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Lapilli è la nuova collana – a cura di Antonio Sunseri – di Edizioni Kalós. La casa editrice promuove Logos – Parole dal Mediterraneo, diretto da Nadia Terranova in collaborazione con l’associazione Urania. La collana è dedicata alla narrativa italiana contemporanea e volta a scoprire e valorizzare voci capaci di interpretare la complessità del presente con scrittura di qualità. Il nome richiama i lapilli, frammenti incandescenti e imprevedibili, simbolo dei testi capaci di lasciare un segno duraturo. La collana ospita sia nuove firme sia autori affermati, promuovendo ricerca e sperimentazione letteraria. Il primo titolo è Non offendere di Erica Donzella, di cui pubblichiamo un estratto per gentile concessione. Seguiranno opere di Lisa Bentini e Lorenzo Gioielli.

NON OFFENDERE

di Erica Donzella

Casa mia è invasa. Tutti gli animali affamati che conosco affollano gli angoli, lasciano traccia della loro natura malvagia sul tavolo della cucina, sulle sedie rotte, infettano l’aria con la loro sete di sangue.

Rosalia Altavilla procede sino ai piedi di Calogero. Non si muove, mio marito: nella sua indistruttibile immobilità prova a essere invisibile, ma il suo occhio buono rimane in allerta. Mai abbassare la guardia al cospetto di una fiera che avanza verso di te.

L’avvocato Monforte è basso, tarchiato, stempiato. Il suo entrare in casa somiglia a quello di una pedina instabile sul tavoliere. Il suo sguardo si sofferma sulla M34 dell’appuntato Colombo.

Rita e Barbara si sfiorano per un attimo con gli occhi, cercano una complicità lontana e dispersa. Un antico richiamo d’aiuto, un automatico meccanismo di riparo. Salvami. Questo sento nel cuore di mia figlia. Non ti preoccupare. Questo sento nel cuore di Rita Colombo, Magrì prima che diventasse signora dell’uomo che ora inizia a pensare a se stesso come a un cavaliere destinato alla salvezza del regno. Mentre regina e alfiere si muovono dentro di me, fuori, in via delle Sante, oscure figure avanzano verso la mia teca.

Vociferano, sondano, perlustrano a distanza. Calogero, la sua gamba marcia, il suo bastone sulle gambe, il suo ghigno spento. Mio marito si fa morto all’istante, preda ormai schiacciata all’angolo di una tana.

Ciò che sta per accadere era stato predetto, la minaccia che mia figlia ha ignorato presa da altre preoccupazioni adesso è cosa vera. Sono arrivati. Inizia ora il momento della caduta e io non ho più le forze per difendere il mio reame. Né dentro né fuori. Sia fatta la volontà di Dio nostro Signore. Amen.

«Che cosa volete?».

«Signorina Spampinato, ci rammarica molto la modalità con cui siamo costretti a entrarvi in casa, ma insomma… io ho provato a mettervi in guardia per tempo. Vi ho chiamato, voi avete ignorato le mie raccomandazioni. O no?».

«Io non ho ignorato nessuna cosa che mi avete detto, avvocato».

«E lei dice una bugia, signorina. Se voi aveste ascoltato le mie parole non saremmo arrivati a questo punto. Vi era stato detto di sgomberare l’immobile. La mia assistita vi ha pure fatto la cortesia di darvi più tempo del previsto, tempo che avreste dovuto impiegare per trovare una sistemazione adatta e lasciare la casa. Voi questo non lo avete fatto. Ed eccoci qui. Sono passate settimane da quando vi è stato notificato lo sfratto. E voi siete ancora qua dentro, abusivamente».

«Avvocato Monforte, voi ci dovete capire un attimo. Noi non sappiamo dove andare, questa è sempre stata casa nostra, noi siamo qua da sempre. Lo guardate a mio padre? Lo vedete come viviamo nella miseria?».

«Signorina, mi rincresce, ma la mia assistita ha tutto il diritto di agire nei modi in cui sta operando».

«Rosalia, davvero sei capace di farci questo?».

Io me la ricordo, Rosalia Altavilla. Una bambina cattiva, viziata, altezzosa. Me la ricordo mentre negava a mia figlia una bambola di pezza con cui avrebbero potuto giocare entrambe, sotto l’ombra degli ulivi a Pedara. E la donna che adesso si rinchiude nel suo cappotto di cashmere e in un silenzio strategico non ha cambiato in niente la sua cattiveria.

«Alla mia assistita è stato consigliato di non interloquire con voi. In questo caso io sono il suo legale rappresentante e da questo momento in poi dovrete parlare solo ed esclusivamente con me».

