Pubblichiamo una recensione di Fabio Stassi su «Le voci del fiume» di Jaume Cabré. Tradotto dalla Nuova Frontiera, è stato ristampato con il marchio BEAT, Biblioteca degli Editori Associati di Tascabili, nel 2011.
Il Pamano è un torrente della Catalogna. Nasce nel versante sud del Montsent de Pallars, e si muove tra creste, gole e valloni lungo un percorso tortuoso. Lo chiamano il fiume dai mille nomi. Da quelle parti si dice che chi sta per morire sente la sua voce anche molti chilometri lontano. Perché la sua voce è un annuncio e un presagio, come nei sogni.
Da quando Jaume Cabré lo ha trasformato in un romanzo, il Pamano è inciso nel grande atlante della letteratura, vicino al Tago di Pessoa e di Saramago, al Serchio, al Nilo e all’Isonzo di Ungaretti, al Congo di Conrad, al Mississipi di Twain, ai fiumi profondi di Arguedas… e l’elenco potrebbe continuare per decine di righe perché i rapporti tra scrittura e corsi d’acqua sono antichi e pieni di cerchi e di risonanze, hanno origine nello Stige e nell’Acheronte, toccano il Rubicone e il Don, corrono sul letto del Danubio o accanto all’Adda e al Po, al Tamigi e alla Senna, alla Moskova e al Rio delle Amazzoni, allo Jangtsekiang… il Pamano, tra questi, è solo un piccolo ruscello che scende giù dai Pirenei verso piccoli paesi abitati da maestri elementari, tonache di preti, uniformi e nobildonne impossibili dall’odore di tuberose. Un riu che trascina ancora i detriti di tutto quello che è successo di fianco alle sue anse e che da una sponda confina con le leggi universali dell’oblio, las leyes del olvido, dall’altra subisce la risacca di memorie tragiche e sanguinose.
Nel leggere Cabré ho provato lo stesso entusiasmo di quando scoprii per la prima volta il progetto letterario di José Saramago: tutto quel lavoro sui personaggi, l’ironia feroce, l’originalità della tecnica usata con il disordine esibito delle scene e dei calendari e la ricostruzione della Storia della Spagna attraverso quaderni neri ritrovati nelle nicchie di vecchie scuole che stanno per essere demolite. Della polvere di gesso su una lavagna d’ardesia. Per questo ho messo qualche indumento in una sacca e sono partito per andarlo a vedere, questo Pamano. Sono salito sulla costa rocciosa della Pala del Bonyente, ho seguito i suoi salti e i cambi improvvisi di paesaggio, sono sceso per il fondovalle di molti dialoghi decisivi, per sapere se è vero che in letteratura il compito di un fiume è quello di restituire tutti i nomi.
La sua acqua era trasparente come le parole del figlio di Pere Serrallac, che fa ancora lo stesso lavoro del padre al camposanto di Torena. Mi ha detto Jaume che vivere in un paese è crudele. E che le pietre non sono come quelle di una volta, ma che lui non ha smesso di coltivarle. Le trasporta in grandi lastre col camion e le incide con uno scalpello. Del resto, nessuno meglio di un tagliapietre di un cimitero di provincia sa che gli uomini non sono mai quello che vengono celebrati ufficialmente, e che il mondo è un grande imbroglio, una mascherata senza fine di eroi che sono stati vigliacchi e di vigliacchi che si ricordano come eroi. Sui santi, ha aggiunto, è meglio non indagare troppo, perché certe indagini possono farti ammalare. Solo il segno dell’odio resta scolpito sulle pietre, e imprime ancora le topografie delle strade, muovendo i passi delle vecchie, i loro silenzi, le loro convinzioni. Gli ho chiesto perché non se ne è andato, perché non ha cambiato mestiere. Per non lasciare l’ultima parola alla morte, mi ha risposto. Poi ha accarezzato un blocco di marmo con la stessa delicatezza che avrebbe riservato al viso di una donna. Nelle nostre zone, la guerra civile è una croce di confine, mi ha detto, una cruz de término, come la memoria o la luce di una stella fredda, e alla fine si è alzato, ha ripulito i pantaloni dalla polvere bianca e si è allontanato verso la riva del suo torrente.
Io ho parcheggiato la macchina al sacrario di Viterbo, la città nella quale vivo da qualche anno, e mi è parso di vedere il profilo di una vetta innevata dietro al palazzo papale, e di sentire il passo di un sindaco falangista uscire dalla posta centrale, le canzoni dei ribelli del maquis sulle montagne, la benedizione di un gesuita per un nuovo beato e le coltellate del vento e dell’amore contro una finestra. Un fiume sotterraneo tornava a tagliare il Corso. Ho chiuso il libro e sono andato a casa.
Fabio Stassi (Roma 1962) di origini siciliane, vive a Viterbo e lavora a Roma in una biblioteca universitaria. Scrive sui treni.
Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Fumisteria (GBM, premio Vittorini Opera Prima 2007). Per minimum fax: È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008), Holden, Lolita, Živago e gli altri (2010) e Il libro dei personaggi letterari (2015). Per Sellerio ha pubblicato L’ultimo ballo di Charlot, tradotto in diciannove lingue (2012, Premio Selezione Campiello 2013, Premio Sciascia Racalmare, Premio Caffè Corretto Città di Cave, Premio Alassio), Come un respiro interrotto (2014), un contributo nell’antologia Articolo1. Racconti sul lavoro (2009), Fumisteria (2015, già Premio Vittorini per il miglior esordio) e La lettrice scomparsa (2016). Ha inoltre curato l’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (2013).

grazie per ampliare il mio orizzonte letterario. non conoscevo lo scrittore e neanche il fiume e i suoi suoni o le sue evocazioni