“Sono strani i destini dei libri. Li scriviamo con passione, ma non possiamo determinare in nessun modo il loro futuro”. L’Introduzione de Il cappotto di Proust comincia con questa confessione. È la chiave che tiene insieme la storia raccontata e la storia editoriale di questo piccolo libro, ripubblicato a novembre 2025 da La nave di Teseo nella collana i Delfini. È un racconto che parte da un oggetto reale e arriva al cuore della scrittura proustiana, seguendo una traiettoria che unisce letteratura, memoria e materia.
Lorenza Foschini, giornalista con una lunga carriera in Rai e scrittrice, ricorda di averlo scritto quasi vent’anni fa, trascinata dall’entusiasmo per un racconto ascoltato al termine di un’intervista per la televisione al costumista Premio Oscar Piero Tosi. Tosi le parlò della vicenda “particolarissima” di Jacques Guérin, bibliofilo raffinato e industriale del profumo, proustiano fervente, capace di trasformare l’amore per uno scrittore in una missione concreta. Un amore così tenace da spingerlo a dedicare anni e risorse a salvare ciò che poteva di Marcel Proust, dalle carte alle lettere, dai manoscritti ai mobili. E soprattutto un oggetto che sembra minimo e invece diventa decisivo: il cappotto da cui Proust non si separava mai, nemmeno nelle calde notti d’agosto.
Da quell’innesco nasce il libro. È una ricerca lunga e personale, fatta di viaggi e incontri, in cui Lorenza Foschini segue le tracce di Jacques Guérin e, attraverso di lui, avvicina Proust da un’angolazione inattesa. Tutto prende avvio da un dato semplice. In un deposito del Musée Carnavalet, a Parigi, riemerge un cappotto scuro, consumato, imbottito di carta, appartenuto allo scrittore mentre lavorava a Alla ricerca del tempo perduto. Da qui si aprono le due domande che reggono l’intero racconto, ovvero come può un oggetto così vicino alla vita di Proust finire dimenticato e quale catena di mani e decisioni lo abbiano sottratto alla dispersione. La risposta è una sola e si costruisce passo dopo passo tra archivi e testimonianze. E insieme restituisce una Parigi di inizio Novecento senza patina, attraversata da codici sociali rigidi, omissioni e rimozioni, anche attorno all’omosessualità e all’omofobia dell’epoca. In questo percorso il cappotto smette di essere un dettaglio e diventa una traccia narrativa, capace di far emergere relazioni, ambienti e zone d’ombra che la memoria ufficiale tende spesso a semplificare.
Il cappotto di Proust parla dunque di Proust, ma senza guardarlo dall’alto. Lo avvicina dalla materia e dai dettagli. Il cappotto non è un feticcio. È un varco: porta nella stanza della scrittura e nel corpo che scrive, nella fragilità e nella tenacia, in quella miscela di mondanità e isolamento da cui nasce la Recherche. E mostra come un oggetto, con la sua stoffa e la sua polvere, possa trattenere una presenza più di molte commemorazioni.

Anche il libro, però, ha avuto un destino imprevedibile e altrettanto curioso. La prima edizione esce nel 2007 presso un piccolo editore napoletano e sembra destinata a pochi lettori appassionati. Poi, un giorno, in una piccola tabaccheria a Procida, dove erano state lasciate alcune copie, una giornalista francese nota il volume e lo acquista. Lo porta negli Stati Uniti all’attenzione di Erik Karpeles, pittore e studioso di Proust. Karpeles ne resta colpito. Lo traduce. Il libro arriva sulla scrivania dell’agente letteraria Ellen Levine, che lo legge d’un fiato e avvia un’asta per i diritti. HarperCollins se li aggiudica e pubblica l’edizione americana con il titolo Proust’s Overcoat. Da quel momento il libro spicca il volo, senza fermarsi.
Una storia affascinante e deliziosa, coerente con ciò che racconta, una confidenza che non finisce con l’ultima pagina. Perché anche qui la memoria non ferma il passato, lo rimette in circolo. Il finale riporta al Musée Carnavalet. Oggi quel cappotto, rimasto per anni chiuso in una scatola tra depositi e imballaggi, è finalmente esposto e valorizzato in una teca di uno dei musei più importanti di Parigi.
Stefano Magi, classe 1996, vive e lavora a Radicofani, in Val d’Orcia. Scrive per Il Fatto Quotidiano, Minima et Moralia e Vanity Fair Italia.