Barbara richiama a sé tutto il fiato necessario a rimanere calma. Il petto le si gonfia sotto la camicia di seta. Rosalia la sfida con la sicurezza di chi ha ereditato non solo denaro e capitale, ma anche l’arroganza forte di chi non ha mai dovuto lottare per nulla, di chi ha avuto in regalo titoli e protezione.

Dall’alto del loro stare in piedi, l’una dinanzi all’altra, si propaga l’immagine di due bestie che vorrebbero solo azzannarsi alla gola, mentre Rita continua a essere la signora nell’angolo, imbellettata e ormai relegata al ruolo di moglie, madre, angelo del focolare. Immobile e muta.

Immobile e muta io stessa, avverto sempre più chiaramente che qualcuno sta provando a smontare con violenza i cardini della vetrina sbreccata che mi ha protetta sinora. L’intonaco del muro in cui sono incastrata da anni inizia a cedere.

«Avvocato Monforte, permette una parola?».

«Lei chi sarebbe?».

«Appuntato Lucio Colombo».

Il baffo del carabiniere ha un fremito d’orgoglio. La smorfia divertita sulla faccia di mio marito ricompare luminosa.

«Scusi l’intromissione, ma mi permetto di dire che entrare a casa delle persone così all’improvviso non è segno di buona educazione. Noi stavamo discutendo di una cosa importante».

«Appuntato, come ho già detto alla signorina Spampinato, mi rincresce dover usare questi modi, ma io e la mia assistita avevamo già intimato ai qui presenti la necessità di avere casa libera in tempi brevi. Le nostre richieste sono state ignorate. Capisce bene, appuntato, che non ci rimaneva che venire di persona, prima di passare alle maniere forti».

«E quali sarebbero queste maniere forti?».

«Venire a trovare i signori Spampinato con l’ausilio delle for…».

«Forze dell’ordine?».

Un cigolio proviene dalla sedia di Calogero. Un moto di divertimento gli scuote persino la gamba marcia. Il primo cardine arrugginito della mia cripta viene percosso dal colpo sordo di un martello pesante. Sono in due, sporchi di muratura e mandati a distruggermi. Io che sono senza corpo ricomincio a morire di nuovo.

«Sì, appuntato. Con le forze dell’ordine se sarà necessario. La signora Altavilla ha tutto il diritto di riappropriarsi dell’immobile che le è stato lasciato in eredità».

Lucio muove il suo sguardo su Rosalia. Registra con una sola occhiata la magnificenza arrogante di chi possiede qualcosa per nascita e privilegio. Riconosce l’altezzosità della stirpe degli Altavilla. Eppure, la sua eleganza regale lo affascina.

Uno, due, tre colpi al secondo cardine. Tra i pezzi di vetro e di intonaco la mia anima inizia a evaporare. Sto per morire per la seconda volta.

L’appuntato Colombo rompe la sua forma. Si alza, ricompone la sua riga da soldato.

«Barbara, da quanto tempo state in questa casa?».

«Da quando sono bambina».

«E mai nessuno è venuto a rivendicarla, giusto?».

«Mai, appuntato. In questa casa ci ha messo il padre della signorina Altavilla».

«Quindi questo immobile vi è stato, come dire, concesso?».

«Sì».

«Bene. Quindi mi pare di capire che questa sia una concessione di abitazione? Non avete contratto voi qui dentro, giusto?».

«Contratto non ne abbiamo avuto mai. Mio padre e don Giovanni si sono messi d’accordo».

La faccia di mio marito diventa uno spasimo. La sua gamba è presa da un tremolio innaturale. È il ricordo del dolore.

«Vi è mai stato dato un termine per restare qua dentro?».

«Fino a quando mio padre è vivo qua possiamo stare. Così è stato detto ai tempi».

«Bene. Avvocato Monforte, credo che la situazione sia abbastanza chiara».

«Appuntato Colombo, io sono un uomo di legge e so che la mia assistita ha tutto il diritto di agire così come sta facendo. Questa casa le spetta per volere del padre e come abbiamo già spiegato ai signori Spampinato quella famosa carta non ha nessuna validità legale. È un semplice foglio con due firme che non sono mai state registrate negli uffici preposti dalla legge. A conti fatti, nel momento in cui la mia assistita richiede l’immobile legittimamente e questi ultimi rifiutano di lasciarlo, i signori Spampinato stanno attuando un abuso».

«Avvocato, sono un uomo di legge anche io. E so quali sono i diritti del popolo. Qui siamo davanti a un caso di concessione di abitazione. E lei e la sua assistita lo sapete».

