(fotografia di Claudio Sforza)
Mattia Insolia, scrittore siciliano oggi a Milano, torna con La vita giovane (Mondadori), il suo terzo romanzo. Tutto comincia con un invito a un matrimonio che finisce per diventare un ritorno che riapre tutto. Teo ha 28 anni, vive a Milano e ha costruito la sua vita sull’anonimato e sulla distanza, come se bastasse spostarsi per lasciarsi alle spalle ciò che fa male. Ma quando due amici del liceo, Giorgio e Matilde, si sposano, torna nel paese di provincia da cui manca da quasi dieci anni. Nei tre giorni prima delle nozze il presente non regge senza il passato: riemergono legami, ferite, responsabilità e il punto in cui la loro giovinezza si è spezzata. Dentro questo attrito tra provincia e città — origine e fuga — Insolia mette a fuoco la domanda che attraversa tutto il libro: che fine fanno i sogni e che adulti si diventa quando non si può più scappare.
Quando si è accorto che scrivere La vita giovane era diventato inevitabile?
Non credo che la scrittura di un libro sia per uno scrittore inevitabile. Credo, piuttosto, ci siano delle storie che, per noi stessi, sarebbe bene scrivere. Se dentro ci portiamo un conflitto, un nodo, e quel conflitto vogliamo provare a spegnerlo, scioglierlo, una strada siamo sempre capaci trovarla. E non parlo degli scrittori, parlo degli esseri umani in generale. Come a dire che, in effetti, la scrittura è uno dei mezzi possibili per provare a dirimere le matasse interiori, ma non l’unico. Per cui non è inevitabile, secondo me.
Da quanto tempo si porta dietro la domanda “che fine hanno fatto i sogni che sognavamo”?
Difficile dirlo. Sa, io credo che molte domande iniziamo a formularle, nella nostra testa, ben prima del momento in cui riusciamo effettivamente a metterle a parole. Far solidificare le idee in linguaggio è solo una parte del processo. È una fase piuttosto avanzata del domandarsi. Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo mi è molto rimpallata dentro, scrivendo. È una frase che ho formulato solo scrivendo, quando il manoscritto aveva già una sua forma. Però sono certo d’aver cominciato a chiedermelo ben prima, e anzi sono certo che il romanzo sia nato proprio dal tentativo di formulare un’idea, questa idea, che dentro stava già crescendo. A ogni modo, un momento preciso non saprei darglielo.
E i sogni che sognava lei che fine hanno fatto?
Alcuni si sono realizzati, altri non me li trovo più in tasca e credo di averli perduti lungo la strada, altri li ho scientemente abbandonati, altri ancora si sono infranti contro il muro della realtà.

Perché sceglie la prima persona per raccontare Teo?
Tutto è cominciato da una conversazione con Barbara Kingsolver. È una scrittrice che adoro, Demon Copperhead è un romanzo meraviglioso e l’ho letto più volte. Ecco, stavo scrivendo La vita giovane, ma avevo la sensazione di non essere riuscito a trovare la chiave per entrare nel palazzo della vita di Teo dalla stanza giusta. Mi ci trovavo già dentro, però avevo fatto ingresso da un lato che mi pareva sbagliato. È stato allora che Kingsolver, parlando del suo, mi ha detto che per far sì che il lettore creda che una storia — una storia complessa, con molti personaggi, molti accadimenti che possono sembrare pure inverosimili — possa essere, bisogna usare la prima. Era la chiave che cercavo. Doveva essere Teo a raccontare. Oggi credo che la prima persona in narrativa crei dipendenza, non voglio tornare indietro. Vedremo però. Insolia sorride.
Teo vive a Milano e per lui la città sembra anonimato e fuga. Qual è la cosa che lì riesce a non sentire? E cosa gli torna addosso appena rientra a casa in provincia?
Sé stesso nel passato. Non la memoria in sé, ma il peso della memoria e di chi è stato. Addosso, quindi, gli torna quel fardello.
Perché il ritorno scatta proprio con un matrimonio?
Nessuna ragione specifica, devo ammettere. Mi sembrava fosse un buon espediente narrativo, sufficientemente battuto dalla letteratura ma non ancora usurato. E poi, sa, da trentunenne le dico che stiamo cominciando sempre più a tornare lì dove siamo nati e cresciuti, noi che dopo il liceo siamo partiti verso il Nord, proprio per i matrimoni.
In cosa Teo le somiglia nel modo di rimandare il confronto col passato?
In niente. Ho da sempre la tendenza a non evitare questo genere di confronto e, anzi, a cercarlo. Ciò che è fuori posto mi disturba. E ciò che ho lasciato irrisolto alle nostre spalle non mi dà pace. Per cui cerco sempre un confronto di questo tipo. Il mio problema, che è anche il suo problema — il confronto da cui entrambi scappiamo a gambe levate —, è con il presente. Ho bisogno di mettere una certa distanza tra me e ciò che mi accade, altrimenti, proprio come fa lui, se il mondo mi domanda io alzo le spalle nella speranza che il mondo mi ignori e vada avanti.
Il romanzo esplora la colpa, la vergogna e la responsabilità.
Sono motori della mia vita. È così dacché possa ricordare. E sono motori il cui funzionamento cerco di capire attraverso la scrittura.
Come vivono le relazioni i suoi personaggi?
Alcuni molto bene, alcuni molto male. Alcuni le avvertono come delle gabbie, prigioni in cui si dibattono. Tant’è che si rifugiano nei segreti, stradine sottoterra, gallerie nel terreno della realtà comune in cui attraversano pezzi di vita lontano dallo sguardo degli altri. Alcuni le vivono come possibili vie di salvezza: affidandosi agli altri, sentono il proprio dolore diminuire il suo peso.
Le relazioni principali, nella sua storia, si reggono sull’amicizia: qui nascono e si incrinano. Che cosa dell’amicizia, dei legami non di sangue, continuiamo a non capire e che cosa diamo troppo facilmente per scontato?
Se qualcosa non l’abbiamo ancora capito, non ci sono arrivato anch’io. Mi sembrano rapporti così belli — pur avendo delle regole loro, pur dovendoli coltivare — che forse, in effetti, qualcosa della loro complessità mi sfugge, mi dico.
Scrivere di Teo l’ha aiutata?
Sì, ma come non lo so ancora. Servirà del tempo.
Per Teo la rabbia è una forma di difesa. Quando la lascia andare che cosa scopre di sé?
Lo è stata anche per me. Sono sempre stato un tipo dalle grandi rabbie: quando mi trovavo una porta davanti, prima la prendevo a calci finché non si apriva uno squarcio, e solo dopo verificavo che fosse davvero chiusa. Poco ragionamento. Ora non è più così, e a volte sentirmi indifeso — quella rabbia era un’arma di difesa, per me — mi spaventa. Quando mi lasciavo andare, quando Teo si lascia andare quindi, di sé scopre un lato di cui è felice e insieme si vergogna.
E lei cosa ha scoperto di sé la prima volta che ha lasciato andare la sua rabbia?
Che nel mondo possiamo diventare i cattivi anche a causa della paura.
Alla fine, per Teo, diventare adulto significa perdere qualcosa o scegliere qualcosa?
Credo siano il medesimo movimento, perdere e scegliere.
E per lei cosa significa diventare adulto?
Scegliere, quindi perdere.
Stefano Magi, classe 1996, vive e lavora a Radicofani, in Val d’Orcia. Scrive per Il Fatto Quotidiano, Minima et Moralia e Vanity Fair Italia.
