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Apprendiamo con sollievo che l’arte è finalmente guarita. Dopo secoli di convulsioni metafisiche, insonnie teologiche e asce per il mare ghiacciato che è dentro di noi, ecco la soluzione: tappetini antiscivolo nelle sale museali. La Fondazione Beyeler di Basilea ha avuto il coraggio di sciogliere l’equivoco plurisecolare: i quadri non chiedono contemplazione, ma stretching. E così, tra un orizzonte e l’altro di Mark Rothko, finalmente respiriamo. Inspira nel cremisi, espira nel porpora. Se l’abisso si spalanca, è solo perché non abbiamo ancora allungato bene i flessori dell’anca.

Si dirà: ma Rothko invita al raccoglimento. Certo. Come invita al raccoglimento una fenditura nel ghiaccio. Come invita al raccoglimento una porta che non conduce da nessuna parte, perché il suo è “uno spazio ossessionato da sé stesso, senza contesto, senza contenuto, senza appello”, come osservò Emilio Villa. E quale luogo migliore, per una salutare sessione di meditazione guidata, di uno spazio siffatto? La guida, con voce carezzevole e salmodiante, suggerirà: “Lasciate andare ciò che non vi serve”. E in effetti, lì dentro non serve nulla. Non serve il mondo, non serve la storia, non serve il dubbio. Non servirebbe neppure il tappetino, a ben vedere.

D’altronde, abbiamo capito male per anni. Quei colori che tremano non erano febbre, ma vibrazione benefica; quelle superfici che sembrano sul punto di cedere non erano l’orlo di una notte, ma un invito al power nap. Se qualcuno ha pianto o è svenuto alla Rothko Chapel di Houston, è perché non aveva ancora scoperto la respirazione quadrata. Quattordici pannelli come stazioni di un percorso interiore? Certo: quattordici posture. Via crucis? Ma no: via fitness.

È un’epoca generosa, la nostra. Non si limita a restaurare le opere: le riassegna. L’angoscia diventa resilienza, il tragico si converte in training. Mi auguro dunque che altre istituzioni seguano l’esempio. Un corso per disposofobici sotto i tagli di Fontana (così impariamo a fare spazio), magari alla GNAM di Roma. Bagni di foresta indoor davanti alle ninfee di Monet (l’acqua stagnante come metafora della quiete produttiva). Cristalloterapia con Giacometti (ridurre l’ego fino all’osso, filiformi ma centrati) alla Fondazione Maeght di Saint Paul de Vance. E, naturalmente, lezioni sui fiori di Bach davanti alle vulve monumentali di Georgia O’Keeffe: l’interpretazione gineco-botanica definitiva, con essenze personalizzate per armonizzare il trauma modernista.

Si obietterà che sono esagerazioni. Che l’arte può fare bene. Che “la cultura è una risorsa viva e fruirne incide positivamente sul benessere del singolo individuo”, come sancisce il recente Protocollo d’intesa fra Ministero della Cultura e Ministero della Salute passato in Conferenza Stato-Regioni. Finalmente, un Tavolo tecnico censirà le iniziative e costruirà modelli replicabili su più ampia scala: così l’arte si affiancherà alle cure mediche come strumento terapeutico.

E tuttavia, che sollievo sapere che la pittura non disturba più nessuno. Che non è più quella cosa imprudente che si insinua tra le costole e chiede conto dell’essere. Che non è più il contrario della fanfara della realtà realizzata e tetragona, il controcanto in falsetto dell’Essere pingue, pasciuto, soddisfatto di sé, socievole e conversevole, autonomo e automunito. Si pensava che nessun vero artista creasse per soddisfare il pubblico, che la vera arte fosse sempre un atto compensatorio, una riparazione, la nostalgia di ciò che non ha più cittadinanza nell’Essere, o che non l’ha mai avuta. La voce dell’increato. Il segno di un’omissione originaria. Tutte superstizioni. Ma per fortuna ora abbiamo un Tavolo tecnico.

In questo nuovo clima, Rothko si rivela per ciò che è davvero: un antesignano della cromoterapia. Ma quale “furore e disperazione” (cfr. James Elkins di Dipinti e lacrime), “che non conosce rifugio e riposo, in cui il colore trema perché tutto in realtà rabbrividisce” (cfr. Antonella Anedda de La vita dei dettagli). Quei campi di colore non sono fenditure dell’invisibile, ma pannelli fonoassorbenti dell’ansia. Non sono soglie, ma fondali, sottofondi, come la musica ambient nelle spa. Se lo spazio ossessionato da sé stesso non offre appello, è perché non serve appellarsi quando si è già iscritti al corso. Il quadro non ti guarda: ti accoglie. Non ti destabilizza: ti riequilibra. Non ti chiede di attraversarlo: ti invita ad accomodarti.

È la grande pacificazione. L’arte, finalmente, come pronto soccorso spirituale, come integrazione al piano sanitario nazionale (nel Protocollo d’intesa non a caso si parla di “Welfare culturale”). E se per caso, nel mezzo qualcuno avvertisse un brivido, una vertigine, un’ombra che non si lascia nominare, niente panico: è solo un residuo di modernismo. Passerà con un esercizio di yoga.

Così, tra un respiro e l’altro, abbiamo risolto anche il piccolo equivoco che durava da tempo immemore: che l’opera fosse un azzardo. Che potesse disturbare. Che non servisse a nulla. Che non fosse una stampella ma una botola aperta sul buio. Ora sappiamo invece che ogni precipizio è una pedana, ogni silenzio un’occasione di mindfulness, e noi, grati, stenderemo i polpacci davanti all’abisso, contando fino a quattro. Inspira. Espira. Nessun appello. Nessun contenuto. Nessuno stress. Solo benessere e relax, misurabile, replicabile, certificato.

Che pace.

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sergiogarufi@minimaetmoralia.it

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