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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: Grant Wood, American Gothic.)

Non c’è speranza nei libri di Erskine Caldwell. Non c’è pietà. Eppure lo stile di questo scrittore sottovalutato dai posteri e oscurato dall’epos scintillante di altri esponenti della cosiddetta letteratura sociale statunitense, sembra resistere al tempo come i campi bruciati dal sole in cui si specchia. Nessun moralismo, mai un giudizio, neppure il briciolo di un tentativo lirico. Ossia tutto quello che possiamo vedere, senza filtri e quasi esemplarmente, in uno dei libri più celebri: Il piccolo campo, ora di nuovo in libreria nella bella traduzione di Luca Briasco (Fazi, pp. 247, euro 17,50).

È la storia di una famiglia georgiana, i Walden, e della sua caduta, negli appezzamenti di terra divelti dalle buche scavate senza posa, per anni e anni, con una determinazione mista a una sorta di cieca follia, nella smania irrazionale di raggiungere l’oro. Del resto, l’essere umano rappresentato esemplarmente dalla famiglia Walden e da chi le gira attorno, è spogliato di qualsiasi orpello che nasconda uno dei suoi caratteri più mostruosi: il desiderio fuori da qualsiasi riduzione di carattere razionale. Nessuno fa ciò che vuole, in questo libro che arrostisce il lettore in un senso di siccità interminabile.

Non il patriarca, Ty Ty, che guida la famiglia al fallimento con un senso di paradossale rigore morale, spostando in continuazione il piccolo campo affidato al Signore, pur di scampare il pericolo di dover offrire alla Chiesa l’oro che ci si potrebbe trovare. Non i suoi figli, né i più sottomessi, né l’unico ricco. Non le donne. Non i comprimari. Nessuno agisce se non spinto da istinti di carnalità assoluta e folle desiderio che sogna improbabili ricchezze o impossibili rivolte.

Caldwell fu arrestato, nel 1933, all’uscita del libro. La storia aveva sconvolto i puritani ma riuscì anche a spingere gli intellettuali e i liberal a una battaglia in favore del suo autore. Figlio di un pastore presbiteriano, Caldwell andava scrivendo i romanzi del “ciclo del Sud” in solitudine e povertà. Il successo arrivò anni dopo, prima di morire, ottantaquattrenne, nel 1987. La vera consacrazione però sta arrivando ora, lontano dalla società che descrisse, nella consapevolezza che il suo valore ha a che fare con l’essere umano fuori da qualsiasi contestualizzazione storica.

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Autore

matteonucci@minimaetmoralia.it

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha pubblicato con Ponte alle Grazie i romanzi Sono comuni le cose degli amici (2009, finalista al Premio Strega), Il toro non sbaglia mai (2011), È giusto obbedire alla notte (2017, finalista al Premio Strega), e il saggio narrativo L'abisso di Eros (2018). Con Einaudi ha pubblicato traduzione e commento del Simposio di Platone (2009) e i saggi narrativi Le lacrime degli eroi (2013), Achille e Odisseo (2020), Il grido di Pan (2023). Per HarperCollins sono usciti il romanzo Sono difficili le cose belle (2022) e il saggio narrativo Sognava i leoni. L'eroismo fragile di Ernest Hemingway (2024). I suoi racconti sono apparsi in riviste, antologie e ebook (come Mai, Ponte alle Grazie 2014), mentre i reportage di viaggio e le cronache letterarie escono su La Stampa e L'Espresso. Cura un sito di cultura taurina: www.uominietori.it

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