Con doppia uscita settimanale, minima et moralia vi propone la pubblicazione a puntate del romanzo “Aosta City Blues” di Matteo Castello, accompagnato dalle illustrazioni di Edoardo Meda.

“Aosta City Blues”, originariamente pubblicato nel 2021 e ora profondamente rimaneggiato e rinnovato, racconta la storia di Luca che, dopo gli studi universitari, torna nella sua città natale affrontando le difficoltà e le frustrazioni della vita di provincia.

Tra lo sforzo di inserirsi in un contesto estraneo e la riscoperta di una nuova identità, il mondo locale offre un’improbabile e grottesca svolta fanta-politica: l’occupazione del palazzo della Regione da parte di un gruppo di indipendentisti di estrema destra.


7. FANCULO A CHIABLOZ

La montagna era violacea e lugubre. Assumeva quel colore per tutta la durata della stagione fredda. Quel giorno le nuvole amalgamavano in un impasto livido l’insieme di rocce scure, cespugli grigiastri e sparuti sempreverdi, di pali della luce e asfalto sgretolato. Faceva freddo, tirava un vento implacabile che si insinuava sotto la giacca e scompigliava i capelli sempre più lunghi di Luca, lasciandolo ogni volta con un nuovo intrico di ciocche scomposte in testa da sciogliere e ricomporre alla meno peggio. Il panino smangiucchiato poco prima gli era rimasto sullo stomaco, e ora aveva solo voglia di finire il turno, magari fermarsi al bar di Laura per un caffè e due chiacchiere, e infine infilarsi in bagno a masturbarsi, farsi una doccia, accendere una canna e mettere su un film.

Il tratto di strada da fare era ancora lungo, e il misto di raccomandate da far firmare ai destinatari, di pubblicità indesiderata, di buste bianche e anonime da parte di noiose compagnie telefoniche, assicurazioni e banche, per non parlare di pacchi e pacchettini ordinati online, sembrava inesauribile, nonostante le zone impervie che gli toccavano ancora. Anche la più remota località di montagna reclamava il suo pacchettino Amazon. Aveva dovuto imboccare un ponte sospeso su un canalone che l’aveva portato sul versante opposto della montagna, dove aveva ripreso quota per visitare al volo due villaggetti desertici. Aveva passato un colle che si apriva sul massiccio innevato che dominava la vallata come una fortezza di graniti aguzzi e insidiosi seracchi corrugati. A quel punto non gli restava che salire fino a una piccolissima frazione dove non abitavano più di due o tre famiglie e raggiungere l’unico destinatario del giorno, un certo Chiabloz Felice, cui era indirizzata una raccomandata con ricevuta di ritorno spedita da uno studio legale. Mise le cuffie e fece partire una raccolta dei Joy Division che sembrava accordarsi bene con quella giornata ostile.

When routine bites hard /And ambitions are low /And resentment rides high /But emotions won’t grow /And we’re changing our ways / Taking different roads /Love, love will tear us apart again.

Adorava come partiva quel pezzo: una pennata acerba di chitarra su quella ritmica battente e ansiogena, ed ecco che la linea gelida di sintetizzatore si insinuava spettrale a incrinare la solidità di tutto il resto, aumentando l’enfasi drammatica del vocione di Ian Curtis.

La macchina correva rapida lungo la strada che si faceva sempre più stretta, curva dopo curva, fino a sdoppiarsi in un bivio improvviso. Occorreva invadere tutta la carreggiata per non essere costretti a una doppia manovra. E la stradina che saliva lungo il pendio secco e roccioso era ancora più tosta: l’asfalto procedeva a singhiozzo, il pendio tirava crepe sui bordi del manto rovinoso, mentre i continui tornanti ciechi davano ogni volta l’impressione di un azzardo. Bisognava andare piano, anche se era raro imbattersi in altri automobilisti. Finalmente la stradina si interruppe sfociando in uno slargo dove stavano parcheggiate poche vetture, un trattore e un’ape. Un cane gironzolava stanco e immediatamente, all’udire il motore esausto della macchina di Luca, si intrufolò in un vicolo. Luca si fermò in mezzo alla piazzetta e scese con le cuffie ancora nelle orecchie. Prese il lastricato di ciottoli grezzi che saliva fino al centro del paese dove c’era un bar e una chiesetta semplice, nuda. La casa di Chiabloz stava proprio accanto al bar, frequentato dagli escursionisti in estate e, ora, riconquistato dai pochissimi abitanti della frazione. Suonò al campanello, mentre con le dita frugava nella borsa alla ricerca della busta. Non aprì nessuno, suonò ancora una volta.

