo fermata. Oppure su due scalini sommersi accanto al ponte dei Santi Apostoli dove una notte mi ero quasi convinto a dire au revoir a tutti, ma poco dopo era arrivato il mio amico Vittorio e mi aveva appoggiato una mano sulla spalla dicendomi “Andiamo”, e allora avevamo tirato tardi facendo finta di giocare a biliardo nella hall dell’Hotel Giorgione. Sono sicuro, a un certo punto, nei pressi di Santa Maria Formosa, di avere sentito un uomo alto ed elegante, con lunghi capelli bianchi e occhiali dalla montatura vistosa, declamare dei versi di Ezra Pound, e ovviamente la poesia era With Usura, mentre poi, quando ci addentriamo, io e Roth (insieme come se niente fosse) nei meandri dell’Arsenale Nord, vediamo degli uomini, “dei mercanti d’arte” ho pensato allora, trafugare qualcosa, semi nascosti nell’androne di un brutto palazzo quasi in rovina. Era un dipinto, mi dice oggi un ricordo che può essere soltanto falso, oppure, mi suggerisce sghignazzando Philip Roth, “era il corpo di San Marco”.
Libbre di carne, il Tintoretto, dei coltelli e il Rituale; un fantasma massone e il cervello del Bardo, il vaporetto numero 2 e l’oste Lorenzon, che stappa le bottiglie con un colpo di sciabola prima di intristirsi nella sua maschera così italiana; i bicchieri sul balcone del palazzo della Biennale e Damien Hirst davanti a me con un berretto di lana nero; il Vangelo secondo Matteo e la chiusura del Ghetto, quei cancelli sbattuti per sempre in una notte ventosa lunga come la storia. Per sempre, incatenati.
Così siamo tornati alla Sinagoga e dei bambini, spuntati da chissà dove, si mettono a giocare a calcio in un angolo del campo. Io, a quel punto, sto piangendo già da molto tempo.
E non è ancora finita. Perché poco dopo, quando pensavo di avere già visto molto, Shylock arriva sul serio.
E’ accompagnato da due ortodossi senza giacca, ma con il largo cappello e tutto il resto dell’abito tradizionale. Uno assomiglia al rabbino barbuto che avevo visto ore prima su quei manifesti che riesco a definire solo come pubblicitari, anche se non so bene di che tipo di pubblicità si tratti; l’altro, inspiegabilmente, è una copia quasi perfetta di Roberto Bolaño, che ci crediate o no: stessi occhi, stessa tristezza cordiale e disarmata. Nessuno di loro due parla mai, ma restano accanto a Shylock, nel corso della sua – penso non si possa definire altro che così – recita.
“Sono solo un personaggio – mi dice senza ammiccare – un personaggio teatrale, non posso avere molte varianti, tutto è stato scritto in quell’in-folio. Eppure adesso sono qui con voi, e non vedo un teatro. Ma – aggiunge poi quasi si trattasse di un a parte – forse Tutto è Teatro, non è vero, amici miei?”. Nella mia testa me lo ero sempre immaginato come una specie di versione giudaica di Benjamin Franklin, quello che si vede sulle banconote da 100 dollari americani (“Una discreta posizione” ha poi commentato Roth quando ne abbiamo parlato), mentre questo Shylock è affilato, con una barba rada e occhi meno fiduciosi. E’, oggettivamente, un uomo affascinante e questo, ripensandoci poi, avrebbe potuto insospettirmi. Ma lui parla e agita le braccia, c’è del trasporto che mi sembra reale o, quanto meno, credibile. Parla della vendetta, degli sputi sulla barba e di quelle che lui stesso definisce “le indagini di un cane”.
Parla di membra, sensi, affetti, passioni. Della perdita, del guadagno anche, ma soprattutto della perdita. “E non un sospiro, non una lacrima, che non fossero i miei. Ma la cosa che più mi ferisce ancora oggi, è la stessa che mi ha reso immortale – aggiunge -: il pubblico che rideva. Dopo avermi temuto in silenzio, dopo avermi odiato stringendo forte il programma dello spettacolo, fino a farsi sanguinare le mani, alla fine, quando la commedia si risolveva, secondo loro, per il meglio, tutti ridevano e ridevano e ridevano”. (“Dio esiste e si chiama Aristofane” mi sussurra all’orecchio in quel momento Roth). “Loro ridono ancora, io muoio di dolore, ma sopravvivo immortale qui, nella mia città, dove voi, come tutti gli altri, siete soltanto dei turisti, mentre io Sono”. I due accompagnatori annuiscono, soprattutto Bolaño, sempre senza parlare. Io penso che somiglino tremendamente agli assistenti dell’agrimensore K. nel Castello di Kafka (e Roth proprio allora mi guarda con quello che a me pare ammirato stupore). Ma questi non sono ilari, solo assurdi e silenziosi. E quando Shylock se va, voltandosi in modo elegante e scenografico, loro lo seguono con un passo da comprimari del teatro d’avanspettacolo, ma questo è l’unico ammiccamento di cui io mi accorga, giusto un attimo prima che il sosia del rabbino venga colpito in testa dal pallone calciato da uno dei ragazzini.
La mattina dopo mi risveglio proprio nella mia stanza di calle delle Vele e mentre me ne sto seduto sul letto con lo sguardo perso nel vuoto, noto una busta infilata sotto la porta. E’ una lettera, scritta a penna.
“Caro amico – leggo – ieri notte non ho resistito alla tentazione di impersonare Shylock, del resto per noi ebrei lui rappresenta molto, da svariati punti di vista, in tanti modi che ci permettono di essere contemporaneamente sconfitti e vincitori, vittime e carnefici, tragici e clamorosamente comici. Spero che perdonerà alcune uscite un po’ troppo affettate, ma a volte mi lascio prendere la mano. Non era mio desiderio ingannarla, volevo solo essere parte di questa incredibile città nell’unico modo in cui riesco a esprimermi, con la finzione.
Confido che mi capirà, sempre suo, Nathan Zuckerman”.
La leggo un paio di volte, poi la piego e la infilo nella tasca interna della mia giacca blu, sempre più stazzonata. Mi faccio una doccia, lavo i denti, mi vesto, prendo il mio zaino e chiudo la stanza lasciando le chiavi sul comodino. La signora delle pulizie usa un passe-partout. Prima di riprendere il treno faccio colazione nel solito baretto vicino a campo santo Stefano, dove fanno educatamente finta di credere che io sia una specie di veneziano acquisito. Poi cammino fino a Santa Lucia e quando arrivo sui gradini vedo seduto Arcimboldi, con le sue lunghissime gambe albine. “Siamo soltanto dei turisti” mi dice, ma io faccio finta di non averlo neppure sentito e mi dirigo senza voltarmi al binario numero 6.
Il tabellone luminoso della stazione porta scritta la data e l’ora: sono le 10.44 di venerdì 22 giugno 2018 e il Frecciarossa 5747 parte tra sei minuti.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente
