di Andrea Salvatore
Gli uomini, gli esseri umani, cadono. Cadono talvolta anche in acqua (perlopiù a largo), è vero – e la distinzione del campionario della letteratura mondiale, da Giona a Paolo Conte, sta lì a rimarcare la specificità di questa più circoscritta casistica, alla quale del resto appartiene anche il libretto che qui si presenta: Gentiluomo in mare di Herbert Clyde Lewis (curato da Marco Rossari per Adelphi). Ma la più ampia fattispecie con cui si è esordito conserva, non solo per il suo carattere di più comprensiva generalità, una pregnanza inaggirabile: si cade perché le forze vengono meno, perché ci si distrae, perché non si riesce a essere all’altezza delle aspettative, perché ci si è convinti (a torto o a ragione, ma qui si parteggia assolutamente per il torto) di non essere all’altezza delle aspettative, perché il terreno è franato, perché si inciampa, perché ci si intestardisce su pendii troppo scoscesi, perché chi ci faceva strada se n’è improvvisamente andato e non sappiamo dove appoggiare piedi e cuore, perché non pensavamo che saremmo caduti. Ecco, più spesso di quanto si crede, si cade perché non avremmo mai immaginato di andare incontro al serio e imminente rischio di cadere; la confidenza nella vita è del resto compagna di ventura necessaria ma, come tutte le forze mercenarie cui siamo costretti ad affidarci, al fondo infida.
Di qualcosa di molto simile, verso la fine, deve essersi reso conto, con moderata ma poi via via crescente sorpresa, Henry Preston Standish, il gentiluomo che osserviamo cadere in mare nelle primissime pagine del racconto: pacato agente di borsa, trentacinquenne, newyorkese, laurea a Yale, una moglie, Olivia, e due figli piccoli, Henry si imbarca sul piroscafo Arabella, partenza da Honolulu, arrivo a Panama. Che ci faccia a bordo non è ben chiaro, o meglio lo è ma in forme di un necessario e composto alimento di angoscia: si imbarca, con il placet della moglie, per un viaggio che nelle speranze del partente possa servire a estirpargli dai delicati e ambigui fiorami delle inclinazioni una certa qual apatia, verso la vita e soprattutto verso sé stesso. L’Arabella è nave per pochi intimi: una decina di passeggeri e poco più di equipaggio, tanto che finiscono per conoscersi tutti. Nel corso di questa placida crociera da camera, all’alba e nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, Henry Preston Standish decide di fare un giro sul ponte, e mentre si sporge con la dovuta cautela scivola su una macchia di unto. Di lì a precipitare in mare, si sa, è un attimo, e difatti Henry in un attimo precipita.
Cosa possa pensare un uomo in mezzo all’oceano è questione insondabile e ovvia al contempo: pensa a salvarsi, certo, ma pensa tante altre cose (alcune della vita degli altri, molte della propria), come parimenti a suo riguardo, da uomo-non-ancora-in-mare, ne pensano equipaggio e passeggeri. Lewis in centotrenta paginette si impegna a dare conto di entrambi i fuochi prospettici con una scrittura semplice e precisa, seguendo soprattutto le meditazioni, ora insolitamente placide ora comprensibilmente annaspanti, del nostro gentiluomo – ché tale è lo sventurato Henry (“Il decoro di un uomo era importante tanto quanto la sua vita”, lo troviamo a pensare con orrore, a pagina 54, all’eventualità di poter essere tratto in salvo con indosso mutandoni gialli e blu) – mentre aspetta per quasi un giorno, tra acque sempre meno ospitali, che qualcuno lì sull’Arabella si accorga che a bordo manca, a conti fatti, proprio un gentiluomo. Se ne accorgerà il primo ufficiale, il solerte Mr. Brisk, dopo una altrettanto solerte e protratta indagine, quando di ore ne sono però già passate un bel po’: diffuso sconcerto, macchine indietro tutta, affannata ricerca del sempre meditabondo Henry, che da qualche parte in mare continua pur sempre a stare, nel tentativo per il momento non ancora riuscito di ordinare punti cardinali in un cielo più simile a un giocoliere annoiato e pensieri sparsi tra onde che, con moto regolare, li sparpagliano. Un puntino nel mare, Henry, che vede allontanarsi un altro puntino: la sua nave, il suo mondo – e chissà, in fondo in fondo, se li rimpiange davvero.
