Nel 2019, alla pubblicazione italiana di La stella nera (Dark Rising Star nell’originale inglese) da parte di Edizioni Tlon, mi trovavo a insistere su temi che allora a molti parevano bizzarri, marginali o perfino eccessivi: l’idea che la politica contemporanea avesse preso a muoversi su un terreno dove l’immaginario contava più dei fatti, che la “magia” e il pensiero simbolico si infiltrassero nelle strategie di propaganda populista, e che certi ritualismi mediatici avessero un senso più profondo di quanto non volessimo riconoscere. Queste intuizioni non erano frutto di sensazionalismo complottista, come già spiegava la recensione dell’epoca, ma di un’analisi rigorosa sulla “rinascita di un certo tipo di occultismo” e sulla sua relazione con la politica globale, dagli Stati Uniti alla Russia.

In una intervista all’autore, pubblicata proprio su Minima et Moralia (https://minimaetmoralia.it/libri/la-stella-nera-segreti-occulti-della-propaganda-populista/), scrivevo proprio: «non è un libro complottista. Al contrario, è un libro che svela il trucco dei complottisti. Si tratta veramente di una importante opera di decostruzione di tutte le argomentazioni e le scorrettezze della propaganda incrociata di Trump e Putin (con ricadute, come sappiamo, anche nel nostro paese).».

In quegli stessi mesi, in un articolo pubblicato su Linus e poi riproposto su queste colonne (https://minimaetmoralia.it/attualita/riprendiamoci-limmaginazione-combattere-la-propaganda-populista-conoscendone-le-strategie-limmaginario/) invitavo a riprendere l’immaginazione come strumento di lettura della propaganda populista, sottolineando come le tecniche narrative e simboliche messe in campo non fossero semplici superfetazioni retoriche ma vere e proprie strategie di costruzione di senso, riferendomi anche al testo di Lachman:  «il libro analizza, con notevole mole di documenti ed evidenze, come dietro alla macchina della propaganda di Trump e Putin ci sia un imponente struttura di “pensiero magico”. Forse non tutti sanno che Trump è un devoto dichiarato del “pensiero positivo” e come in realtà dietro questa apparentemente innocua definizione si nasconda una vera e propria visione magica del mondo, fondata sull’affermazione del proprio ego. Trump, e i suoi sostenitori dell’alt-right, sono fermamente convinti che si possa “creare la propria realtà”. Non sono tesi complottiste degli avversari politici, sono dichiarazioni programmatiche degli stessi esponenti dell’Estrema Destra americana.»-

Oggi, sette anni dopo, non solo molte delle tesi di Lachman si sono rivelate drammaticamente pertinenti, ma le evoluzioni successive della politica globale (dall’affermazione di narrazioni post-verità alla manipolazione simbolica dei media) suggeriscono che il libro abbia avuto un valore non solo analitico ma di innegabile lungimiranza.

Edizioni Tlon ha riproposto il testo in una nuova edizione, La stella nera. Magia e potere nell’era di Trump e Putin, e a rileggerlo oggi l’assunto principale del saggio sembra la fotografia fedele della realtà che stiamo vivendo: «Il populismo ha successo, quando ci riesce, non grazie alle argomentazioni – anche se Bannon e i suoi sosterrebbero il contrario – ma ricorrendo al potere delle immagini, dei simboli e degli slogan. Si tratta infatti di stimoli diretti e semplici che raggiungono le nostre menti in profondità e ci influenzano a livello viscerale, proprio come accade alle opere magiche».

Ci è parso opportuno riparlarne proprio con l’autore.

La nostra conversazione con Gary Lachman mira a esplorare proprio questa persistenza e trasformazione delle dinamiche culturali e politiche che Dark Star Rising aveva messo al centro sin dalla prima edizione.

In Dark Star Rising hai descritto il ritorno del pensiero magico come una forza politica attiva, capace di plasmare l’immaginario collettivo ancora prima che prendano forma vere e proprie agende di governo.
Guardando agli ultimi anni, quali intuizioni del libro le sembrano oggi pienamente confermate, e quali invece l’hanno sorpresa per aver sovrastimato o sottostimato la realtà?

