Pubblichiamo un pezzo uscito su Lo Specchio de La Stampa, che ringraziamo.

SAN AGUSTÍN (Colombia). Il río Magdalena è il fiume colombiano per eccellenza. Ha origine dalle parti di San Agustín, nel Macizo Colombiano del Huila, e scorre per oltre 1500 chilometri, fino alla foce caraibica a Barranquilla. Per secoli via di scorrimento attraverso il Paese, oggi viaggiare lungo il suo corso significa attraversare la storia della Colombia in tutta la sua sconvolgente complessità. Lo ha fatto Wade Davis, antropologo canadese, in River of Dreams. A Story of Colombia, un libro illuminante, mentre il Paese vive la presidenza di Gustavo Petro, primo presidente di sinistra, e sogna di uscire definitivamente dalla guerra civile. Ma un viaggio alle origini del río Magdalena è una sfida alla storia in se stessa perché spinge in una dimensione in cui le coordinate spazio-temporali a cui siamo abituati vengono scardinate.

Per raggiungere San Agustín, mi sono messo in macchina con un amico psichiatra appassionato di Sudamerica. Da Cali, la città festaiola della salsa, sono duecentosettanta chilometri di belle strade dominate da quelli che qui chiamano “pare y siga”, blocchi dei veicoli in un senso di marcia, che possono durare dieci minuti come mezzora. È una prima iniziazione al valore molto relativo del tempo: donne e uomini compaiono ai lati della strada offrendo succhi di frutta, frullati, pollo fritto, pizze, dolci. Decantano i prodotti in saliscendi di litanie cantalenanti e raccontano storie luminose, danno indicazioni, aprono mondi.

Prima di Popayán, che compare dopo quattro ore, voltando in direzione est, a Silvia, è il giorno del mercato indigeno. Pullman colorati detti chivas sono stracarichi di Misak o Guambia, comunità che conta quasi 15.000 persone nei paesini di montagna. Si ritrovano tutti qui di martedì. Sulla grande piazza della chiesa scaricano mercanzie di ogni genere, riempiono i loro banchi, si mescolano ai locali e commerciano. Le trote allevate nei dintorni riempiono la tavola delle trattoriole. Zuppe fumanti ribollono. Carni e pollame vengono tagliati e pesati in complesse contrattazioni. Il resto è frutta, spezie, tessuti. Oltre a banchi di chincaglierie di ogni genere. Donne e uomini, nei loro vestiti tradizionali, aprono sorrisi enigmatici. Aureliano, un tipo di Popayán che vende seghe elettriche, mi spiega che i guambianos lui li conosce da sempre, ma non li ha capiti mai, perché hanno mantenuto un loro spirito imperscrutabile e lo hanno difeso con una chiusura gentile ma determinata.

Secondo molti tutto gira attorno al rapporto con la madre terra, curata anche attraverso forme di agricoltura arcaiche con una devozione che sconfina in dimensioni di sacralità. Del resto, le terre che si attraversano qui catturano l’occhio e imprigionano la mente, fra foreste sconfinate, variazioni di verde che il sole satura e le nuvole ingrigiscono in venature argentee, stradine che si aprono fra la selva fitta e un falco che si posa sulla staccionata e senti il battito delle ali e gli vedi l’occhio ipnotico e sembra un sogno. Di pomeriggio i locali si incontrano per allenare galli da combattimento nei cortili di casa, mentre i guambianos riempiono di nuovo le chivas e tornano nei villaggi. Noi riprendiamo la strada, ma è necessario fermarsi per la notte. Popayán è una città coloniale caotica, asfissiata dal traffico di sera, ma al mattino le case bianche a un piano, le strade acciottolate, le chiese e le Università sembrano immergere in un tempo sospeso, come se tutto fosse più lento e fosse inutile guardare alle nostre occupazioni su una linea retta che va dal passato al futuro attraversando il presente, perché quello che domina in realtà è il circolo, il ciclo continuo.

È l’idea che prende il sopravvento definitivamente quando la strada inizia a salire fra valli di montagna, cascate, mucche e lama che si aggirano in radure dominate da macchie di abeti, fino all’altipiano a 3000 metri che termina a Paletará, cittadina famosa per il suo formaggio, ultima sosta prima del páramo (condizione ambientale che permette una vegetazione altrimenti impossibile a queste altezze) e della strada che attraversa il Parco Nazionale di Puracé: 33 chilometri di sterrata da infarto, percorsi da ogni veicolo e persino da giganteschi tir. Il mio amico guida con maestria fra buche e avvallamenti e dopo tre ore a dieci chilometri orari ritroviamo l’asfaltata, veniamo ispezionati dall’esercito in cerca di trafficanti, ci fermiamo a bere e mangiare qualcosa in una commovente osteria e infine superiamo Isnos, vediamo scintillare le acque del río Magdalena e siamo a San Agustín.