“Sei sordo? Sono qui!” Si era trovato l’uomo alle spalle, visibilmente alticcio e con un’aria supponente e indispettita. Luca si accorse della musica ancora nelle orecchie e si levò le cuffiette. “Ancora cartaccia inutile. Dammi qua!”. Il vecchio strappò il pezzo di carta dalle mani di Luca senza guardarlo nemmeno un secondo negli occhi. Aveva una sigaretta accesa serrata tra le labbra, consumata più dal vento incessante che dalle tirate brevi di quel grugno stretto in una smorfia. Ad ogni vampata il tizzone illuminava con il suo bagliore la barba giallastra e ispida incollata al volto che pareva una corteccia. Gli occhi erano due fessure da cui si diramavano rughe profonde tutte tese all’ingiù, dando all’espressione un che di teatrale, una tensione tragica che sembrava la metafora di una caduta. Eppure, nonostante il leggero barcollare dovuto al vino, Chiabloz vantava una figura massiccia, e il maglione azzurro di lana grezza era teso sulle spalle, mentre i pantaloni logori di fustagno trattenevano a stento un ventre gonfio che dava l’idea di un ulteriore segno di forza, più che di trascuratezza.

Dopo aver guardato il vecchio stracciare la busta e gettarne per terra l’involucro si ricordò della ricevuta di ritorno. La raccolse. “Scusi, ma deve firmare qui”, disse porgendo il pezzo di cartoncino a quelle mani grosse che non volevano stare ferme, ora scorrendo il testo della lettera, ora accartocciandosi la barba, ora stringendo la cintura tesa in vita come fosse un’arma.

“Cosa devo firmare ancora? Ho firmato mille boiate, sempre la stessa storia. Puah! Tremila euro di multa per aver venduto due formaggi. Hai capito a cosa serve studiare? A fregare la gente, ecco a che serve!” vomitò il vecchio.

“Guardi che io sono solo il postino e devo portare indietro questo tagliando firmato, mi faccia il favore” implorò Luca. “Questo qui farà ogni volta la stessa scenata solo per sfogarsi un po’ ”, si ripeteva in testa mentre sentiva la stessa elettricità del giorno prima al pub. Faceva un freddo cane, ne aveva abbastanza di quel lavoro.

In tutta risposta il vecchio strappò con violenza il talloncino dalle mani di Luca, “dammi questa cazzo di penna!”, fece uno scarabocchio che sembrava un graffio e restituì il tutto con rabbia.

“Venisse l’avvocato a chiedermi la firma. Invece manda i suoi galoppini. Puah! Sparisci va’, o te ne do tante che ti bastano per tutta la vita!”. Luca avrebbe voluto saltargli alla gola, ma il tizio era davvero infuriato e, nonostante l’età, la minaccia era credibile Luca fece un passo indietro e si voltò in tutta fretta, riprendendo il viottolo a ritroso. Dopo poco, però, si fermò improvvisamente e decise di girarsi verso il vecchio, ancora lì che lo fissava carico come un cane incattivito.

“Il problema qui è lei!” proruppe con la voce che tremava di rabbia, “Quelli come lei non sono neanche capaci di leggere una lettera, neanche capaci di fare le cose come si deve. Continui pure a sbraitare. Lei è solo carne da macello e non se ne rende neanche conto. E se la prende con me, che faccio questo lavoro di merda e ho a che fare con stronzi come lei tutti i giorni”.

Il vecchio cambiò espressione e sorrise. L’effetto distensivo di quella nuova espressione ne cambiò del tutto la fisionomia. “Ragazzo, ora sei tu a non aver capito niente. Il tuo lavoro da raccomandato da domani te lo puoi sognare. Tante buone cose”. Detto ciò, ritornò da dov’era venuto con la calma di un lumacone. Aveva ottenuto esattamente quel che voleva, e Luca si era fatto fregare di nuovo perdendo la pazienza.

Tornò alla macchina mezzo stordito: l’umiliazione della sera prima riemerse prepotente come un fiotto di bile velenosa. Come mai tanta violenza? Come mai tanta ottusità? E poi “raccomandato”? Più ci pensava più ribolliva di rabbia. Avrebbe voluto tornare indietro e prendere Chiabloz a pugni. Quell’accusa lo faceva ammattire: un postino con un contratto a tempo determinato un raccomandato? Macché, suo padre aveva solo suggerito il suo nome, il lavoro l’avrebbe trovato lo stesso. Luca arrivò alla macchina barcollando, si infilò le cuffie e sbatté forte la portiera. Fanculo a Chiabloz! Mise in moto e riprese il suo giro.

“D’altra parte, con chi si deve sfogare quell’uomo? Non vede nessuno tutto il giorno, poi ecco che arrivi tu, e voilà”, aveva scherzato Laura.

“Sì ma io sto messo peggio di lui”.

Appena entrato nel bar si era sentito subito meglio, si era accasciato sullo sgabello e Laura era proprio là, dietro al bancone, appoggiata a una mensola e assorta al cellulare. I capelli mossi filtravano il bagliore bluastro dello schermo del telefono e le coprivano il volto lasciando scoperto il collo. Quando voltò il capo dovette spostare una ciocca rimasta appoggiata al viso. Lo fece ridendo, con uno sbuffo, per poi farsi tutta seria. “Va tutto bene? Sembri a pezzi.”

Luca le raccontò tutto, la rissa della sera prima, lo scontro verbale con il vecchio. Ogni cosa prendeva forma compiuta solo ora, raccontando. L’ordine delle parole messe in fila gli permetteva di dare un senso agli avvenimenti, e l’inquietudine si affievoliva dopo ogni frase, come si affievoliscono il mal di testa e la nausea il giorno dopo una gran bevuta.