G: Ciò che più mi ha colpito negli ultimi tempi è il modo in cui Trump incarna sempre più chiaramente il profilo del “Right Man”, un termine che ho ripreso dallo scrittore britannico Colin Wilson e che applico a Trump e ad altri demagoghi e guru, poiché egli rientra perfettamente in questa tipologia. Il Right Man è qualcuno che non ammetterà mai, in nessuna circostanza, di aver torto. Farà qualsiasi cosa pur di non riconoscere un errore, di non chiedere scusa o di non accettare di aver perso. Trump lo dimostra costantemente, sostenendo che le elezioni del 2020 gli siano state “rubate”, così come il Premio Nobel. Non tollera la contraddizione e non obbedisce ad alcuna regola se non alle proprie, pur riservandosi il diritto di contraddirsi quanto vuole. Ciò che il Right Man afferma è verità. Il pericolo è che, messo di fronte a fatti ineludibili, egli non abbia alcuna remora a ricorrere alla violenza pur di mantenere la propria “ragione”.
(È bene precisare che “right”, in questo senso, non indica la Destra politica: di Right Man ve ne sono stati altrettanti a sinistra quanto a destra. Il rischio emerge quando tali figure occupano posizioni di potere, come nel caso di Trump, e possono quindi esprimere la loro “ragione” in forme spesso oppressive).

Il “pensiero positivo” abbracciato da Trump è una sorta di magia fondata sulla sua convinzione di avere sempre ragione. Fatti, verità e realtà sono a sua disposizione, e il suo messaggio viene amplificato da un sistema mediatico compiacente.

 Le ambizioni espansionistiche di Donald Trump, esplicite o implicite, dalla retorica imperiale alla nostalgia per una sovranità senza limiti, sembrano richiamare una concezione arcaica del potere. Le interpreta principalmente come strategia geopolitica o come manifestazione di un mito politico più profondo, che precede e orienta l’azione?

G: Quando scrissi Dark Star Rising, l’Alt-Right occupava le prime pagine. Accanto a Julius Evola, uno dei loro riferimenti principali era il filosofo della storia tedesco Oswald Spengler. Poco più di un secolo fa, alla fine della Prima guerra mondiale, Spengler pubblicò Il tramonto dell’Occidente, sostenendo che l’epoca delle democrazie occidentali stesse giungendo al termine. Le civiltà, secondo lui, sono organismi viventi: nascono, maturano e muoiono. Spengler riteneva che la civiltà fondata sul Rinascimento fosse in declino e che stesse per aprirsi quella che definiva l’età dei Cesari, uomini forti che emergono negli ultimi giorni di una cultura in decadenza.

L’Alt-Right vedeva Trump come uno di questi Cesari, così come Putin, esattamente come fa Aleksandr Dugin nel caso russo. Trump ammira queste figure e aspira a somigliare loro. Se Spengler aveva ragione, allora Trump è un sintomo e un segno del declino. E quando riconosciamo che ciò in cui Trump eccelle è la distruzione più che la creazione, tutto il caos che egli diffonde appare orientato ad accelerare questo processo.

Aggiungerei che un altro storico del Novecento, Arnold Toynbee, osservò come le civiltà, nel loro “tempo delle difficoltà”, reagiscano secondo due modelli stereotipati: quello arcaista e quello futurista. L’atteggiamento arcaista consiste nel tentativo di tornare a un passato idealizzato, a una presunta età dell’oro. Lo slogan di Trump, Make America Great Again, incarna perfettamente questa reazione. La sua vicinanza a figure come Elon Musk e Peter Thiel suggerisce invece l’approccio futurista. Da un lato il desiderio di restaurare un’antica grandezza, dall’altro l’impulso a proiettarsi verso un futuro radioso.

Lo stesso schema è visibile in Russia, con Putin che tenta di ricomporre l’Unione Sovietica e al tempo stesso richiama una passata “Santa Russia”, mentre si assiste alla rinascita di interesse per i Cosmisti, un movimento russo dei primi del Novecento volto a sconfiggere la morte, prolungare la vita e colonizzare altri pianeti, in sintonia con il post- e trans-umanesimo contemporaneo. Di questo mi occupo in The Return of Holy Russia, seguito di Dark Star Rising.

