The map that you’ve painted doesn’t seem real
Rem, Maps and Legends

 Anche Nick Drake ha rubato. L’icona di un cantautorato mestissimo e saccheggiato per decenni dopo la morte precoce era stato ladro a sua volta. In particolare, Drake rubava temi e motivi a sua madre Molly, poeta e musicista. Dell’anziana sopravvissuta al figlio sommerso sono stati riesumati tempo fa brani e versi. Uno, The Shell (A Skin too few), sembra parlare proprio del figlio, o di sé, o di infiniti altri: dice che «la vita ci cresce attorno come una pelle per scacciare la desolazione fuori». E prosegue affermando che questa pelle è una specie di guscio. Che esiste chi in questo guscio fa un buco, e «fissa le ceneri del mondo a occhi nudi /conoscendo sé stessa e troppo al di là».

Quest’idea di una pelle protettiva e insieme vulnerabile è forse una delle più efficaci delle tante costruite da Eva Meijer in questa “piccola indagine sulla depressione”. Meijer rapporta la pelle al linguaggio che dà il titolo al suo indefinibile saggio-memoir: un racconto autobiografico, un’interrogazione filosofica, un montaggio di materiali eterogenei – brani letterari, intuizioni scientifiche, proposte pragmatiche, dati, ipotesi e ricordi: «Il linguaggio può colmare la distanza dagli altri e allo stesso tempo è ciò che ci separa dagli altri – proprio come la nostra pelle».

Il linguaggio come la pelle è dunque quella membrana porosa che a volte chiude gli accessi, si sporca, si ottura. Se c’è, come c’è, qualcosa di corporeo nel linguaggio e nel pensiero e nei sentimenti tutti, se siamo corpi migranti tra le parole, allora «non possiamo mai dire esattamente ciò che vogliamo: diciamo sempre di più o di meno. Di meno, perché come scrive Wittgenstein la parola è un segnale di direzione (e non la cosa indicata), di più perché il linguaggio ci solleva oltre l’individualità – le parole portano in sé ogni sorta di significati culturali e sociali».

Dunque quando diciamo ancora e ancora “depressione”, stiamo nominando un filtro sociale altamente impreciso. La piccola indagine di Meijer è allora innanzitutto un invito a chiarire il significato e l’uso della depressione: «Con le parole possiamo, sì, delineare una mappa di ciò che sentiamo, ma quelle parole non sono ciò che sentiamo». L’uso perpetuo della parola e delle metafore della depressione è il tentativo di disegnare una mappa sociale della nostra pelle. Non dei nei, ma della pelle stessa – che è molto più complicato. Perché «questa mappa continua a spostarsi sotto l’influsso di nuovi eventi», dice Meijer – ed è proprio il punto. La mappa della depressione non corrisponde a un’area fissa, ma è una cartografia di un mondo cangiante, che la sposta nonostante appaia statico, pesante, straordinariamente bloccato.

Da depressi il mondo si fa irriconoscibile, si affonda nell’amnesia («l’ippocampo, responsabile dei nostri ricordi, si riduce di volume causando una perdita della memoria»), tutto si equivale nella percezione stagnante del momento, si fugge dai contatti, si costella l’esistere di assenze. Ma esistono strategie per non scomparire del tutto.

Nel giardino d’inverno

Meijer la prende da lontano. Da Derrida che capovolge John Donne (ogni uomo è un’isola), per dire che «siamo tutti isole». Non è vero, naturalmente: se il linguaggio ha certamente limiti, il dolore però non è mai privato. Ma è vero che la depressione slega. Toglie l’impressione del legame – lo svuota da dentro. «Il quadro sociale tende a farsi più fragile» dice Meijer.

