di Gabriele Di Fronzo
Si intitola Gli inganni e viene alla mente Gottfried Benn, lo scrittore e medico tedesco, quando scrisse questa frase: “Ingannarsi e pur dover continuare a prestar fede alla propria interiorità, questo è l’uomo, e al di là di vittoria e sconfitta comincia la sua gloria”. Sandro De Feo pubblicò questo romanzo, riportato ora in libreria dalla casa editrice Cliquot, nel 1962, a cinquantasette anni. Nato a Modugno, con il padre che era funzionario del Ministero degli Interni, si trasferì a Roma per conseguire, come da tradizione famigliare, la laurea in giurisprudenza. Ma più che le aule di tribunale ad attrarre Sandro De Feo furono la terza saletta del caffè Aragno, tipico luogo d’appuntamento per scrittori e giornalisti, e i bar di via Veneto, dove si incontravano invece i cineasti e gli attori. Nell’ambiente cinematografico si fece notare presto, e fece spesso parte della giura al Festival di Venezia. Come sceneggiatore lavorò con Rossellini per Europa ’51 e con Mario Soldati per il film La provinciale che aveva per protagonista Gina Lollobrigida.
Pubblicò Gli inganni sei anni prima di morire.
Antonio, detto suo malgrado Ninì, è uno spilungone biondo nato in Puglia ma più simile a un inglese, che da qualche tempo si è trasferito a Roma per lavorare nel cinema. Il suo marchio caratteriale più importante è che risente dei cambiamenti meteorologici, ed è sensibile soprattutto al vento. Glielo ha detto anche il suo medico, che ha il sistema neurovegetativo “in balia dei venti”. Da bambino addirittura strillava quando, già messo a letto dalla madre, sentiva il vento che fischiava dentro casa. Ora un suo insopportabile amico, Vituccio, è venuto a trovarlo nella capitale per chiedergli un favore. È un romanzo italiano, Gli inganni, è un romanzo romano è ovvio che ci sia di mezzo un favore. Vituccio è salito a Roma per chiedere a Ninì di presentargli un suo lontano parente gesuita, un cugino di secondo o terzo grado. Qualcuno, giorni prima, al tavolo di scopone, ha osato dire a Vituccio che è solo un “puttaniere di paese” e ora lui vuole vendicarsi di quell’affronto e, con l’aiuto del gesuita, far perdere a quel meschino la carica di fiduciario dell’Azione Cattolica così che alle prossime elezioni amministrative il partito non lo vorrà più in lista. Ninì vorrebbe far tutt’altro, ha già le sue rogne: scrive per il cinema da molti anni e ora sta collaborando con un produttore che, infischiandosene delle questioni storiche, ha deciso di ambientare un film sull’amore di Catullo per Lesbia (risalente a qualche decennio prima di Cristo) a Villa Adriana (finita di costruire soltanto nel 138 d.C.). E poi c’è Silvana che ha poco più di vent’anni, i grandi occhi malinconici, spavalda e scostumata, ruvida e musona. Silvana, che sarebbe in grado di andare a letto con suo padre “se non ci fosse altro modo di provare che essa è una donna, e più donna di tutte”. Ninì compirà cinquant’anni l’inverno prossimo, di sé sa che spesso la rabbia prende il verso della compassione, e sa che l’amore per Silvana è una promessa di guai.
Da quelle parti il vento più insidioso è lo scirocco, che mette le tende per settimane tra i colli romani e inebetisce, imbambola chiunque ne condivida il cielo. Figuriamoci quanto lo sente Antonio, detto suo malgrado Ninì, di nascita così sensibile agli stordimenti delle correnti d’aria. A lui, lo scirocco, fa passare la voglia di fare tutto.