Tornando al tema del Right Man, Trump desidera sempre compiere qualcosa che nessuno abbia mai fatto prima. Nel suo primo mandato ha sganciato il più potente ordigno non nucleare mai usato, la cosiddetta “Madre di tutte le bombe”, contro l’ISIS in Afghanistan. In questo mandato ha distrutto l’East Wing della Casa Bianca, invaso una nazione sovrana e rapito il suo presidente, chiesto che la Groenlandia diventi parte degli Stati Uniti e minacciato di porre fine alle elezioni per restare al potere indefinitamente. È inquietante pensare al suo accesso alle armi nucleari.

Per molti osservatori l’ICE è divenuta il simbolo di una deriva autoritaria interna, quasi uno Stato nello Stato. A tuo avviso questa tendenza verso pratiche parafasciste è un’anomalia specificamente trumpiana o il riemergere di un archetipo repressivo da tempo latente nella storia americana?

G: Come molti demagoghi, Trump sa sfruttare le frustrazioni sociali per manipolare i suoi seguaci. La procedura è collaudata: si individuano uno o due gruppi come causa dei mali della società, del perché non si trovi lavoro o non si possa comprare una casa, e così via. A quel punto, incarcerare quelle persone diventa il modo per dimostrare che si sta “facendo qualcosa”.

Sospetto che una certa forma di ottusità sia alla base di gran parte del sostegno che Trump riceve dal suo culto MAGA: una mancanza di immaginazione morale, della difficile ma necessaria capacità di mettersi nei panni degli altri. È ironico che tutto ciò coinvolga una forte componente cristiana fondamentalista ed evangelica, apparentemente cieca rispetto al messaggio essenziale del cristianesimo: amare il prossimo. Eppure, per questi energumeni MAGA, sembra preferibile incarcerare il prossimo e terrorizzare le comunità.

Movimenti fascisti sono già esistiti negli Stati Uniti. Come ricordo nel libro, il movimento America First era molto popolare e faceva di tutto per tenere il paese fuori dalla Seconda guerra mondiale. È probabile che esista uno strato della società particolarmente suscettibile a sentimenti fascisti, e figure come Trump sanno come attingervi per fini personali. Egli offre ai suoi seguaci un senso di appartenenza a qualcosa di più grande. Lo si vede chiaramente nei suoi comizi, che somigliano a infuocati raduni evangelici. I partecipanti vengono temporaneamente sollevati da se stessi. È, a tutti gli effetti, una religione.

Come interpreti la congiunzione apparentemente paradossale tra il sostegno a Trump da parte di ampi settori dell’estrema destra americana e il loro appoggio incondizionato a Israele, nonostante una tradizione antisemita mai del tutto scomparsa? Si tratta di un cortocircuito ideologico o di un esempio di ciò che potremmo definire pragmatismo mitologico?

G: Uno degli sviluppi che affronto nella nuova Introduzione del libro è l’associazione di Trump con vari movimenti di nazionalismo cristiano e gruppi evangelici. Project 2025, di cui parlo nella nuova Introduzione, mira a trasformare gli Stati Uniti in una nazione a supremazia cristiana. Per quanto possa sembrare fantasioso, molti di questi ambienti attendono uno scontro finale e decisivo tra le forze della Luce e quelle delle Tenebre, tra il Bene e il Male.

Questa aspettativa manichea di un Armageddon è condivisa anche da Aleksandr Dugin, uno dei pochi personaggi di Dark Star Rising ancora attivi sulla scena. Per quanto ne comprenda, l’atto iniziale di questa Apocalisse sarebbe il ritorno di Israele nella sua terra. Alla luce di quanto sta accadendo a Gaza, la preparazione sembra consistere nell’espulsione dei palestinesi. Questo aprirebbe la strada alla Seconda Venuta, in cui i fedeli saranno salvati e i miscredenti abbandonati alla tempesta.

Nel frattempo, figure della tecnologia come Peter Thiel, che condivide parte di queste convinzioni, parlano della necessità di costruire rifugi e fortezze capaci di resistere al collasso ecologico e sociale. Parallelamente, la revoca delle normative ambientali introdotte dalle precedenti amministrazioni suggerisce che Trump stia attivamente incoraggiando quel collasso che i futuristi sembrano prevedere. Netanyahu è, naturalmente, un altro Right Man, come Putin, Orbán e altri ancora, e per questo Trump si schiera al suo fianco. Quanto Trump e il suo entourage credano davvero nello scenario della “fine dei tempi” è discutibile, ma si tratta di un tema tipico della politica millenarista, sia di destra sia di sinistra.

