Emmanuel Bove è uno scrittore che dall’anno della sua scomparsa, il 1945 (era nato nel 1898) è sempre rimasto al margine della percezione, sull’orlo dell’oblio, ininterrottamente in bilico tra la penombra e un lampo di luce (comunque improvviso e sporadico, senza durata) che risvegli l’attenzione nei confronti delle sue opere; eppure è l’autore di almeno un capolavoro – I miei amici, del 1924 – e di una serie di altri testi (Una fuga, Un padre e una figlia, Il presentimento) che lo rendono unico e indispensabile per comprendere cosa è accaduto al maschile nel passaggio dall’800 al ’900.
I protagonisti-narratori di Una visita serale e altri racconti – pubblicato da Fusta Editore nell’ottima traduzione di Claudio Panella – sono figure strategicamente inadeguate, turbate e coscienti di sé, nella maggior parte dei casi amletiche, imprigionate in lunghi preamboli tramite cui procrastinano (o annullano) le azioni che dovrebbero compiere; sono figure loquaci, persino faconde, a volte modestamente liriche, non solo commosse ma colme di un inesauribile struggimento, in grado di colpo di percepire, e di dire, ciò che fin lì appariva interdetto e impronunciabile.
Di continuo preoccupati che la moglie stia per lasciarli, o timorosi che un tradimento sia avvenuto o stia avvenendo (ma la gelosia altera le percezioni e a volte una bugia può essere vissuta come una forma di rispetto se non di amore), o ancora impegnati nel far fuori ogni legame o nel confrontarsi con una soglia che stanno sempre per superare ma che non varcheranno mai, i microscopici eroi di Bove – fenomenologi accuratissimi in grado di cogliere ogni minima increspatura del reale, letteralmente costretti a percepire tutto («Il nickel, i bicchieri, il bancone di stagno davano alla luce la freschezza dell’acqua. Un po’ di sabbia scricchiolò sotto i nostri piedi. Era come fossimo venuti a sederci vicino a una sorgente») – vivono in prima persona quell’infragilirsi dell’umano fin de siècle dopo il quale la volontà slitta in velleitarismo, dal tragico fa capolino il ridicolo, l’inadeguatezza si impone come struttura fondamentale e le voci inclinano al falsetto; uno stato di turbamento permanente che per i personaggi di Bove coincide con una visione del mondo: con il loro modo chiaramente ambiguo di sperimentare la contraddittorietà delle cose.
Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).

Imperdibile.
Altro che Murakazzi.