Il vento è l’unico fantasma di cui la scienza abbia ratificato l’esistenza. È un gigantesco fantasma rutilante che con la sua lenta tenacia ha modificato prima il paesaggio e poi l’uomo. Ricordo Giorgio Manganelli che, quando la sera tornava nella sua stanza d’albergo in Finlandia, quasi non riusciva a inserire la chiave nella toppa per via dell’ubriacatura “di aria, dei venti, dei refoli degli sbuffi, dell’irrequieta e luminosa aria”; o quello spaventevole racconto di Fleur Jaeggy in cui il Fohn convince un’anziana donna a buttare giù dalla finestra di casa, nel giorno del loro anniversario di matrimonio, il marito.
Il vento complotta alle nostre spalle e nei secoli ha alterato il corso della Storia: dalla flotta dell’invasore mongolo distrutta del Kamikaze, il vento giapponese che poi avrebbe dato il nome agli assassini suicidi, al Grecale che fece naufragare sulla costa maltese la nave su cui viaggiava Paolo e gli permise di convertire la prima nazione cristiana d’Europa. Figuriamoci se con questi precedenti si poteva fare qualche problema al cospetto di un pigro intellettuale pugliese trasferitosi a Roma per guadagnare qualche soldo scrivendo sceneggiature.
Le donne e gli uomini degli Inganni fanno pendant con la decadenza eterna della città, su cui soffia quello scirocco ammorbante, e con diffidenza e ironia, curiosità e disincanto, e un fastidio calmato dall’abitudine, De Feo ce li racconta: “mantenute e mantenitrici, puttanelle e puttanone indigene, e gli efebi indigeni, diosossati, con la zazzaretta canarina ottenuta con l’ossigento, le matriarche americane di cinquant’anni con corpi da diciottenni e le gonne salite fin sopra le giarrettiere, le spie mongole dal cranio rapato a zero e i baffi rossi spioventi, i politicanti indonesiani con gli occhietti come piccole olive nere, i cospiratori africani col viso lucido e il crespo imbrillantinato sul cucuzzolo, tutti sembrano pronti e in attesa di girare la scena di un film di baccanali”. In una città rammollita e sfinita, il malumore, le stanchezze, la noia della mondanità non è così diversa dalla sonnolenza che prende Ninì una volta messo il piede nelle case dei preti.
La Bora, nella maestosità sonnolenta di Trieste, scriveva Stendhal, “ti rompe il braccio”. A Roma lo scirocco ti ammorbidisce fin quasi a blandirti. Ed è certamente un nemico più subdolo di quanto non lo siano certi venti più feroci. Come si affronta un avversario tanto morbido e salottiero? Gli Inuit dell’Artico Canadese, ad esempio, percuotevano i loro venti selvaggi con fruste di alghe; in Scozia tirargli addosso la propria scarpa sinistra pareva fino a qualche tempo un buon deterrente; in Nuova Guinea venivano posizionate lance sui tetti per “perforare il ventre del vento”; in Sudafrica la tribù degli xhosa convocava un sacerdote che sapeva sputare negli occhi del vento una pozione per intimargli ad andarsene. Ma Roma, cosa potranno mai fare i romani per fiaccare quel loro vento già fiacco e languidamente rovinoso di suo?
Emanuele Trevi, che commenta il romanzo di Sandro De Feo in quarta di copertina, ha scritto nel suo Viaggi iniziatici, recentemente ripubblicato da Utet, che “se volessimo formulare una definizione sintetica della letteratura moderna, ebbene dovremmo ammettere che essa, nella strabiliante varietà delle sue forme e delle sue invenzioni, è una grandissima, enciclopedica, inesauribile scienza del fallimento della vita umana”. I fallimenti, gli inganni, i favori domandati e ottenuti dagli amici e i favori del vento mai guadagnati.
Nell’antichità l’austromante era colui che prediceva il futuro a partire dai venti (potremmo dire: un aruspice che poteva fare persino a meno dei volatili). Uno scrittore come Sandro De Feo è forse colui che sa, per acutezza di osservazione e disincanto, come gli uomini si muovano nelle grinfie di quel determinato vento, di quel tempo che è dato loro vivere, e conosce le conseguenze che avranno quelle folate sulla loro esistenza e come cercheranno in ogni modo di ripararsi dalle raffiche gelide o di fuggire alle spire più pericolosamente indolenti.
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