In che misura ritieni che il movimento woke, nelle sue espressioni più dogmatiche e moralistiche, abbia contribuito alla radicalizzazione speculare di una destra sempre più fanatica? È più corretto parlare di una dinamica di polarizzazione ritualizzata piuttosto che di un semplice conflitto politico?

G: Sembra una legge cosmica che gli estremi si generino a vicenda. La divisione oggi attiva negli Stati Uniti va oltre la politica: è una questione esistenziale, un problema di stile di vita. Pur animata da buone intenzioni, la sensibilità woke ha raggiunto estremi inaccettabili. Nelle sue forme peggiori è stata autoritaria, persino fascista a suo modo. Si potrebbe dire lo stesso di molti movimenti radicali: la tendenza a imporre la propria visione agli altri.

Negli anni Sessanta circolava lo slogan: “Se non fai parte della soluzione, fai parte del problema”. È un atteggiamento pericoloso, non meno di “chi non è con me è contro di me”. In questo senso, l’Ombra della sinistra è cresciuta, per dirla con Jung. Forse è ciò che stiamo osservando oggi negli Stati Uniti. Jung disse qualcosa di analogo a proposito dell’ascesa del nazionalsocialismo.

Nei tuoi testi torni spesso alla chaos magick come paradigma culturale diffuso, più che come pratica esoterica ristretta. Vedi un legame diretto tra questa visione del mondo, centrata sulla manipolazione dei simboli e della realtà consensuale, e il modo in cui la politica americana contemporanea fabbrica verità, identità e nemici?

G: Direi che l’intuizione centrale della chaos magick, così come della mental science, del pensiero positivo e del cosiddetto “vangelo della prosperità”, è l’idea che la realtà sia malleabile, in larga misura contendibile. Un punto che sottolineo nel libro è che l’idea di poter “creare la propria realtà”, o che la distinzione tra “realtà” e “simulazione” si sia dissolta, emerge contemporaneamente in diversi ambiti culturali.

Nella cultura popolare, il fenomeno televisivo dominante era ed è la reality TV, programmi sulla “vita reale” di “persone reali” che fanno “cose reali”. In ambito accademico, con il decostruzionismo e il postmodernismo, l’idea di una realtà stabile e oggettiva, dalla quale ricavare una Verità, si è dissolta, lasciando solo interpretazioni e prospettive, una traiettoria che risale a Nietzsche. A ciò si aggiunge la sottocultura occultista, che da decenni mette in discussione la sufficienza della visione razionalista e scientifica dominante.

Questi flussi culturali si sono infine incontrati. Trump è, a mio avviso, un prodotto di questa convergenza: nasce come simulacro nel suo reality show The Apprentice e poi compie il passaggio dalla “fantasia” alla “realtà” come presidente. Molti giornalisti osservano che tratta la politica come un reality show, dove ciò che conta è l’apparenza. Il risultato è una diffusa confusione epistemologica, alimentata dal suo stile di governo sempre più caotico.

Infine, quali ritieni siano i rischi reali per la tenuta della democrazia americana nei prossimi anni? Stiamo assistendo a una crisi reversibile del sistema o a una trasformazione irreversibile della forma stessa della democrazia occidentale?

G: Credo che agli Stati Uniti servirà tempo per riprendersi dopo Trump, ammesso che egli non riesca a portare a compimento le sue minacce, nemmeno troppo velate, di fare a meno delle elezioni. Le elezioni di medio termine imminenti saranno una prova decisiva. Il timore è che trovi un modo per rinviarle, impedirle o dichiararne falsi i risultati qualora i Democratici ottenessero un successo.

Penso inoltre che l’Europa debba presentarsi come un soggetto più forte e coeso. La democrazia non appartiene a una sola nazione. È anche possibile che la minaccia della sua perdita riesca a scuotere una popolazione intorpidita. Gli esseri umani hanno la spiacevole tendenza a dare per scontate le cose, soprattutto le più importanti. Quando queste vengono minacciate, ci si ridesta alla loro importanza e si trova la volontà di difenderle.

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Autore

adrianoercolani@minimaetmoralia.it

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell'antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell'associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia. Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent'anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.

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