Con doppia uscita settimanale, minima et moralia vi propone la pubblicazione a puntate del romanzo “Aosta City Blues” di Matteo Castello, accompagnato dalle illustrazioni di Edoardo Meda.
“Aosta City Blues”, originariamente pubblicato nel 2021 e ora profondamente rimaneggiato e rinnovato, racconta la storia di Luca che, dopo gli studi universitari, torna nella sua città natale affrontando le difficoltà e le frustrazioni della vita di provincia.
Tra lo sforzo di inserirsi in un contesto estraneo e la riscoperta di una nuova identità, il mondo locale offre un’improbabile e grottesca svolta fanta-politica: l’occupazione del palazzo della Regione da parte di un gruppo di indipendentisti di estrema destra.
5. KAZAKISTAN
“Una scura media per favore.”
A Luca piaceva l’arredamento anglosassone standard di quel pub. Tra i tavoli di mogano scuro, i muri di intonaco color senape sparsi di bric à brac posticci e il pavimento di legno grezzo, aveva l’impressione di essere dovunque e al contempo da nessuna parte. Quella sera il locale era pieno di perfetti sconosciuti: qualche militare in licenza, ragazzini in libera uscita, quarantenni alle prese con amanti o colleghi di lavoro, un paio di solitari alcolizzati. Dopo pochi sorsi Luca aveva iniziato a scambiare qualche chiacchiera di convenienza con il tizio al bancone. Tutto era così rassicurante, avrebbe voluto diventare il classico cliente abituale che non deve nemmeno chiedere per avere la solita birra scura. Si cerca sempre una casa, pensò in quel momento, anche quando si sta scappando.
La musica era buona, e appena arrivava un pezzo particolarmente gradito Luca faceva un cenno di approvazione, tra sé e sé. Quella sera risuonava un misto di soft-rock che, tra Knack, Dire Straits e America, si sposava bene alle sensazioni ovattate generate dalla cannetta che si era concesso con Giorgio prima di lasciarlo a casa con i suoi videogiochi. L’avrebbe trovato ancora davanti allo schermo con gli occhi iniettati di sangue, una volta tornato, di questo era certo.
“… Luca?”
Il tizio che si era appena accostato al bancone spiccava per la mole e per uno scarso gusto nel vestire. Era in tuta, sembrava uno di quei mariti costretti ad abbandonare il divano per portare fuori il cane prima di andare a dormire. Di capelli pochissimi su un cranio perlopiù lucido.
“Sì… Scusa, ma… Ci conosciamo?”
L’idea di dover cominciare una conversazione lo nauseava. Quel tipo non gli andava a genio. Raggiungendo il pub Luca aveva immaginato di passare la serata assieme a un paio di ragazze provenienti da un luogo lontano, magari il Kazakistan. L’aspettativa si era presto assestata sull’opportunità di starsene in pace a consumarsi di birra e insoddisfazione repressa. L’energumeno rompeva sia l’una che l’altra proiezione mentale.
“Certo che ti conosco! Tu sei quello che anni fa si è menato con Jack… Con Giacchin. Lo conoscevo bene.” Aveva stampato sulla faccia un sorrisetto beota.
“In realtà mi ha picchiato lui”, rispose Luca senza nascondere una smorfia di fastidio.
“Be’ certo. Ma ricordo che sui giornali l’avevi fatto sembrare una specie di mafioso. Dai, avevi gonfiato la situazione. Per tutti i casini che ha avuto si è dovuto levare di torno.”
“L’articolo non l’ho mica scritto io…”, disse Luca, che non pensava a quella vicenda da anni. Un commento non gradito, due schiaffi davanti a un locale affollato, un giornalista lì per caso che era riuscito ad estorcere a Luca, che ancora grondava sangue dal naso, un commento a caldo. Un polverone. Jack era il figlio di un noto politico locale e a quindici anni andava già in giro a spacciare hashish e a fare il duro in discoteca, esibendo i modi affettati del camorrista da film di serie B. Il padre ogni volta rimediava ai guai del figlio pagando quello che c’era da pagare e risolvendo poi le faccende in privato, a modo suo. “…e poi anche io ho avuto dei casini, il tuo amico mi ha spaccato il naso e ora vedi la curvetta? È storto.”
Il tizio finalmente prese uno sgabello, lo trascinò facendolo strisciare rumorosamente sul pavimento di legno consumato, attirandosi l’occhiataccia del barista, e si sedette di sbieco.
“Ma sì, la storia di Jack è roba vecchia, anzi fossi stato al tuo posto avrei fatto di peggio. Il problema è che questa è una città piccola…”
“Città piccola, già. Troppo”, assentì farfugliando Luca, lo sguardo fisso sulla schiuma marroncina della birra. Il tipo non stava mai fermo e tirava su con il naso dilatando le narici, come un cavallo dopo una corsa forsennata, e si passava continuamente la mano sulla faccia come tormentato da un invisibile moscone. Voleva parlare e stava scervellandosi per trovare un argomento qualsiasi.
“Bella merda eh?”, riuscì a blaterare per rompere il silenzio.
“Cosa?”, chiese svogliatamente Luca.
“Tutto quanto!”, esclamò lo sconosciuto lanciando poi una risata fragorosa, come se avesse fatto una constatazione davvero brillante.
“Tutto!”, ribadì ancora. “Questa città ad esempio. No? È piena di infami. Prendi il papà di Jack. Prima stava con Unione Italiana, ora si è messo con i separatisti. Che gentaglia.”
“Se già facevano schifo quelli di Unione, figurati i separatisti!”, disse Luca a denti stretti.
