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di Mario De Santis

Due romanzi recenti possono essere forse accostati in alcune caratteristiche comuni, a rivelare (è l’ipotesi guida, la esprimo in modo tranchant) che dietro il post-romanzo e il post-moderno riemerga un grande bisogno di narrazione storica.
Letti insieme  il nuovo libro di Filippo Tuena “In cerca di Pan” (Nottetempo, pag. 158) e il nuovo (e prima prova narrativa, per uno studioso di letteratura e poeta) di Alberto Casadei “La suprema inchiesta” (Il Saggiatore, pag. 315).

Entrambi hanno subito evidente il carattere fluido,  transmediale, che eccede in fotografie sparse nel testo o alla fine. La forma esplosa del romanzo è ricomposta in millepiani di scrittura, attitudine multi-genere (ampie parti in versi per Tuena). Siamo nell’apice della tensione modernista del romanzo come è ancora vivo da Joyce, Proust o Broch attraverso Pynchon, Bolano, il Pasolini di Petrolio o Sebald e DeLillo. Insieme ad altri autori (imprescindibile Giuseppe Genna) si è formata una via Italia del romanzo post-postmoderno, che – pur mutato in “dispositivo”  con l’esibizione ironica metaletteraria, la via di fuga nel frammento raffinato, rivela il ritorno di un rimosso, un’ utopia cieca che,  sospesa in arcipelago di fuochi (episodi, riflessioni, dettagli, uno scheletro semplice di narrazione, molti stralci saggistici) lascia intravedere in controluce non solo il bisogno di una narrazione storica, ma il sogno di una storia, che ritorna improvviso, come accade nei risvegli.

“In cerca di Pan” di Tuena è un  viaggio sulle tracce di origini celate ed esili, che ruotano attorno ad alcuni miti greci, ma è anche qualcosa di più. Possiamo leggerlo anche come nuova tappa, in forma più narrativa, nel personale viaggio di Tuena, fatto di esplorazioni geografiche e mentali, dentro la cultura d’occidente (sempre in quella zona originale che pratica tra romanzo e saggio, attraversando le sue passioni, da Michelangelo a Schumann, dall’arte antica e moderna, a Eliot e Pound). Questa ultima, dedicata a Pan, Artemide, Ovidio e la Grecia più arcaica, si ricollega al precedente, “Le galanti” dove pure era presente la Grecia e i ripetuti sulle tracce della cultura classica. Anche “In cerca di Pan” ci sono storie, ricordi, indagini filologiche e suggestioni iconologiche, ma Tuena prova a metterli in un quadro narrativo.

C’è una voce che tiene il filo, con ambivalenza tra auto-finzione e proiezione in fantasmi, personaggio tra altri, che si imbarca come turista su una crociera, si ritrova a far gruppo con altri viaggiatori, piuttosto anomali rispetto alla media, che ogni sera ascoltano un poeta, che puntella le tappe del loro viaggio, con sorta di poemetti-guida. Navigano verso la Grecia e oltre, attraverso l’Egeo e i Dardanelli, con approdo a Costanza, in Romania. Si tratta dell’antica Timo, città d’esilio del poeta romano Publio Ovidio. Ed è la voce dello stesso poeta latino che Tuena mescola a quella del suo narratore e del poeta. Non serve districare questa dimensione quasi onirica, Tuena affida il lettore alla mobilità della scrittura a zone di ambivalenza, analogia e suggestione.

Il poeta che scrisse le Metamorfosi getta semi di riflessione sui miti che poi i turisti cercheranno a terra. Galaxidi, per visitare il tempio di Delfi, a Katakolo per vedere il tempio di Apollo e per esplorare l’Arcadia o la Penisola del Mani, nel Peloponneso, verso Sparta o sulle coste dove fece tappa la spedizione di Agamennone, Achille e Ulisse verso Troia o a Mikonos dove più che per bar e negozietti turistici si cerca la più antica raffigurazione del Cavallo ideato dall’astuto Odisseo. Molte le derive e gli approdi, divagazioni, così come di fatto spesso i componenti del gruppo di crocieristi o il narratore si perdono.

