di Antonio Esposito
Nel suggerire una via alla letteratura del nuovo millennio Italo Calvino dichiarava di fare in modo che lo scrittore si muovesse per «eccessiva ambizione». Scriveva: «La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche al di là di ogni possibilità di realizzazione». Darsi obiettivi impossibili era allora, ma probabilmente lo è tutti oggi, la sfida di chi col proprio lavoro prova a inquadrare, raccontare, testimoniare un segmento di Storia.
C’è un sentimento simile ad agitare – capace di smuovere, risvegliare dal torpore – la scrittura di Shpëtim Selmani, scrittore kosovaro, classe 1986, apparso per la prima volta in Italia con Ballata dello scarafaggio (edito da Crocetti e tradotto da Fatjona Lamçe). L’autore sente l’esigenza, lo racconta, di provare a dare forma narrativa e testimoniale a quanto accaduto nel suo paese: la guerra del 1999 vista dagli occhi di un bambino, le ferite lasciate su un’intera comunità, i turbolenti ricordi che danno al presente un sapore dolceamaro. Il titolo del romanzo è ripreso da quello di una canzone del gruppo rock Lindja, Balada e buburrecit, dove lo scarafaggio, «piccolo ma orgoglioso», trova la forza per reagire a ogni violenza o torto subito.
Certo, l’incipit è fuorviante: «Mettiamo le cose in chiaro sin dall’inizio» dice. «Ho rinunciato all’idea di scrivere un grande libro», ma già poche pagine dopo appare chiaro che l’autore stia ritrattando la propria posizione («Ogni volta che leggo Bolaño capisco che è arrivato il mio turno di scrivere un libro simile ai Detective selvaggi sul Kosovo del dopoguerra»), che la voce narrante sia inaffidabile o che la storia che stiamo leggendo sarà riflesso di una crisi creativa; non scandita da battute d’arresto ma da percorsi possibili. La scrittura di Selmani infatti è ricca di punti fermi. Nella sua Ballata il pensiero tituba, sceglie le parole, prende consapevolezza, le ribadisce, le ritratta. In poesia, storicamente, le ballate seguono il tema amoroso, sono componimenti pensati per accompagnare le danze, e l’andamento melodioso scandisce i tempi del racconto; qui la prospettiva si ribalta: come in uno spartito i tempi e i movimenti sono dettati dalla punteggiatura che, dove falliscono le parole, spingono il lettore più in là nella storia e il tema è quello della memoria, della ricerca e la riproposizione di traumi passati.
La ricerca è il nucleo del romanzo, la forza verso cui tutto tende. Il protagonista, alter ego dell’autore, è un uomo che crede fermamente nella letteratura, ma convinto che l’arte si sia spostata da un’altra parte dopo che la violenza della guerra ha colpito i luoghi, reali e immaginari, della sua infanzia. «Non posso dimenticare […] la faccia di mia madre, che era dimagrita, allattando la più piccola delle mie sorelle mentre eravamo bloccati in un villaggio di montagna, circondati da soldati serbi. Un’opera monumentale dell’umiliazione. Della tristezza. La mia giovane madre, benedetta solo dallo scorrere del ruscello lì vicino. La letteratura era scappata. Verso i popoli pacifici. Lì non c’era arte. C’era morte. C’era sangue. E cadaveri umani trasportati dal fiume». Di ricerca si vive in uno spazio così desolato, o forse di recupero. Del tentativo di riportare indietro ciò che la guerra ha spostato.
La Pristrina di oggi si sovrappone a quella del passato, i traumi di un intero popolo passano per la ridefinizione delle attività quotidiane: il presente sembra riabilitare il desiderio, la spinta creativa. E in Selmani torna allora l’esigenza di raccontare, ora che il momento è proficuo. Recupera Fante, Carver, Hemingway, Houellebecq, Whitman, Knausgård, musicisti come Waits e Dylan, fa in modo che il paesaggio artistico e interiore si ricomponga. Imita i gesti creativi di personaggi ripescati dalla storia dell’arte, cerca di comprenderne le crisi. Le prime pagine della Ballata sono tutte animate da questa tensione: il conflitto interiore è alimentato dalle contingenze del presente, l’impressione è che il Kosovo debba rinunciare al suo grande romanzo solo perché Selmani si è sposato e ha avuto un bambino.
Contingenze che gettano verso lo sconforto creativo le intenzioni dello scrittore e sempre più confermano al lettore che un romanzo non ci sarà. Eppure qualcosa si muove, come accade in opere prime quali Il Levante di Mircea Cărtărescu o Romanzo naturale di Georgi Gospodinov, la crisi viene tematizzata e trascritta così da trasformare in opera – nel senso di lavoro fattuale e dimostrato – le difficoltà espressive. In quei libri, come in questo, la letteratura arriva in soccorso del reale, si mescola ai gesti quotidiani, complica e risolve le indecisioni dello scrittore. Il risultato fa il verso a certe soluzioni postmoderne, dove la materia metaletteraria da teorica diventa narrativa e agisce sui personaggi per legittimare il racconto. Come se chi scrive sentisse la necessità di mettere in scena altre voci nel proprio testo per rafforzare la propria.
Tutto ciò avviene attraverso ingredienti precisi, evidenti al lettore già dalle prime pagine, e tanto più manifeste nelle intenzioni dell’autore. Lo stile frammentato dell’opera, il linguaggio paratattico, le soluzioni pop e rapide di Selmani segnano un lavoro d’esordio capace di tradurre in romanzo le esperienze poetiche e teatrali del suo autore, di trattare con lo stesso respiro temi quali amore, amicizia, creatività, guerra, memoria, e di prendere su di sé l’arduo compito di restituire l’arte a luoghi profondamente feriti. O almeno avere la responsabilità di tentare.
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