Il tizio cambiò posizione e si mise a sedere dritto in fronte a Luca, proteso in avanti, con il bicchiere di birra che sciacquettava schiumando a causa del movimento convulso delle mani.“Unione Italiana è pieno di gente onesta, non come le zecche che ci governano. Gente che lavora, che sa usare le mani… E poi arriva uno come Giacchin che fa l’infame con i separatisti.”
Come non detto, pensò Luca finendo con un lungo sorso la sua scura. “Gente onesta? Ma il loro capo, quell’Antonio Geraci, non si era messo in tasca i fondi della campagna di crowdfunding per aiutare uno che aveva sparato a un rapinatore?”
Bofonchiando qualcosa il tizio infilò la mano in una tasca e ne estrasse un pacchetto di trinciato, iniziando poi a rollarlo con grande disinvoltura, mostrando un controllo che strideva con il tormentoso ondeggiare del bicchiere di poco prima. “Ormai non c’è più da fidarsi di quello che scrivono i giornali. Se non sei dei loro ti trattano come un criminale. Tony Geraci è un patriota, poche storie. Non come gli scribacchini che frequenti tu. Quelli sì che fanno schifo, loro e i tuoi amici zecche”.
Luca sentì la salivazione azzerarsi. Bisognava smorzare i toni, diceva la vocina ragionevole nella sua testa, ma rinunciare allo scontro non era proprio cosa, soprattutto di fronte a un fascista da due soldi.
Il Movimento separatista era risorto dalle ceneri proprio mentre Luca era immerso nella sua parentesi torinese. Lì per lì la notizia, filtrata da voci di casa, gli era sembrata una nota folkloristica del tutto insignificante. Un gruppo di dissidenti della sezione regionale di Unione Italiana aveva stracciato la tessera dopo che la dirigenza aveva approvato l’alleanza con il partito di governo locale. Un vero e proprio tradimento per i membri più intransigenti del partito, i quali avevano riesumato il movimento fondato da un separatista di vecchia data, il professor Gerard Blanquin. Il sovranismo nazionalista di partenza era stato declinato in un estremismo da campanile, tra proclami identitari, rivendicazioni di superiorità etnica, attacchi feroci agli stranieri e richieste di privilegi economici giustificati dall’aver avuto un trisavolo che per primo aveva piantato qualche patata in un prato a duemila metri. La stampa si era buttata a capofitto sul caso, ridicolizzando i separatisti da un lato e scandagliando gli scheletri nell’armadio degli Unionisti, provocando un’isteria velenosa e inasprendo l’odio tra i due movimenti.
“Have you heard it on the news / About this fascist groove thang / Evil men with racist views / Spreading all across the land”. La musica era cambiata repentina, e quel pezzo elettronico anni Ottanta aveva per un attimo scosso l’atmosfera. Gli Heaven 17 dovevano essere un monito rivolto a Luca dal barista, visibilmente sull’attenti in vista della sempre più probabile degenerazione del dibattito che stava divampando sul suo bancone.
“Finalmente un po’ di musica decente! Bella questa, di chi è?”, fece il fascista simulando una propulsione ritmica del tutto inadeguata. Subito tornò però a rivolgere la sua attenzione a Luca: “Allora, che mi dici dei tuoi amici giornalai?”
Luca stette un attimo fermo, come inebetito, a scrutare il faccione emaciato e troppo vicino su cui stavano incastonati due occhietti velenosi. Le parvenze di quell’uomo sembravano l’incarnazione del disordine di un intero movimento che stava serpeggiando e stava acquisendo sempre più fiducia in sé stesso.
Luca fece un respiro profondo. “Io non ho amici giornalisti e non so scrivere. Però in quanto a schifo a voi fascisti di merda non vi batte nessuno”.
Il fascista si alzò di scatto e fece per afferrare Luca al collo, colpendolo di striscio sull’orecchio. Luca si divincolò dalla presa e improvvisò una testata che centrò in pieno l’aggressore, il quale finì con l’inciampare nello sgabello e finire rovinosamente a terra, sanguinante.
Fu un attimo: Luca si trovò sospeso a mezz’aria in un volo planare lontano dal bancone, oltre la porta d’ingresso, tra i tavoli del déhor, oltre il patio che delimitava il cortiletto dove stazionavano alcuni clienti divertiti dalla scena inaspettata, per poi sentire un vuoto allo stomaco prima di trovarsi scaricato a terra, dove finì con un tonfo molle, senza difese. Il buttafuori era comparso all’improvviso e l’aveva afferrato per la cinghia e per il colletto, sottoponendolo a quell’umiliante defenestrazione pubblica. Luca ci mise un attimo a rialzarsi, era stordito e ancora tremante. La caduta non era stata affatto delicata. Si mise in piedi sulle gambe incerte e subito sentì che doveva vomitare. Il fiotto caldo, incontrollato, non fu che l’ennesima umiliazione. Bisognava andarsene, sottrarsi a quello scempio.
Proprio allora una voce si levò come un boato, squarciando ogni dubbio che ancora potesse trattenere Luca dal darsela a gambe: “io e te facciamo i conti, bastardo! Ti ammazzo!”.
Dietro al fascista, trattenuto a stento dal buttafuori e rosso di sangue e rabbia, Luca intravide il barista, che scuoteva la testa contrariato e serbava nello sguardo una forma singolare di disappunto e insieme di solidarietà. Sembrava voler dire qualcosa come “razza di imbecille, ti sei fatto fregare da questo gorilla esaltato come un vero dilettante”.
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