di Ludovico Cantisani
Tra le figure più inclassificabili e affascinanti della letteratura italiana del Novecento, a più di trentacinque anni dalla morte Giorgio Manganelli continua ad essere oggetto, anzi protagonista, di ripubblicazioni e riscoperte editoriali. Negli ultimi tempi queste ripubblicazioni si sono concentrate soprattutto sulla sua pubblicistica, e dopo il dittico di Concupiscenza libraria e Altre concupiscenze, due raccolte di recensioni di libri curate da Salvatore Silvano Nigro e apparse tra 2020 e 2022, e dopo Emigrazioni oniriche, volume curato da Andrea Cortellessa nel 2023 e incentrato sugli interventi di Manganelli in fatto di critica d’arte, esce ora, sempre per Adelphi, Laboriose inezie. A differenza degli altri tre titoli citati, Laboriose inezie era stato pubblicato originariamente nel 1986, con l’autore ancora in vita, raccogliendo pezzi d’occasione su classici della letteratura occidentale e soprattutto italiana scritti da Manganelli per vari giornali e riviste tra il finire degli anni sessanta e la prima metà degli anni ottanta. È lo stesso Manganelli a chiarire la genesi del libro, con una gustosa excusatio non petita posta in apertura: “il firmatario di questo volume dichiara in fede di aver fatto quanto gli era possibile per smarrire, perdere, guastare e distruggere quanto più possibile di quel che era andato scrivendo; di esserci riuscito in un certo numero di casi; ma di essere stato ostacolato e sabotato in codesta virtuosa deflazione dall’opera ostinata di Ebe Flamini e di Graziella Pulce: costoro hanno recuperato, ordinato, trascelto. Siano, queste righe, goffo e dinoccolato omaggio, e furba, colpevole dichiarazione di innocenza”
Per quanto frutto di un assemblaggio di pezzi d’occasione, Laboriose inezie si presenta come una corposa ed astuta riflessione sul concetto di classico, non priva di momenti di vero e proprio lirismo quasi blanchottiano: “taciturno è il classico, anche quando scrive parole pronunciabili ad alta voce, anche quando la sua consistenza è sonora, taciturno e insieme oracolare; perché l’oracolo è gioco, è minaccia, è terrore, è ironia, è limpidezza e oscurità penetrabile, ma non mai sondabile a fondo”. Ponendo l’ironia all’inizio della storia letteraria europea, “figura retorica che le è singolarmente congeniale”, Laboriose inezie inizia la sua trattazione con Omero, o meglio con la “federazione di Omeri” sempre più parcellizzata dagli studi filologici, e procede con l’indagine di una serie di classici greci, latini, e del Cristianesimo dei primi secoli; dopo una ventina di articoli il volume si concentra esclusivamente sulla letteratura italiana, dal Milione di Marco Polo fino a lambire il Novecento con Pascoli, Gozzano e un libro di Giovanni Comisso dedicato però agli agenti segreti nella Venezia del Settecento. L’ordine scelto dai curatori nell’indicizzare gli articoli sparsi da Manganelli nell’arco di una ventina d’anni è sostanzialmente cronologico rispetto all’oggetto dei testi; è rilevante tuttavia l’eccezione dei quattro articoli dedicati al poeta cinquecentesco Pietro Aretino, posizionati sul finire dell’indice delle Laboriose inezie verosimilmente in ragione della tardiva riscoperta critica dell’Aretino tra Otto e Novecento. A suggellare la conclusione della raccolta c’è, inevitabilmente, una coppia di articoli di Manganelli incentrati sul Pinocchio di Carlo Collodi, che ricollegano così le Laboriose inezie a Pinocchio. Un libro parallelo, tra le opere più celebri e commentate dello scrittore – e consulente editoriale – milanese.