Più che la scazzottata col fascista lo feriva il litigio con Chiabloz. C’era qualcosa dietro a quella rabbia, una matassa di pregiudizi reciproci che sembravano scritti da un pessimo sceneggiatore teatrale. In fondo Luca aveva molto più in comune con il vecchio che non con quel sistema di studi legali e compagnie elettriche. Però doveva anche fare il suo lavoro. E quindi? E quindi sia Luca che il vecchio erano vittime. Vittime l’uno dell’altro, dell’ambiente circostante, delle rade prospettive future e dell’assottigliarsi del solco tra colpevoli e innocenti in quella strana modernità frammentata e incerta. Un’alleanza, anche solo simbolica, sembrava tuttavia impossibile. Chi avrebbe avuto qualcosa da guadagnarci? Nessuno. Non ci si capiva, punto.

“Quello lì è più furbo che bello”, aveva detto intanto il padre di Laura, che ascoltava dal ripostiglio dietro il bancone. “Lo conoscono tutti, è un trafficone. Vende formaggi fatti in casa ai turisti, roba prodotta in condizioni che non ti dico. E le vende usando marchi commerciali che non potrebbe utilizzare. E questo è niente. Anni fa ha avuto grane perché si è allacciato al canale irriguo del comune per annaffiare i suoi prati. Ha combinato un casino, il paese è stato senz’acqua per giorni. Non starei a preoccuparmi troppo, fossi in te”.

Laura, nel frattempo, guardava Luca. Notava come i molteplici stati d’animo che percorrevano il suo viso spigoloso e duro si squagliavano di tanto in tanto in espressioni di sorpresa, quasi infantili. Era bello essere guardati così, pensava Luca, che cercava di darsi un tono mentre la bevanda calda che aveva ordinato scioglieva le membra indolenzite dal freddo e dal resto. Soffiando via il fumo che saliva lento dalla tazza, sbirciava Laura. Aveva un bel modo di muoversi, di gesticolare con le mani mentre parlava, di scostarsi le ciocche di capelli dietro le orecchie ogni volta che si piegava per prendere qualcosa dal frigo. Si imponeva nell’ambiente con un’eleganza naturale, lo notava mentre svuotava il cestello dei bicchieri appena usciti dalla lavastoviglie, un’operazione incantevole se lo faceva lei. La scollatura lasciava intravedere un seno pieno a cui Luca avrebbe voluto attaccarsi per il resto della giornata. Insomma, era bella. Gli piaceva il taglio netto con cui il mento diventava collo, il neo sotto l’orecchio sinistro, il naso che ogni tanto si arricciava in un lieve tic, la pelle appena appena tratteggiata da una lieve trama di increspature d’acne adolescenziale, e poi i fianchi formosi e morbidi.

“Cosa fai di solito la sera?” Una domanda che non c’entrava niente. Il padre di Laura si irrigidì un istante, poi tornò nello sgabuzzino portando con sé un paio di fusti di birra vuoti.

“Sto qui al bar. Fino alle dieci, ma se non c’è gente chiudiamo anche prima”

“E questa sera c’è gente?”

“Questa sera no. Perché?”

Luca non aveva un piano. Non stava pensando né a Clara, né al fatto che a casa ci sarebbe stato Giorgio, né che non aveva idea di cosa potesse essere rimasto in frigo.

“Vieni da me a cena. Poi guardiamo un film, oppure usciamo”. Laura lo guardò divertita. “Questa sera vedo il mio ragazzo. Mi spiace.”

“Oh, non sapevo. Nessun problema… Tanto ti ritrovo qui, vero?”. Luca cercò di racimolare il massimo di nonchalance. Si alzò dallo sgabello e fece per estrarre il portafoglio dalla giacca appoggiata allo schienale, senza però riuscire a trovare la giusta tasca. “Lascia stare, va bene così”, disse Laura sorridendo in un modo che a lui sembrò diverso. Luca si infilò in fretta il giaccone, cercando di darsi un tono, nonostante sentisse la pelle bruciare. “Be’, allora io vado. È tardi. Che giornata…”. Si avviò verso l’uscita lanciando un cenno di saluto.

“Però aspetta, magari un’altra sera mi libero. Mi farebbe piacere. Dammi il tuo numero, ci sentiamo, vuoi?”. La domanda agganciò Luca con uno strappo, come l’amo improvviso fa con il pesce ignaro.

“Sarebbe bello”. La penna che solitamente usava per far firmare le raccomandate si era trasformata nello strumento di comunicazione più dolce e poetico di sempre, e scorreva sul biglietto da visita del bar come le dita a pelo d’acqua durante una gita in pedalò d’estate. Scrisse anche il suo nome, dopo il numero. Laura sorrise ancora, “guarda che lo so il tuo nome”, facendolo arrossire.

Uscì come volando e si rese conto d’un tratto di avere un febbrone da cavallo. La terra stava laggiù, e lui la guardava dall’alto, con le gambe tremole e qualche brivido, che non sapeva se attribuire alla febbre o a chissà cos’altro.

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