Con doppia uscita settimanale, minima et moralia vi propone la pubblicazione a puntate del romanzo “Aosta City Blues” di Matteo Castello, accompagnato dalle illustrazioni di Edoardo Meda.

“Aosta City Blues”, originariamente pubblicato nel 2021 e ora profondamente rimaneggiato e rinnovato, racconta la storia di Luca che, dopo gli studi universitari, torna nella sua città natale affrontando le difficoltà e le frustrazioni della vita di provincia.

Tra lo sforzo di inserirsi in un contesto estraneo e la riscoperta di una nuova identità, il mondo locale offre un’improbabile e grottesca svolta fanta-politica: l’occupazione del palazzo della Regione da parte di un gruppo di indipendentisti di estrema destra.


6. ORGASMI

Sua madre aveva sempre sostenuto che Luca fosse un grande attaccabrighe. Anche quando si era fatto rompere il naso da quell’energumeno di Giacomo “Jack” Giacchin, il giudizio implicito nell’irrigidita severità con cui i suoi genitori si erano presi cura delle ammaccature del figlio era che la colpa fosse soprattutto di quest’ultimo. “Sai perché né io né tuo padre abbiamo mai, neanche per sbaglio, preso pugni o schiaffi da nessuno? Perché non ce la siamo mai andata a cercare.” Era un ragionamento pulito. Luca amava tirare la corda. Più l’interlocutore era ostile, più la sua intransigenza verso chi la pensava diversamente diventava una sfida senza esclusione di colpi.

Solitamente la gente preferiva lasciar correre, magari buttandola in caciara. Sono opinioni, tu hai le tue, io le mie. Lui invece si impuntava, si intestardiva e questo gli aveva garantito, oltre a diverse rotture di coglioni, anche una brigata di amici fedeli, capaci di accettare il suo carattere cocciuto e, soprattutto, in grado di tenergli testa. Con le ragazze invece le cose erano più complicate. Si doveva ogni volta arrivare allo scontro per la minima incongruenza, per il più piccolo capriccio. Un gioco al massacro, ogni volta.

Clara era una combattente altrettanto tenace, e questo aveva garantito una tenuta del rapporto insolitamente lunga, per quanto esplosiva. Gli amici di Luca non sopportavano quella relazione così conflittuale, mentre gli amici di Clara ritenevano che Luca fosse un rompicoglioni. Lei frequentava il secondo anno di giurisprudenza e studiava molto, ma aveva un gran senso dell’umorismo. Il suo modo di ridere era ciò che aveva fatto innamorare Luca: una risata squillante, irriverente, sfrontata. Se non fosse stata per quella caratteristica provvidenziale i loro litigi sarebbero stati impossibili da sopportare.

Era da diversi giorni che non si sentivano. L’ultima volta lei gli aveva sbattuto il telefono in faccia al suo ennesimo rifiuto di considerare l’ipotesi di trovare un lavoro qualsiasi a Torino. “Mi manchi”, le aveva detto a un certo punto, e lei aveva risposto che allora poteva tornarsene indietro, che non c’era nessun motivo per stare lontani. Mentre la macchina percorreva la stradina di montagna che l’avrebbe portato a un certo numero 7 di una località sperduta per consegnare l’ennesima bolletta elettrica, Luca pensava a Clara e si accorgeva che non gli mancava affatto. Avrebbe dovuto chiamarla, prima o poi. Quella consapevolezza iniziava a dar fastidio come una scottatura d’estate. Luca continuava a rimandare solo perché più si arrovellava sulla faccenda, più sentiva che Clara, in fondo, avesse ragione. Perché non era rimasto a Torino? Perché era tornato in un posto che aveva sempre disprezzato, dove ormai conosceva pochissime persone e dove le prospettive di fare qualcosa di interessante erano bassissime? Forse si stava auto-sabotando? Che banalità. “Faccio il contrario di quello che voglio per punirmi.” Certo, come no, facile. Sentiva che c’era dell’altro. O almeno sperava che ci fosse.

Di una cosa era sicuro. L’università era una finestra che si era chiusa per sempre, un filone che si era esaurito. In quella città di studenti si sentiva estraneo tanto quanto nel suo paese sperduto. Forse anche di più: tutta quella gente che si ammassava sui tram, quei clacson che non finivano di sciamare, quelle biciclette in corsa, quelle matricole che non facevano altro che parlare di esami, di voti, di dispense, che si buttavano con foga quasi religiosa nelle stesse stupide usanze universitarie di sempre. Studenti alternativi inerti sui gradoni davanti alla facoltà, studentesse abbracciate e ridanciane, professori dall’aria altera e stanca, collettivi che protestavano per qualsiasi cosa, laureandi con famiglie al seguito, ambiziosi dottorandi in camicia e cravatta che ti guardavano dall’alto in basso durante gli orali, venditori ambulanti neri come la pece, negozianti distratti. Persone, persone, persone. E poi Clara e i suoi giri di gente diversa, il salotto luminoso nella via di palazzi antiquati e grigi, quei mobili laccati che non c’entravano nulla con la cameretta sbarazzina, i poster appiccicati alle pareti, lo stereo, il sesso rumoroso fatto sul pavimento, i giochi erotici, le lingue in esplorazione, quella sensazione di abbandono che si esauriva dopo ogni orgasmo. E poi tutto tornava a scorrere come prima: ci si lavava nel bagnetto di ceramica a piastrelle blu scure, ci si rivestiva alla bell’e meglio e fuori l’aria era pesante e sporca, il cemento lurido di residui, pacchetti di sigarette, gomme, sputi, le spazzature piene, la gente che continuava a muoversi indisturbata. Luca sentiva di star sprecando un sacco di tempo e di energie, nonostante la vita fosse più facile da smuovere (o da ingannare) in quei locali, in quelle vie, in quelle aule, su quel tappeto dove scopare ogni volta che se ne aveva voglia. Nonostante amasse giocare con il seno appuntito di Clara, con le sue labbra sottili sempre tese all’insù e la sua schiena ricca di nei e di punti sensibili, non ne poteva più di sentirsi come una mosca che continua a sbattere contro un vetro. Possibile che nutrisse sensazioni così discordanti? Prima di partire si struggeva dinnanzi ai ricordi di libertà e spensieratezza di quando giocava a fare lo studente libertario, ora invece aveva in bocca un sapore amaro e avrebbe rinnegato ogni cosa, e il solo pensiero di rimettere piede in quelle aule, tra quei banchi, o passeggiare a vanvera sotto i portici e in quelle piazze austere gli metteva addosso un gran disagio. Aveva ancora voglia di scopare però, questo era certo.

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