La libertà è la ragion d’essere della politica, non è un attributo della volontà, ma del fare e dell’agire, sostiene Hannah Arendt nella convinzione che l’individuo scopra l’essere libero nello spazio pubblico e nel rapporto con gli altri. Una condizione che non riguarda solo l’affrancamento dai bisogni meramente materiali ma l’essere parte di una collettività. Nel suo nuovo romanzo, L’indignata, Terrarossa edizioni, Giuliana Zeppegno sembra confrontarsi con questi principi nel dare forma a un’indagine narrativa sul significato della libertà in rapporto al ruolo dell’agire collettivo e dello slancio individuale, come dichiarato sin dalla citazione in esergo, un monito nel risveglio delle coscienze divenuto simbolo delle proteste del 15M: “Dormíamos, despertamos”.
Zeppegno elegge la forma del romanzo corale per ambientare la storia tra il 2011 e il 2014 in Spagna e cogliere negli aneliti di cambiamento sullo sfondo delle occupazioni e delle proteste dei collettivi femministi, ecologisti, anticapitalisti, la necessità di rivendicare un ideale di uguaglianza e solidarietà: una democrazia reale, libera da corruzione e speculazione. Si alternano sulla pagina le voci di Giulia, Andrés, David. Al centro la scomparsa dell’amica Teresa, capelli da gitana, da bailadora flamenca, da furia, zigomi indigeni, tenerezza sottile celata nei modi ruvidi. Vive in un alloggio occupato, gestisce il Babel, fa parte della CNT.
Nel racconto dello sconforto per la sparizione improvvisa della donna, attraverso le storie di chi la cerca, l’autrice indaga la difficoltà socialmente diffusa di sentirsi realmente parte di un luogo e di un tempo, studia la precarietà esistenziale, la labilità delle relazioni, la morsa dei vincoli di sangue e le opportunità insite nei legami d’elezione. Che si tratti di ossessioni, di relazioni sospese, di straniamento nel sentirsi perennemente altrove, di mancato riconoscimento reciproco, di dipendenze emotive, di violenza, ogni storia narrata è definita in base al rapporto con un vuoto insondabile e indicibile.
L’allestimento del paesaggio urbano amplifica la riflessione sul presente nelle immagini di palazzi occupati, di scorci sulle periferie, di aree dismesse che richiamano scenari post-apocalittici. Il rilievo dell’opera, ancor prima che per la vicenda narrata, risiede nella sua valenza di denuncia. Gli scorci su condizioni di lavoro prive di tutela, il rimando a licenziamenti improvvisi da multinazionali, il racconto della generale sfiducia verso sindacati e istituzioni aggravata dal terrore di nuove violenze, il senso di ingiustizia verso l’abuso di potere delle forze dell’ordine nel reprimere le proteste, concorrono a tradurre uno smarrimento generale nell’identificare le reali basi per una rivoluzione.
L’opera è costellata di avvenimenti epocali che segnarono uno spartiacque nella consapevolezza collettiva di fare fronte comune contro le iniquità, a partire dalla repressione subita durante la manifestazione del 15 maggio 2011 che generò la ribellione degli Indignados con un’ondata di proteste e l’occupazione della Puerta del Sol, contro la corruzione politica, il precariato e la disoccupazione, contro un modello socio-economico ritenuto insostenibile in merito alla sanità, alle politiche abitative, all’istruzione e alla cultura.