Nella letteratura italiana del Novecento Giorgio Manganelli è stato anche un sotterraneo maestro di stile, e per quanto i capitoli di Laboriose inezie fossero originariamente pezzi d’occasione commissionati al Manga all’apparire di nuove edizioni, critiche o commerciali, dei classici di cui va parlando, queste prose hanno tutta la scaltrezza, l’eleganza e l’estrosità dei libri più importanti e acclamati dell’autore. Continuamente Manganelli cede alla tentazione di fare della metacritica, come quando confessa “certo, la tentazione è grande. Quale tentazione? Naturalmente, quella di recensire la Divina Commedia“, esplicitando il paradosso di scrivere delle recensioni giornalistiche di veri e propri capisaldi della letteratura italiana e mondiale. Folgoranti molti degli incipit, sia per lo stile che per il contenuto: “da qualche tempo a questa parte, una certa marca di Satana ha ricominciato a circolare”, si legge in apertura all’articolo dedicato alla Vita di Antonio eremita a firma di sant’Anastasio. All’interno del volume figurano anche degli interessanti esperimenti di sinestesia critica: “l’inferno si apre con un adagio cui tiene dietro subito un poderoso allegro con fuoco, naturalmente”, si legge nel già citato articolo del 1984 dedicato alla Commedia dantesca. “Nell’Inferno Dante usa un’orchestra alla Mahler; c’è anche molto Verdi, e tutto ciò che in inglese si chiama operatic: melodramma, tragedia alla grande”, mentre il Purgatorio “è, inconfondibilmente, un adagio” e il Paradiso “un perfetto fugato”. Facendo notare la curiosa apparizione in contemporanea di due edizioni del Liber monstrorum de diversis generibus dell’VIII secolo d.C. tra 1976 (Dedalo) e 1977 (Bompiani), in piena strategia della tensione – c’è anche un cenno al sequestro Moro – Manganelli immagina ironicamente di mettersi a fare un po’ di sana “critica oracolare” e di leggere nel ritorno editoriale di questo classico della letteratura alto-medioevale un segno dei tempi e un commento alla situazione storica dell’Italia di quegli anni. In altri passaggi Manganelli dichiara di credere alla “magia bianca delle parole” e paragona i libri agli antichi numina.
Seppur in minor numero rispetto agli articoli di Manganelli dedicati alla letteratura italiana nel periodo che va dal Basso Medioevo all’Ottocento, gli scritti incentrati sui classici della letteratura greca e – soprattutto – latina sono colmi di sorprese e di annotazioni illuminanti: nei primi capitoli di Laboriose inezie c’è infatti la rivalutazione delle vite di Cornelio Nepote, che agli occhi di Manganelli appaiono come “appunti per libretti d’opera da scrivere diciotto secoli dopo”; una lode della Biblioteca Palatina, “impresa totalmente, irreparabilmente letteraria”, che assommava la forma dell’antologia al genere dell’epigramma; la riscoperta extrascolastica delle Bucoliche virgiliane, ed è in margine all’articolo dedicate a queste che Manganelli conclude “è il labirinto che fa il libro, non le siepi di bosso che fanno il labirinto”. Nei capitoli successivi si leggono svariati articoli dedicati alla figura di Marco Polo, il “veneziano che sognava in tartaro”, al suo Milione (o Emilione che sia) e agli studi sulla sua figura, e si riscoprono, sotto la guida di Manganelli, non pochi esponenti meno celebri della letteratura italiana del Seicento, definito dal Manga “secolo equivoco, secolo bordello”, come Francesco Pona o Lorenzo Magalotti con le sue Relazioni di viaggio. Negli scritti raccolti tra le Laboriose inezie Manganelli generalmente è appassionato e laudativo, ma sa anche essere tranchant, come quando decreta che Capuana deve essere “espulso dal territorio nazionale” della letteratura italiana, o, parlando di Cuore e di Pinocchio, liquida il concetto di libro per l’infanzia a “genere assolutamente fantastico della zoologia letteraria”. Grande merito di questi articoli manganelliani è il loro impegno a cogliere sempre di sorpresa il lettore con formulazioni inusitate, come quando scrive “un libro a questo modo” — riferito all’ottocentesco Dizionario della lingua italiana del Tommaseo — “si può leggere in qualunque postura, sdraiati, sotto la doccia, alle sabbiature, prima della ghigliottina, nelle more di un sonno renitente”.
Tra gli ultimi libri ad essere pubblicati prima della morte del Manga, Laboriose inezie è una summa di quei giochi di specchi della letteratura a cui Manganelli aveva abituato i suoi lettori sin dai tempi del suo dirompente esordio con l’Hilarotragedia. Spesso all’interno di singole recensioni si aprono spaccati che abbracciano la letteratura tutta: “come figura retorica, il viaggio è l’esempio perfetto di una narrativa senza narrazione”, massimalizza Giorgio Manganelli recensendo Il viaggio di un ignorante di Rajberti – oppure, riscoprendo il Silvio Pellico de Le mie prigioni, eleva il carcere al livello di “uno dei grandi miti della letteratura europea”, ripercorrendo a volo d’uccello le narrazioni e i simbolismi carcerari in Dostoevskij, Hugo, Dickens e Kafka. Una lezione, o un monito, si può trarre dagli scritti di Manganelli sui capisaldi della letteratura degli ultimi tremila anni: i classici non sopravvivono ai secoli perché rassicurano, ma perché continuano a destabilizzare; non perché si lascino definitivamente interpretare, ma perché resistono a ogni interpretazione finale. Riletto oggi, Laboriose inezie conferma non solo la prodigiosa intelligenza critica di Manganelli, ma anche la sua capacità di sottrarre il classico a ogni imbalsamazione scolastica, restituendolo alla sua natura più inquieta, ambigua e perturbante – più numinosa, appunto.
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