Per Tuena che è un viaggiatore malinconico ma anche un cacciatore di fantasmi, il mondo classico è una presenza sia morta che viva, carnale e onirica, psichica e viscerale e a volte sconvolge qualche viaggiatore, oppure si manifesta come ninfa in una viaggiatrice che si prende il ruolo di ninfa in un gioco erotico di racconto e seduzione, facendosi raccontare ciò che il poeta ha detto dentro la sua vasca jacuzzi ogni sera da un viaggiatore diverso. Sono pretesti narrativi dalle connessioni allentate, deboli.

Ciò che conta è l’epifania tra ricostruzione e immaginazione, del mito (ancora) presente. Pan, il rude dio non olimpico dell’Attica del V secolo prima di Cristo, col suo “amplesso bestiale” che nulla a che vedere “con l’arco e la freccia di Cupido/ piuttosto con i dardi di Artemide. Con la dea cacciatrice e selvatica compaiono le ninfe, o le figure di  Perseo e Andromeda, tra cielo e terra. Tutte presenze evanescenti, tra sogno e memoria collettiva, stratificazione iconologica, per come tuti questi miti sono stai poi rappresentati nell’arte o in letteratura. “in cerca di Pan” diventa così il diario di un’ osmosi temporale, tra biografia personale e collettiva, attraverso spunti iconologici che –   come Ovidio sulla crociera –  sembrano presenze di revenant.

Tutto si mescola, il racconto di Tuena stesso è  “memoria di una rappresentazione” come il racconto mitico, un palinsesto a più strati, con cui Tuena gioca a tenere sospesa, in una dimensione sonnambula,  tra erudizione e suggestione memoriale,  il filo di viaggio interiore attraverso venti secoli di arte poesia e mitologia, fino al Finisterre storico del nostro Occidente in dissolvenza, sfondo di entertainment per una civiltà globalizzata del turismo, che vede senza sapere e che probabilmente sta esiliando di  nuovo i poeti, i suoi artisti, ma in un cloud di indifferenza. Se la filsofia della Storia è interpretata in questa proiezione psichica al passato, un esercizio simile, ma pienamente presente e rivolto al futuro, lo fa Alberto Casadei con “La suprema inchiesta”.

Il punto di vista è leggermente retrodatato al quasi-presente (o quasi storicizzato) del decennio scorso. Casadei usa esplicitamente il giallo, gaddianamente,  come base, per poi espanderlo, scomporlo in un personale frattalico pastiche.
La vicenda ruota intorno a Livia Bianchi, vice-questora aggiunta, che in una Roma politica realistica del 2010,  indaga sulla morte di un escort di lusso, trovata morta vicino a Palazzo Grazioli. Un cadavere che proiettala sua ombra lunghissima sulla capitale affollata da politici di mezza tacca corrotti, affaristi e imprenditori senza scrupoli, criminali, durante il governo Berlusconi (innominato nel testo). Un mondo che tocca anche il marito, l’architetto Angelo Consani in cerca di appoggi nel sottobosco del potere per realizzare un suo progetto urbanistico, che si ostina a chiamare “Città ideale”. Con loro due figli, Lorenzo di 18 anni e Giovanna di 12, il ragazzo, dopo aver fondato con gli amici un gruppo di disimpegno impolitico, gli Akkontetati, aderisce ai primi fermenti dell’onda giovanile ambientalista. La sorella invece rivela una genialità pittorica e immaginativa fuori dal comune. Si tratta di uno “pseudo giallo” che si mescola ad altri “pseudo” in un collasso di tempi e episodi, “improvvise tirate sui massimi sistemi” come scrive il Narratore in una nota posta sulla soglia del testo.