Gentiluomo in mare – Gentleman Overboard, edito per la prima volta nel 1937 – non è un capolavoro. Ma è senz’altro tutto il resto, ché in dieci capitoletti, e senza mai scadere in romanzo a tesi (multiple), si mettono in scena, calandole in mare, le opposizioni da andirivieni tra infinito e finito, civiltà e natura, sensatezza e assurdità, razionalità e irrazionalità, fissità e precarietà, prevedibile e imprevedibile, caso e necessità, comico e tragico, reale e surreale: il tutto – ed è forse questo il maggior pregio del libro – con osservazioni molto minute e senza che a nessun polo delle opposizioni richiamate sia riconosciuta una chiara, men che meno definitiva, primazia. Ne consegue, con la semplicità dei libretti mirabili, una rassegna en raccourci di una nuda vita (ché i mutandoni faranno la triste fine di Achab, non per altro), con le sue miserie diffuse e con i suoi soprassalti di assoluta godibilità. Contasse il finale, sveleremmo anche quello, convinti come siamo che la trama sia poco più (o poco meno) di un pretesto per lo stile, ed entrambi si incontrino – ci soccorre Piovene – in un’impressione di colore. Ma il finale non rileva, non foss’altro perché conferma, senza nulla aggiungere, le fluttuazioni di un’esistenza, e dunque non lo riveliamo.
Ma Gentiluomo in mare è anche un elogio e una difesa (della necessità) dell’arte di raccontare storie, di ridire l’esistenza in forma di parola, nella consapevolezza che ogni vita si invera in una storia e rimane in tal modo vita, ossia grumo distinguibile dal nulla, anche quando quest’ultima, un po’ vigliaccamente, dilegua. Poi è noto che con l’acqua alla gola si è oltremodo restii a porsi troppe domande. Sicché Henry non ha nessuna voglia di chiedersi con Consolo, a riguardo della letteratura: “È menzogna l’intellegibile, la forma, o verità ulteriore?” (V. Consolo, Nottetempo, casa per casa, Mondadori, Milano 1992, p. 168). No, a Henry, che del resto è sempre stato uomo piuttosto pragmatico, in quel frangente preme soltanto che la sua storia sia raccontata, e siccome proprio non riesce a immaginare nessun aedo che lo raggiunga in acqua, non gli resta che confidare in sé stesso: “Sarebbe stata una storia così bella da raccontare, se solo l’avessero salvato! Il mondo aveva bisogno di quella storia” (p. 97). Certo, non tutti sono interessati a tutto – “A mollo nell’acqua, Standish si concentrò sui passeggeri dell’Arabella e di conseguenza cadde in un errore diffuso: si convinse che loro facessero altrettanto” (p. 61) – ma a Henry, da improvvisato cantore delle proprie gesta in acqua, è del tutto sufficiente un unico uditore: di nuovo, sé stesso.
Gentiluomo in mare è, a ben vedere, una novella scarna, di rischiarante essenzialità, dove – come nota opportunamente Marco Rossari nella felice postfazione al testo, in cui si racconta un’altra storia, quella della fortuna, tutta postuma, del libretto e del suo autore – a incombere c’è il nulla. Un nulla tuttavia riempito dei tratti della vita di un uomo, con lo stesso incessante dondolio delle onde nell’oceano che circonda il malcapitato tenutario di un’esistenza: uno sciabordio, in fondo, inalterato e inalterabile (“It’s just the way it changes, like the shoreline and the sea”, è la sintesi, sempre inappuntabile, rimata da Leonard Cohen). Non ci sono verità ultime, né illuminazioni all’acme della vicenda (che del resto di momenti culminanti, vivaddio, non ne ha). L’unica verità è antica quanto il mare, e non serve caderci dentro per poterla rimirare e ricavarne la giusta inquietudine: “Pensò a questa e a tante altre cose, perché si rendeva conto che il sole stava tramontando. Questa sì che era bella: quando il sole era alto nel cielo sembrava metterci ore e ore a spostarsi, ma una volta nei pressi dell’orizzonte si tuffava a velocità spaventosa verso la linea fatale” (p. 119). Ma il sole è destinato a sorgere di nuovo, e questo Henry Preston Standish in quel preciso momento deve averlo, con gioia o mestizia, senz’altro pensato – anche se Lewis non ha voluto specificarlo, immaginiamo per il pudore che si deve a un uomo a un passo dagli abissi.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

Dopo Mašen’ka, Salvatore si conferma ancora una volta tra le penne più raffinate del blog nonché recensore di eccelso livello.