E comincia a parlare del tempo. Nella depressione i tempi si compenetrano in una modalità completamente eccentrica al nostro modello lineare. Le nostre parole d’ordine, il nostro basso continuo di progetti e performance diventano risibili quando il «futuro si trasforma in una sorta di adesso che continua a ripetersi». Meijer descrive il mondo della depressione come un presente continuo dall’estensione illimitata: «questo mondo sta andando in rovina, io sono qui a letto e tutto sta già andando in rovina». L’adesso che si ripete è quello della corruzione: l’atmosfera depressiva rovina. Il principio attivo della depressione corrompe qualsiasi cosa. È lo sfacelo in una modalità dolcemente ossessiva. Anche il lutto è ossessionato da un passato che semplicemente non c’è più, che era migliore ed è irrecuperabile. Ma se nel lutto il passato sta, gode di un colore e di una solidità mirabile – sono il presente e il futuro che non esistono più –, nella depressione invece regna il presente estenuando ogni passato.

Ecco allora che si ripresenta il tema conduttore della mappa: «Quando sei depresso ti si presenta davanti una nuova mappa della tua vita: ciò che è successo fino a quel momento riappare, ma questa volta nel quadro della depressione». Nella nuova mappa la vita passata ha un senso ma per la sua capacità persecutoria: «Il passato non è statico, non fa che inseguirti». La depressione dunque è uno stato d’animo tiranno. Regna dispoticamente, e separa dagli ambienti. Se ti dicono «guarda, è tornata la primavera, hai ancora tutta la vita davanti, sei così bello e bravo», la soluzione è costruirsi tane, interstizi di silenzio. Meijer – che da adolescente e poi da adulta, racconta, ha attraversato disturbi e ossessioni, depressioni e risalite – elenca tutto, tutti i modi per diventare artisti della sparizione. Convoca fonti diversissime come Kristin Hersch e Francesca Woodman, Tracy Emin e Kafka, per spiegare i meccanismi complicati della mente che generano le dipendenze, gli abusi di controllo: «Il digiuno è una dipendenza che, come le altre, trasforma la persona in un povero tossico».

La scrittura di Meijer è di una sobrietà rara, è esatta, non soffre di slanci, anzi li satireggia, si abbassa ogni volta che un aggettivo può suggerire pieghe romantiche, eroismi rovesciati. Ma non tace il dolore provato, non lo relativizza. Se «l’anoressia di per sé è terribilmente noiosa. Si fanno sempre le stesse cose e non funzionano mai», conclude che «non esistere in un corpo che esiste è doloroso. Avevo sempre freddo, sempre fame».

Meijer spiega come quel dolore entri a far parte della costruzione dell’identità – che per quello l’anoressia è un fenomeno (già) adolescenziale. Ma, con cautela, esplora una possibile estensione dell’ipotesi: mentre un “si” impersonale blatera di successi e realizzazione, molti navigano a vista, inabitati dalla vita. È allora che insorge, “normalizzata” a forza, la pazzia, lo spossessamento: le strategie di chi soffre la depressione sono spesso confinanti con la follia. «Con pazzia intendo più o meno questo: il mondo che gli altri vedono, e in cui vivono, è ancora presente, ma non è più il mio». Ma se la pazzia è «un sovrappiù, un’esperienza non necessaria che ti strappa dal mondo per poi mollarti di nuovo», la depressione è un di meno sempre aggiunto. Una proprietà negativa – un paesaggio d’inverno. E la terapia dev’essere mista. Non basta comprendere, magari attraverso il travaglio psicanalitico, perché «il pensiero non è una macchina che si può far riparare. E nemmeno la comprensione porta sempre a un cambiamento». Ci vogliono riti, dentro e oltre le parole – usi ripetuti.

Prendere tempo

Meijer non assegna mai un segno pedagogico alla sua esperienza. Eppure più volte allude alla perdita di significato del denaro, in depressione. Sapere che nulla vale a nulla nel nostro mondo restituisce anche la verità dell’astrazione reale della moneta. Ma quando tutto va troppo al ribasso occorre sospendere la borsa, bisogna controllarne la spirale depressiva: «riuscire a mettere tra parentesi le idee sul non valere nulla è una tecnica efficace per superare i momenti difficili».

Sospensione prima. Movimento appena dopo. La depressione è quel luogo in cui «la morte è sempre vicina», ma il suicidio «troppo lontano». Tra questi estremi, la terapia può anche essere un mero moto, lento o veloce, purché sia tale. Anche camminare, anche da sole: «Una volta pensavo fosse mio dovere continuare a vedere gente, adesso so che non ce n’è bisogno fintantoché rimango in movimento».