Accanto alla riflessione politica l’autrice alterna ingrandimenti urbani con una prosa innervata da slanci lirici improvvisi nella descrizione di quartieri dal silenzio notturno rotto provvisoriamente dallo sferragliare di camion della spazzatura, mentre a pochi passi la plaza Mayor riposa, “splendente per nessuno”, dal caos dei turisti. Si sofferma sui rumori –“macchine che lavano la strada, vetri rotti, esplosione di risate senza freno né misura”– e sugli odori – un “misto di prodotti chimici, smog, rum scadente mescolato a Coca-Cola”– per illuminare storie ordinarie. Apre scorci sul quotidiano metropolitano tra treni sigillati e metri cubi di aria condivisa, passeggeri stanchi che tradiscono “l’angoscia del lavoro che non c’è. I figli le bollette, i compiti da fare, le tasse, i debiti, la fretta, gli esami all’università. La vita, la vita così rapida, e piena di rumore”. Ritrae volti segnati dalla resistenza, dall’impegno e dalla fatica dell’occupazione di edifici, con striscioni come “Contra la privatización, lucha obrera”.
Gli epicentri nervosi della città acquisiscono un significato ulteriore: tracciano una tensione irrisolta nella rivendicazione dei diritti di chi vive ai margini dell’esistenza, riportando alle parole di Arendt sulla libertà che, in quanto politica, non può prescindere dall’azione. Nella convinzione che l’uguaglianza sia “un cammino impervio, un orizzonte più che una realtà”, a definire la natura permeabile dello spazio sono i luoghi divenuti simbolo di una protesta generale, di un riscatto urlato in massa, tra corpi in movimento come mandrie, urla, sirene, canti spenti dagli spari. Assumono connotati nuovi, come accaduto a Puerta del Sol: un luogo consacrato alle merci e alla mobilità trasformato “in una roccaforte della ribellione”.
I dettagli su aree urbane segnate da miseria e abbandono, tra alberi modellati dal vento e erba secca, donne che vendono aglio ai bordi della strada, e resti di arredo appoggiati al muro in attesa di nuovi proprietari, tracciano un’alienazione investigata dall’autrice in senso più ampio attraverso le singole storie che si alternano sulla pagina.
L’indignata rivela anche uno studio sulla politicizzazione della sofferenza, sulla presenza della morte nella vita in relazione al maneggiamento di un lutto. È un’analisi sulla violenza in rapporto alla libertà individuale, interpersonale e collettiva concepita proprio a partire dalle responsabilità.
Zeppegno si interroga sul ruolo della cura come chiave del cambiamento sociale, sulla sensibilità libertaria, sull’attivismo spesso legato a un malessere personale, sulle possibilità di una rivoluzione che potrà avvenire solo “per contagio, non per scontro a fuoco”.
Ancora una volta sono le insistenze su dettagli minimi, come i resti di una casa occupata rimasta vuota, i fondi dei cassetti, le pagine di un’agenda, gli scontrini, i numeri di telefono cerchiati, a celare risvolti nuovi e al contempo ad attestare l’inconoscibilità dell’altro. La riflessione sul tempo che dominava La luce che pioveva (L’orma, 2022), si rinnova nello scontro con i ricordi “che vorremmo non ricordare”, con tracce di una vita anteriore imperscrutabile nel confronto con un dolore senza lirica, “insalvabile”, con la perdita di controllo personale nel definire il rispetto di un limite.
L’opera indaga le incognite legate all’identificazione di sé in rapporto alle vite potenziali, generato dalle sorprendenti scoperte nascoste nelle esistenze altrui, tra enigmi, giochi di specchi, incroci di possibilità e rinunce che passano anche per “esercizi di irrazionalismo”, provando ad “abdicare a sé stessi”. Il rapporto col tempo traccia anche la difficoltà condivisa dagli expat nel gestire lo straniamento, in un equilibrio labile tra rassicurazione, tortura e senso di colpa per il mancato ritorno socialmente atteso.
L’originalità formale nel comporre un romanzo a più voci, che favorisce una coralità di riflessione e rivela risvolti intimi e personali, è resa anche nella prosa densa, tesa tra la denuncia politica e la poesia del racconto interiore, in grado di tradurre la raffigurazione di un tragico succedersi di eventi con una sottile levità che sovrasta i drammi. L’indignata è un furente manifesto di libertà che indaga le incognite dell’esistenza in rapporto alla matrice politica dell’azione dell’individuo come foriera del cambiamento.
Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