Importante è l’anno, la vicenda si svolge a cavallo del 2011. Casadei, punta a creare un libro-affresco o “mondo” – o come lui stesso ha detto (Casadei è anche un fine torico della letteratura) un romanzo-cloud. I quattro personaggi familiari  creando un poli-centro di una vicenda in qualche modo “ a tema”. Sono caratteri quasi tipici di una “media-borghesia del XXI secolo” immersa in un immaginario nel passaggio tra Tv e virtualità, ma alle prese con la realtà-specchio di una Roma divisa tra cellule residenziali e una metropoli indistinta, col cuore nero di corruzione degli anni ‘10. Sullo sfondo l’era berlusconiana è colta come anticipatrice di un disfacimento globale, con i suoi “gironi”  (per citare Dante, di cui Casadei è uno dei massimi studiosi). L’indagine che affronta Livia e il groviglio di inciuci in cui si muove Angelo rivelano ombre di interessi e reti da potere globale (economico mediatico, di élite e lobbies).

Casadei crea connessioni con apparenti divagazioni narrative (dai dipinti di Monet alla storia dei Cantabolgia padre e figlio, con i risvolti economici generali dell’Italia tra dopo guerra e presente, alla storia di Brevik  ma anche episodi della Napoli sanfedista, della seconda guerra mondiale in Sardegna, della vita del chimico Antoine de Lavoiser decapitato nella Parigi del Terrore). Siamo nel territorio del romanzo destrutturato, ma che in realtà crea molti più legami e nodi in micro-riflessioni sia della voce narrante, sia dei quattro  personaggi. Significativi tre momenti:  Angelo che vede smontato il suo mito infantile della Tv, Febo Conti, implicato nel 2009 nell’ennesima inchiesta sul Golpe Borghese e la figlia Giovanna, che pur bambina  si sente sfaldata, nella sua cameretta, con i suoi dieci anni “dentro il crollo” di un decennio 2001-2011, o la madre che in difficoltà nelle trame criminali dell’omicidio di Bella, sogna algoritmi di intelligenza artificiale che “un giorno ricostruiranno come è andato effettivamente un evento”. C’è un sentimento ctonio della  Storia in cui abita una sorta si incubo parallelo, in linea con la  post-narrativa del dopo-storia.

La natura fantasmatica della Storia accumuna i due libri, così come la loro natura eccedente e transmediale (fotografie, mix di generi, rimandi a pagine web) con i “dettagli che si ripetono a distanza di secoli” come si dicono i due protagonisti, sconfitti, alla fine de “La suprema inchiesta”.
Anche questo tipo di indagine trans-temporale è dentro “in cerca di Pan”. Se Tuena tende a cogliere la tessitura di sogno sebaldiana lasciata dal mondo classico, Casadei aperta a una riflessione sulla storia futura, attraverso una critica politica del presente (  Angelo, in un momento di sconforto, capisce che la sua Città ideale è troppo astratta, manca di reale stratificazione storica che nasce da interazione umana,  “dall’energia dei singoli” come la chiama, da sottrarre però al falso sprone degli “hippycapitalisti” che dietro i lor proclami a  stare “foolish” fondano imperi economici, e aziende big data che avvolgono il pianeta nella spirale del solo consumo).

Stilisticamente c’è alternanza tra dialoghi più spicci, da momento  quotidiano e riflessioni dei vari protagonisti, sicuramente l’interesse maggiore nella ricca, tessuta scrittura riflessiva de “la suprema inchiesta”  – del resto evidente, per citare un maestro, anche nell’ultimo di McCarthy – sta forse sta in quel che potrebbe essere la sua parte (ci si consenta un formula) di neo-romanzo storico, che però non parte ovviamente da un’idea data di destino, ma a partire dal “cloud” di nuovi saperi (scientifici, biologici, neuronali e sociologici, che Casadei frequenta nei suoi libri teorici sulla letteratura) cerca di individuare se non una costellazione di fuochi concettuali dentro una narrazione che diano il senso di un’epoca, almeno una sua “luce azzurrina” dentro una carezza.

 

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