Rosalia Altavilla contrae la fronte. Le sue mani nascoste nelle tasche del cappotto prudono di nervoso.

«E lei sa bene, appuntato, che la legge è dalla nostra. Noi andremo avanti con la nostra istanza. E non credo che ci sia molto altro da discutere».

Colombo si para davanti all’avvocato Monforte. Il calcio della sua M34 scintilla nella penombra della cucina.

«E che cosa vorrebbe fare?».

Un sorriso gli si staglia sui denti bianchi. Il cavaliere ha appena sfidato il nemico. L’avvocato Monforte indietreggia di un passo. Calogero ha un sussulto sulla sedia di ferro. Di colpo, un silenzio stagnante invade ogni angolo di questa prigione.

«La legge farà il suo corso, appuntato Colombo. Mi rammarica averla conosciuta in queste circostanze, lei mi sembra un uomo che conosce le cose del mondo».

Lo sguardo di Lucio riaggancia gli occhi della palermitana.

«Signorina Altavilla, mi permetto di darvi un suggerimento: fatevi consigliare bene da ora in poi. Mi rincresce farvi presente che ciò che pensate sia un vostro diritto possa essere riconosciuto con l’uso di mezzi inadatti. I signori Spampinato al momento rimangono qua dentro».

Rosalia schiude la sua bocca di rosa fresca.

«E chi lo dice, appuntato?».

«Lo dico io. O vi volete opporre a un pubblico ufficiale?».

Un altro colpo mi scardina. La vetrina cade ai miei piedi. Sono nuda. Il drappo con l’iniziale ricamata in oro di Agata è calpestato da scarpe luride. Sono morta. Barbara mi sente.

Una fitta al suo costato la fa rinvenire.

«Che cos’è questo rumore?».

Calogero trema. Il suo sangue di belva ferita sente il richiamo della morte. Figlia mia, vieni a salvarmi. Aiutatemi. Non lasciatemi da sola di nuovo.

Barbara corre, il movimento della sua gonna sgombera l’aria e con la sua corsa attiva una folata di apprensione fra tutti i presenti. Calogero trema sempre di più, il suo è un ondulare tellurico. Mi rompono, mi scardinano, mi uccidono. E lui lo sa. E nella sua inamovibilità soffre con me.

La porta di casa si spalanca. In via delle Sante il buio della prima sera si rischiara con la sua voce.

«Che state facendo? Lasciatela stare!».

La cucina si svuota. Adesso tutti gli animali sono fuori. Solo Calogero rimane accasciato sulla sua sedia di ferro. Stringe il suo bastone e con l’occhio buono osserva il crocifisso davanti a sé. Il suo respiro si fa corto. La testa gli cade sul petto mentre il suo cuore si ferma.

Mi sventrano, mi fanno polvere. Barbara si riversa ai miei piedi. Il suo urlo ghiaccia il sangue dei muratori.

«Lassatila stari!».

«Fermi!».

La voce di Lucio rimbomba come uno sparo tra i tetti. Respiro ancora. Ancora esisto tra i cocci di muro e i vetri per terra. Ancora prego il Signore Dio di farmi la grazia di essere in ogni cosa. Di rimanere per volere divino tra tutte le cose. Anche se rotta. Anche se umiliata e scardinata. Gabriele si nasconde dietro le gambe di Rita. Barbara lacrime di bambina ammutolita che le bagnano la camicia di seta.

Dal fondo del vicolo qualcuno compare lentamente. Tiene in mano un secchio e una cazzuola. Ha gli occhi buoni di un salvatore. Alfio Cosentino scende con calma, passo dopo passo la sua immagine si fa sempre più nitida. In questa notte che si appresta a scendere su di me qualcuno è venuto a salvarmi. Alfio il figlio della panettiera, Alfiuccio bambino buono e grande lavoratore. Alfio Cosentino, muto sempre come un pesce, caruso di buona famiglia. Nei suoi occhi di pece una scintilla serpeggia viva mentre raggiunge il resto degli umani immobili.

«Levatevi e non vi arrischiate a toccare Agata. Altrimenti v’ammazzo con le mie mani».

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Erica Donzella (1988) è scrittrice, libraia, editor, e docente di editoria e scrittura. È autrice di poesia, saggi e romanzi. Tra le sue ultime pubblicazioni: Quando cadranno i rumori (Scatole parlanti, 2019), Labyrinthos. Un modello di scrittura (Villaggio Maori Edizioni, 2021), Scrusciu (Samuele Editore-Pordenonelegge, 2022). Per Kalós ha pubblicato Come acqua comanda (2023).

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