Dal 28 luglio arriva in libreria “Advaita Vedanta. Una ricostruzione filosofica” di Eliot Deutsch, uno dei pionieri della filosofia comparata tra Oriente e Occidente, tradotto da Adriano Ercolani. Presentiamo alcuni estratti dalla prefazione dell’autore, ringraziando la casa editrice che lo ha pubblicato, Edizioni Tlon.
Il termine Vedānta significa letteralmente “fine dei Veda”.
All’interno della tradizione filosofica indiana, con questo termine si indicano gli insegnamenti delle Upaniṣad, dei Brahma-Sūtra, della Bhagavadgīta e dei vari sistemi filosofici ad essi collegati.
L’Advaita Vedānta è il sistema non dualistico del Vedānta esposto principalmente da
Śaṁkara (ca. 788-820 d.C.). È stato, e continua a essere, il sistema di pensiero più accreditato tra i filosofi indiani ed è, a nostro giudizio, una delle più grandi conquiste della ricerca filosofica, tra quelle riscontrabili sia in Oriente che in Occidente. (…)
Allo stesso tempo l’Advaita Vedānta è più di un sistema filosofico, almeno nel senso che diamo a questa espressione nell’Occidente contemporaneo: è anche una guida pratica all’esperienza spirituale, ed è intimamente connesso ad essa. L’Advaitin è convinto che “conoscere” sia “essere”: che si possa cioè acquisire conoscenza solo essendo consapevolmente simili a ciò che si conosce, ovvero il contenuto dell’esperienza diretta. Come nota Śaṁkara, «Una malattia non si cura pronunciando la parola “medicina”, ma prendendo una medicina».
L’Advaita Vedānta è tanto una religione quanto un sistema filosofico; è sia un percorso di realizzazione spirituale che un sistema di pensiero.
È stata sottolineata di frequente l’intima prossimità tra religione e filosofia nell’Advaita Vedānta, presente nella stessa misura in gran parte della tradizione indiana. Tuttavia vale la pena continuare a metterla in risalto, dato che ci sono tuttora alcuni filosofi che, per il desiderio di trovare in India una tradizione naturalistica dominante, sono orientati a trascurare (o addirittura negare) questa relazione. Allo stesso tempo, però, dobbiamo guardarci da quella sorta di irrazionale devozione sentimentale che vorrebbe convincerci che il Vedānta sia una pura e semplice religione – che tutto ciò che lo riguarda sia “sacro”, “santo”, “vero” e “moralmente edificante” e quindi immune da critiche razionali. Come cercheremo di mostrare in questo saggio, nel Vedānta è possibile rintracciare un grande rigore logico che non è semplicemente sovrapposto ai suoi aspetti religiosi. In breve, il fatto che il Vedānta si interessi alla realizzazione spirituale non ne sminuisce il valore di metodo filosofico.
In Occidente, uno dei maggiori ostacoli alla comprensione del pensiero indiano in generale, e in particolare del Vedānta, sta in ciò che potremmo definire “la radice tradizionale”. Un sistema che si possa definire vedantico si basa su testi antichi e uno dei suoi principali scopi è mostrare come tali testi espongano un punto di vista coerente (e unico). Il sistema vedantico è stato, dunque, elaborato tanto in termini di esegesi scritturale quanto di analisi filosofica. La dimensione esegetica del Vedānta è di grande interesse per gli studiosi di linguistica e di storia della cultura indiana (e ovviamente per i ricercatori indiani), ma è di minor richiamo per gli studenti di filosofia occidentali. Noi non accettiamo l’autorità dei Veda (e, tendenzialmente, di nessun testo sacro); di conseguenza, non ci interessa se un sistema di pensiero interpreti meglio di un altro i passaggi più oscuri di questi testi. Il nostro criterio di verità o rilevanza filosofica non risiede nel chiedersi se un particolare sistema di pensiero sia coerente con qualche altro corpus di opere; piuttosto, ci interessa che quel sistema filosofico sia “coerente” con l’esperienza umana.
Dal punto di vista filosofico, noi valutiamo un sistema di pensiero in base a quanto sia efficace nell’organizzare le differenti dimensioni della nostra esperienza, nella misura in cui esso ci offre nuove modalità di osservazione e conoscenza della natura del mondo, e della nostra vita nel mondo, e lo valutiamo anche per il tipo di argomenti che usa per supportare questa conoscenza. (…)
Nel ricostruire l’Advaita Vedānta, intendiamo prediligere il suo aspetto di analisi filosofica a scapito del suo valore di esegesi scritturale. Il nostro intento è individuare nell’Advaita Vedānta gli elementi che possono essere più significativi per un occidentale e articolarli in termini filosofici universali. Una ricostruzione non deve essere, né dovrebbe essere, una distorsione (o una semplice modernizzazione) del sistema filosofico in oggetto.
Alcuni aspetti della dottrina possono essere emendati, magari rendendo esplicito ciò che vi è di implicito, e gran parte del loro interesse storico può essere trascurato, ma l’autentico contenuto filosofico e la visione del sistema originale vanno assolutamente mantenuti intatti. Ciò che emerge da una ricostruzione di un sistema vedantico non è di per sé un altro sistema vedantico; trascurando le argomentazioni usate per interpretare le scritture e per ridurle in uno schema coerente, escludiamo la possibilità di una simile pretesa.
Una ricostruzione dell’Advaita Vedānta è un tentativo di formulare sistematicamente, da parte di uno studioso, la propria individuale comprensione degli elementi di interesse filosofico universale in esso presenti.
Per fare questo bisogna necessariamente distillare, dalla vastissima letteratura inerente, solo ciò che è di immediato valore per il proprio scopo ed esporlo non tanto attraverso confronti con altri sistemi filosofici (indiani o occidentali che siano), ma all’interno delle sue proprie dinamiche di riferimento. (…)
Quindi, per comprendere l’Advaita nel suo significato storico e culturale non si può trascurare il contesto in cui è sorto. Ma una ricostruzione non è rigorosamente un’opera di semplice erudizione accademica. Non è un tentativo di definire affinità e divergenze tra due o più sistemi filosofici, e non è nemmeno, sostanzialmente, il tentativo di esporre e interpretare gli aspetti
principali o gli argomenti specifici di una scuola filosofica in quanto tale. In una ricostruzione, l’esposizione e l’interpretazione devono senz’altro essere presenti, ma non è necessario che il sistema che si sta ricostruendo, in questo caso l’Advaita Vedānta, venga trattato come una scuola “storica”.
Ciò che è imprescindibile è ricercare solo quello che è ancora filosoficamente vivo all’interno di quel sistema filosofico e affrontarlo di conseguenza. Pertanto, la ricostruzione dell’Advaita Vedānta che proponiamo di intraprendere è un’esposizione ri-creativa di una filosofia orientale nella quale, in qualche modo, questa stessa filosofia viene estrapolata dal proprio contesto storico e tradizionale e affrontata come un sistema filosofico e un percorso spirituale, comprensibili da qualsiasi studente di filosofia.
Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