La civiltà che qui crebbe a partire dal terzo millennio prima di Cristo e si estinse ben prima dell’arrivo di Colombo ha lasciato reperti di sconvolgente bellezza. In un’area di oltre cinquanta chilometri quadrati, sono state disseppellite statue scolpite nella pietra vulcanica su cui gli studiosi si accapigliano. Cosa rappresentano questi esseri teriomorfi, ciascuno diverso dall’altro, mai un segno di ripetizione archetipica, che venivano sepolti assieme al morto e che dunque non avevano affatto la funzione dell’arte a cui noi occidentali siamo abituati? Mentre attraversiamo i principali siti archeologici, liberi dal turismo di massa a cui siamo abituati (troppo difficile arrivare qui), e curati con passione da invisibili guardiani, scartiamo le ipotesi generate dal paradigma occidentale psicanalitico che impazza di fronte a figure doppie e amplessi con animali, evitiamo i suggerimenti delle guide, ci lasciamo semplicemente portare dall’idea che chi scolpiva queste statue dai caratteri individuali non cercava il riconoscimento individuale e abbandonava la statua per sempre, assieme al sarcofago del morto, nella madre terra.

Di sera, dalla terrazza dell’albergo che affaccia sulla selva fittissima verso il Macizo Colombiano, sentiamo soltanto il canto dei grilli. Sono grilli dalla voce più lieve di quella a cui siamo abituati nelle sere estive mediterranee. Ma a me pare che, alle origini, la consapevolezza sia sempre la stessa. Come Pasifae che si accoppia con il toro, così la donna qui con il giaguaro. Come il Minotauro, così l’uomo dai tratti felini. Come il serpente che scende nelle oscurità della terra e porta la cura tipica di Asclepio, così è qui il serpente che emerge dagli abissi per guarire. Prima che la visione del tempo cristiana eppoi illuminista ci abituasse alla meta del Giudizio o del Trionfo della Ragione, c’era solo il ciclo delle nascite e delle morti, la naturale crescita e la naturale decadenza, la terra sacra a cui si fa ritorno, l’individuo umano che con ogni altro animale condivide la mortalità e che dei tratti animali ha bisogno per il suo viaggio oltremondano. L’individuo che si realizza perdendola, quell’individualità. Nulla è più inutile della corsa al successo personale a cui ci ha abituato l’idea sacra del capitalismo protestante. Lo dico al mio compagno di viaggio, al mattino. Lui ascolta serio. Eppoi mormora “Più facile vedere la fine del mondo che la fine del capitalismo. Chi l’ha detta questa? Mah. Neanche il mondo finisce, comunque. Dai rimettiamoci in macchina. La strada è ancora lunga. Anche se è corta”.

 

Condividi

1 commento

  1. Sig.r Nucci, sono una lettrice sporadica e disordinata, ma negli ultimi mesi scorrendo le pagine di minima et moralia, ho continuato a scoprire —spesso sono gia’ ad un terzo dello scritto e voglio ricordarmi il nome dell’autore…e quindi vado a vedere— che i pezzi che ho addentato un secondo dopo avere letto il titolo, —come un affamata che sceglie un panino— e che mi hanno comunicato un guizzo, tipo un pesce argenteo che s’insinua tra le parole, erano quasi tutti suoi. Gustosi. Oltre che alla mia mente, hanno dialogato con la mia pancia.
    Soggetti alquanto diversi fra loro, che tuttavia mi hanno tirato dentro dalla prima riga, come in un fumetto. E quindi volevo ringraziarla. Ci vuole impegno per rimanere lucidi e garbati. Grazie.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

matteonucci@minimaetmoralia.it

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha pubblicato con Ponte alle Grazie i romanzi Sono comuni le cose degli amici (2009, finalista al Premio Strega), Il toro non sbaglia mai (2011), È giusto obbedire alla notte (2017, finalista al Premio Strega), e il saggio narrativo L'abisso di Eros (2018). Con Einaudi ha pubblicato traduzione e commento del Simposio di Platone (2009) e i saggi narrativi Le lacrime degli eroi (2013), Achille e Odisseo (2020), Il grido di Pan (2023). Per HarperCollins sono usciti il romanzo Sono difficili le cose belle (2022) e il saggio narrativo Sognava i leoni. L'eroismo fragile di Ernest Hemingway (2024). I suoi racconti sono apparsi in riviste, antologie e ebook (come Mai, Ponte alle Grazie 2014), mentre i reportage di viaggio e le cronache letterarie escono su La Stampa e L'Espresso. Cura un sito di cultura taurina: www.uominietori.it

Articoli correlati