«Ci avete insegnato per anni come differenziare la poesia dalla prosa. Ma quelle differenze non le abbiamo comprese».

Emily Dickinson, affermava qualcosa che suona più o meno così: L’esperimento non ci lascia mai. Diamo questo assunto per vero, ci pare abbastanza indiscutibile. L’esperimento non lascia mai chi scrive, non lo abbandona, anzi, all’opposto, lo accompagna, lo scuote, lo chiama, lo sfida. Ricorda alla scrittrice e allo scrittore che sperimentare non vuol dire nient’altro che assecondare il talento, assorbire al meglio la conoscenza della forma, spostare un poco più in là la frontiera del linguaggio sconosciuto.

Date le lettere degli alfabeti, dato – in maniera approssimativa – il numero delle parole che si possono formare, nelle molteplici lingue e dialetti, cambiamo la struttura delle frasi, allunghiamogli e allarghiamogli la forma. Dopo aver imparato tutte le regole del racconto e della poesia, conosciuti i soggetti, le tecniche per la costruzione di un dialogo o di un sonetto, disattendiamole. O meglio, modifichiamole, mettiamole dentro il nostro spazio, la lingua che andiamo nel tempo a mutare, a reimparare. Aiutiamo la lettrice e il lettore a entrare ogni volta in una pagina nuova, la nostra, la loro.

L’esperimento cambia la forma fino a farla sparire, ma pure, in maniera all’apparenza più semplice, mette sedute a un tavolo due scrittrici morte e nelle tazze di tè, o sul tavolo, fa comparire i loro dialoghi, i loro scritti, le storie delle loro vite, e ai lati del tavolo, su altre sedie, in giorni a noi vicini, con le stesse carte, tra zucchero e archivio, ci mette  un’altra scrittrice, una traduttrice, un dialogo a strati, una lunga poesia tessuta tra vita e morte, un fatto letterario che suona come un piccolo miracolo. Questo particolare tipo di esperimento si realizza tra le pagine di Libro senza nome, di Shushan Avagyan, edito da Utopia e tradotto dall’armeno orientale da Minas Lourian.

Qualcuno ricorderà i dispersi e, rammentando, scriverà versi per loro, e nel leggere quei versi altri ancora rinnoveranno il ricordo di quei morti senza nome.

Shushan Avagyan è nata nel 1976 a Erevan, è una delle autrici più interessanti e originali della letteratura armena. Ha studiato negli Stati Uniti, specializzandosi in letterature comparate e traducendo in inglese diverse opere dall’armeno e dal russo. La cifra sperimentale della sua prosa, rinnova la tradizione della letteratura armena, ed è pervasa da una sorta di magia, le sue frasi suonano come portate da un vento, sembrano scritte da un soffio leggero, che, di pagina in pagina, le muove come foglie, riordinandole e disordinandole di volta in volta. È molto conosciuta e apprezzata, sia dalla critica che dal pubblico, specie anglofono, ora è il nostro turno, grazie a Utopia che pubblicherà, dopo questo, anche gli altri libri di questa autrice, nel suo sempre più ricco e vario catalogo.

Proprio come quando vivi in contesti estranei, in circostanze nuove, in altre città; l’essenza della persona non cambia, ma assume nuovi significati.

Un breve accenno alla trama, alla messa in scena, qualcosa che avviene tra le pagine ma che in fondo non avviene, perché intanto che scorriamo in avanti (ma faremo anche dei passi all’indietro), la scena cambia, perché si muove, tutto è reale, tutto è continuamente sospeso. Qui si incontrano Shushanik Kurghinian e Zabel Yesayan, due artiste della parola e della letteratura del Novecento; femministe, il cui lascito, il loro lavoro, la forza della loro battaglia è andato perduto, come se a un certo punto la storia dell’Armenia le avesse cancellate, credendo di poter fare a meno di loro. Erano curiose, intelligenti, visionarie, avevano la rara capacità di allungare il loro sguardo oltre il tempo, oltre i loro giorni.

Tornano in vita in questo Libro senza nome, dove più vive che mai, si scrivono, conversano, saltano fuori dalle pagine che hanno lasciato. Diari, poesie, brani in prosa, versi di altre poete, frammenti, uno scambio continuo. Il dialogo tra le due è rielaborato in ottica metaletteraria e alternato da una serie di conversazioni tra Shushan Avagyan e Lara, un’amica che proprio sulle due grandi intellettuali del Novecento sta svolgendo un attento e lungo lavoro di ricerca. Questi gli ingredienti – e sarebbe già molto – e dopo c’è il modo in cui questo dialogo a quattro voci, da un tempo all’altro, da un secolo all’altro, si dispiega sulla pagina. Lì avviene un piccolo miracolo, il motivo per cui vale la pena leggere Avagyan qui e nei libri a venire.

Il libro può essere letto in vari modi. E alcuni consentono di inghiottire rapidamente le parole, volando sopra le pagine.

I capitoli sono costruiti su tre piani di scrittura alternati, leggermente inclinati, così che ciascuno possa scivolare nell’altro. Ci sono Kurghinian e Yesayan, ci sono gli scritti loro e di altre o altri, ci sono Lara e Shushan Avagyan e la loro ricerca. Le donne a volte sono due, altre due e due, altre quattro e insieme costruiscono un nuovo linguaggio fatto di biglietti, cartoline, citazioni, stralci di vecchi dialoghi, passaggi da interrogatori. Frasi che vengono pronunciate, ecco, quelle frasi – e qui dobbiamo più di altre volte dare merito a Lourian, il traduttore – hanno un suono, una bellezza che ci costringe a sottolineare quasi tutto, a mandare le parole che le formano a memoria.

L’esperimento, dicevamo, qua funziona come una preghiera, e alla religione di Shushan Avagyan crediamo non ciecamente perché abbiamo visto, abbiamo letto. Questo romanzo è anche un piccolo saggio di critica letteraria, un resoconto della difficile attività di misurarsi con gli archivi, quella che toglie la polvere, un omaggio al duro lavoro di chi traduce, di chi porta un linguaggio da un posto all’altro. È poi un libro che spiega una volta di più che la letteratura è anche una questione d’amicizia; ed è il richiamo al più grande senso e desiderio di libertà. Infine, è un regalo a due scrittrici eccezionali che tornano tra le pagine come se fossero tra noi e che scopriamo e che vogliamo andare a cercare per leggerle, per non perderle mai più.

Le parole non appartengono né alla dattilografa-scrittrice né a te, lettore.

Ai due capi del libro si trovano una nota introduttiva e una guida alla lettura, si può scegliere di leggerle seguendo l’ordine, oppure ci si può abbandonare al flusso dettato dell’autrice e lasciare la nota e la guida per dopo.

Libro senza nome ma libro con luce, ma libro con parole nuove, libro con scrittrici eccezionali, libro come una lunga poesia senza metrica, in nuova metrica, in incredibile metrica. Bellissimo.

 

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Autore

giannimontieri@minimaetmoralia.it

Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagioneAndrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia. Altre info qui: https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/

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