Pubblichiamo, ringraziando autrice ed editore, un estratto da “Mastini, romanzo di una vita in fuga” con cui Renilde Mattioni ha cercato di ricostruire la vita di Johnny lo Zingaro. Il libro è uscito per Milieu il 18 novembre.

*

Il sole entra dal filo sottile sotto la porta, ma ancora non s’è fatto giorno. La cella, bagnata dal caldo di giugno, ha un odore peggiore di sempre. L’estate sarà un inferno anche quest’anno, uguale a tutte le altre, pensa Johnny, mentre con la guancia de­stra abbandonata sul cuscino percorre la sagoma del suo com­pagno di stanza ancora avvolto nel bozzolo del lenzuolo. Salvo è solo un ragazzino, ha la metà dei suoi anni, e quando dorme guardarlo è un piacere. Non si sveglia neanche con una canno­nata. Stringe il cuscino come fosse una femmina: il braccio si­nistro sotto e con l’altro una morsa, che nonostante il guanciale sia duro come un sasso, lo strizza e lo piega da farlo sembrare morbido. Ha un mezzo ghigno stampato in faccia anche quan­do sogna. Uscirà tra cinque anni, lui dice prima. Non lo sa che non funziona così. Che anche dovesse uscire poi tornerà, per­ché dal destino non si scappa. Johnny invece ne è consapevole ormai e per lui è quasi un gioco scommettere su chi torna e chi no. Dipende da quanto sei povero, da chi hai fuori, da come sei cresciuto, se stai dentro a lungo abbastanza, è una certezza che non sei potente, in galera ci vanno solo gli sfigati come noi. Quel tempo di assenza dal mondo non serve, riaffioreranno alla vita esattamente come prima. Ma questo di certo non glielo può dire. Lo ascolta ogni sera mentre fa progetti e ripete a se stesso e agli altri ciò che dentro quelle quattro mura vogliono sentire.

«E poi quando esco Luisa me la sposo e la metto subito incinta.»
«È brava Luisa.»
«Poi cucina bene.»
«Ma che te frega di come cucina?»

Ripensa alla conversazione della sera prima. Oggi c’è Lu­isa, qualche mese fa c’era un’altra ragazza ma non ne ricorda il nome. Quanto ci si innamora in galera? Quando rientrano alla stazione spesso Luisa lo aspetta, e vanno alla ricerca di un qualunque posto buio per fare l’amore. Lei saluta tutti gli altri detenuti all’inizio della salita, fanno un pezzo di strada con loro e poi si allontanano dagli altri fino alle 21.30, l’ora del rientro. Il tempo di accarezzarsi e di aggrapparsi l’uno all’altro. Quei trenta minuti sufficienti per giurarsi un amore eterno che spa­rirà con la leggerezza d’un battito d’ali. Johnny non crede a una parola di quello che dice l’amico Salvo, ma a ogni conversa­zione partecipa e prende posizione, dispensa consigli e, come farebbe un prete, gli dà la sua benedizione. La menzogna è il suo ambiente ideale, solo lì dentro si sente protetto, come a casa. Quel senso di confusione, quel riuscire a non dare mai la stessa versione del giorno prima lo rende libero, come se ballasse su tutte le realtà del mondo. Veloce come un gran figlio di puttana che nessuno riesce a prendere. È un movimento che non si spiega, si impara da piccoli per spirito di sopravvivenza e dopo nel tempo diventa indispensabile.

Anche quando la psicologa tenta di capirlo per ricostruire un passato davvero troppo lontano, lui piange, racconta, si com­muove e la settimana dopo la storia è di nuovo diversa, e lei con i suoi trasparenti occhi azzurri lo trattiene e lo implora di sforzarsi di essere sincero. Tutte le volte si ferma, per un minuto, si sforza frugando nei suoi ricordi altalenanti per poi ritornare a guardarla sconfitto.

«Oh! Non me credi? Te lo giuro su quello che c’ho di più caro.»

Quante volte si è fermato, in quei quarant’anni, a cercare la versione “onesta” per farli contenti. Una sola, che spiegasse quello che aveva fatto e che raccontasse come non aveva mai provato piacere a fare male agli altri. Una ricostruzione della sua vita che non screditasse mai quella povera donna della ma­dre che, alla fine, buona non era perché ladra, povera e bugiar­da, ma, ai suoi occhi, sempre e solo premurosa. Semplicemente aveva vissuto come sapeva. Quanto ci vuole a spiegarla una cosa così? Claudia la psicologa impazziva con il suo taccuino nella speranza di afferrare il suo passato.

Di un uomo come Johnny non si cattura il passato, resta solo l’uomo. Ed eccolo l’uomo, ancora disteso sul letto, con la stessa guancia appoggiata senza muoversi, con tutti i suoi pen­sieri, e altri mille che girano in testa, ma oggi è il 30 giugno. È un giorno speciale. Di nuovo la sente quella scossa dentro ai muscoli piegati e assopiti. Un venerdì diverso da tutti gli altri finalmente.

Guarda Salvo, beato, e pensa che se è anche il turno del suo compagno per il caffè, stamattina lo preparerà lui perché si al­zerà prima della sveglia, tanto di dormire non se ne parla.

Sgranchisce i muscoli uno a uno e poi esaminando con at­tenzione ogni angolo di quei tre metri per quattro di stanza, va al gabinetto e si gode una pisciata lunghissima, persino quella sembra diversa. L’ultima dentro quel piccolo cesso. Si guarda nello specchio poco più grande d’un palmo, ma chi è questo? lo pensa ogni volta che si vede riflesso, si piace anche da vecchio, ma quando immagina se stesso ha sempre un’altra faccia.

Una volta in piedi comincia a trafficare al fornello, quel bu­chetto farebbe schifo a chiunque ma è il migliore dove sia mai stato. L’hanno spostato da poco ed è contentissimo del cambia­mento. Quarant’anni di buona condotta, di gabbie minuscole in tutte le peggiori galere d’Italia. Da solo, a volte anche per anni. Addormentarsi ogni notte sapendo che sarebbe potuta partire una “carica” e che la mattina avrebbero potuto buttarlo giù dal letto alle cinque, senza vestiti, e con in mano solo il suo pac­chetto fatto di quasi niente e sbatterlo a calci ovunque, senza problemi e senza complicazioni. Anni di tutto questo e mille volte di più. Oggi quella stanzetta per due, con il bagno davanti alla cucina e i letti sui due lati, sembra quasi un albergo. Ma non si può comunque morire chiusi come animali, anche se è meglio di prima. Nessuno può passare tutta la vita così. Se lo ripete mentre spiana con cura il caffè e svuota la mente da ogni altro pensiero avvitando la caffettiera. Il fuoco non si accende mai al primo colpo, lo sposta, ci soffia e la seconda volta è quella giusta. Resta in piedi a guardare la fiamma. Finalmente la testa è sgombra, si sentono i primi rumori dal corridoio. I guardia carcere cominciano ad aprire, a una a una, le celle. Si è fatta l’ora di andare.

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2 commenti

  1. Salve sono autrice inchiesta e molto ho indagato e scritto su Pasolini (quindi anche su Johnny). Nel 2017 in occasione di una delle sue fughe (di cui non so se l’autrice parla ma leggerò il libro ovviamente) ho scritto questo per Formiche. Sembrano due persone diverse eh https://formiche.net/2017/07/delitto-pasolini-johnny-lo-zingaro/.
    Le evasioni, o prolungamenti di giorni liberi in autonomia diciamo, sono state 7 per la cronaca.
    Un saluto

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