Questo libro è solo un saggio – un tentativo fortunato di mettere insieme pensieri sull’infelicità più diffusa che ci sia. Lo fa con cognizione e senza pretese. Riporta dati e anche metafore, e le terapie quasi tutte quotidiane: la corsa, le camminate, gli animali domestici, – le nuove abitudini. Meijer ci mette anche il lavoro: lavorare è sperimentare come diventiamo cose, ‘reali’. Crearsi uno spazio di cose in cui temporeggiare, mappando la propria giornata.

Questo facilita la resistenza. Se la depressione è la constatazione della fine del mondo (perciò spesso nasce da un lutto), questa constatazione diventa il presupposto della vita dopo la fine del mondo, la vita che prosegue: «L’attenzione si sposta dalla volontà di guarire a quella, semplicemente, di resistere». Tutto questo può rendere ancora più tristi, certo – l’autrice non lo nasconde. Ma è una tristezza “di terra” – radicata, a più strati, con faglie e cesure («affidiamoci alla terra», esorta alla fine) – e sociale. Meijer insiste sull’errore di atomizzare la depressione, sia in chiave farmacologica sia psicologica. Non si è mai depresse da sole – anche la depressione è un sistema relazionale, e così dev’essere la sua terapia.

Che però dissente dalla società, «così rumorosa», e da quel modo della percezione che la società sottintende, la disattenzione: «se non stiamo attenti, finisce tutto in un attimo», è sempre inverno: la depressione sbianca senza coprire. Sbianca per cancellare, eternal whiteness of the spotless mind: «il bianco è il colore del silenzio, del gelo assoluto, dell’esclusione, del nulla, della perdita». Al bianco pervasivo si può resistere anche accettandolo, rassegnandosi. Anche facendo passare un’ora in più che permetta di cogliere quell’ordinary contentment, quell’appagamento ordinario di cui parla Jane Kenyon in Having it out with Melancholy: la depressione è quel “tu” che insegna «a esistere senza la gratitudine». Ma l’obiettivo non è neppure abolire la retorica della gratitudine di esistere – che pure non guasta. L’obiettivo è sviluppare strategie e pratiche di sé dentro il mondo (pure dare da mangiare ai gatti randagi).

Meijer si districa benissimo dalle ambiguità, evita ogni precetto, non mostra nella depressione occasioni percettive particolari, si smarca dai narcisismi. Anche aiutare l’altro è prendere tempo – socializzare con i viventi è restare a galla vedendo sia sottacqua sia il cielo. Ci sono solo prese di tempo, inizi di mappe. Lavoro, arte, ascesi, sono modi di mappare la nostra pelle, il suo grado di consunzione, i suoi luoghi di piacere residuo. Se «l’infelicità fa parte del gioco», di quel gioco maggiore chiamato vita, per contrastare il bianco che la invade, ci sono sempre molti esercizi da fare, ancora mappe da tracciare.

 

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Autore

malpassimo@minima.it

Massimo Palma insegna filosofia politica a Napoli. Studioso del pensiero e della letteratura tedesca e francese del Novecento, ha scritto libri su Walter Benjamin, Eric Weil, Alexandre Kojève, lo studio Foto di gruppo con servo e signore, e il saggio I tuoi occhi come pietre (Castelvecchi, 2017 e 2020) e la biografia intellettuale Max Weber. Una vita politica (Carocci, 2025). In francese, per La Variation, sono usciti Velvet Underground. Le son de l’excès (2023) e Walter Benjamin, Substance (2024). Ha curato opere di Max Weber, Georges Bataille, Georg Heym, Fredric Jameson, Walter Benjamin (da ultimo Il mio Kafka, Castelvecchi, 2024). In ambito extra-accademico, ha pubblicato Berlino Zoo Station (2012), Nico e le maree (2019), Happy Diaz (2021), Olanda, 1945. Anne Frank e i Neutral Milk Hotel (Nottetempo, 2023). Nel 2022 ha vinto il premio Franco Fortini per la poesia con Movimento e stasi (Industria e Letteratura, 2021). Nel 2024 è uscito “La conta” (Edizioni Volatili).

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