Con doppia uscita settimanale, minima et moralia vi propone la pubblicazione a puntate del romanzo “Aosta City Blues” di Matteo Castello, accompagnato dalle illustrazioni di Edoardo Meda.
“Aosta City Blues”, originariamente pubblicato nel 2021 e ora profondamente rimaneggiato e rinnovato, racconta la storia di Luca che, dopo gli studi universitari, torna nella sua città natale affrontando le difficoltà e le frustrazioni della vita di provincia.
Tra lo sforzo di inserirsi in un contesto estraneo e la riscoperta di una nuova identità, il mondo locale offre un’improbabile e grottesca svolta fanta-politica: l’occupazione del palazzo della Regione da parte di un gruppo di indipendentisti di estrema destra.
12. PRIMAVERA
Durante le prime settimane di apprendistato Luca si era buttato anima e corpo nel nuovo lavoro. Capì presto che tutta la differenza la faceva chi riusciva a dare alle informazioni raccolte nelle interviste, nelle telefonate o nei comunicati stampa una forma peculiare, un taglio. Si trattava di sperimentare e imparare a raccontare una storia: la semplice ricostruzione dei fatti annoiava sia chi leggeva, sia chi scriveva. Con un po’ di pratica si poteva anche sviluppare uno stile personale, come quello dei giornalisti più abili, che sapevano caratterizzare la loro firma a tal punto da essere riconoscibili dopo poche righe. Se La Voce commissionava a Luca esclusivamente articoli su sagre, inaugurazioni di esercizi commerciali o compleanni di centenari, le sedute consiliari dei comuni periferici seguite per Città in rete gli avevano dato l’opportunità di entrare nel mondo della politica. Luca era intenzionato a sfruttare quel filone, ma per ora si godeva il semplice fatto che il suo piano stava funzionando, come constatò sigillando con soddisfazione la busta dell’affitto per Canizza.
Una delle cose che lo colpì fin da subito era quanto fosse facile far parlare le persone. Che si trattasse di un assessore o del presidente di una qualsiasi assemblea di condominio, tutti volevano sentirsi al centro della scena, e consideravano i giornalisti come una mera cassa di risonanza. Un segretario comunale si era lasciato sfuggire come il Sindaco avesse scritto di suo pugno lo statuto dell’associazione formata dai volontari della pro loco, la stessa a cui era stata affidata la manutenzione del verde. Era scoppiato un mezzo casino. Sembrava tutto troppo facile, almeno guardando all’opera i colleghi più anziani. Bastava poco per far venir fuori qualche dissapore tra alleati di maggioranza, oppure raccogliere lamentele sulla disparità nella distribuzione di risorse tra assessorati. Il pezzo era bello che fatto. Non bisognava farsi prendere troppo la mano e attenersi a quanto registrato.
I colleghi di lavoro erano uno strano insieme di quarantenni single con uno spiccato senso dell’umorismo e di professionisti sulla cinquantina che parevano arrivati da un altro pianeta. Se i primi erano l’archetipo del precario svogliato ma brillante, i secondi sembravano impiegati d’ufficio, annoiati e precisi, e si animavano soltanto durante le interviste con i pezzi grossi. Poi c’erano gli scribacchini, che si accontentavano di sfornare articoli insipidi ma in gran quantità. Tra loro c’erano, in particolare, i curatori delle pagine culturali. Ogni evento era descritto con tono enfatico e celebrativo, ogni performer era glorificato come un trionfo della creatività locale.
Una caratteristica comune di quel bestiario era l’amore per l’alcool e un grande spirito di corpo. Luca aveva scoperto di trarre piacere da quel senso di appartenenza: non vedeva l’ora di sentirsi parte di qualcosa, di qualsiasi cosa. Quel mondo chiuso ed esclusivo era un ottimo motivo per alzarsi la mattina con sufficiente entusiasmo. E questa volta nessuno poteva dirgli di essere un raccomandato.
Il fatto poi che le giornate si stessero allungando non faceva che infondere in Luca una bella dose di energia. La città non risultava più così sgradevole, non gli sembrava più di vivere in una morsa. Il coperchio grigio saldato alle cime delle montagne era saltato via, e il colore dell’ultima neve si sposava alla vegetazione che iniziava a riprendere vigore. I primi ciliegi selvatici e i mandorli si riempivano di fiori bianchi, mentre i prati si tingevano di un verde brillante che si mescolava ai tronchi ancora nudi delle conifere. Luca aveva iniziato a usare sempre meno l’auto. I baretti del centro, i locali pubblici, le panchine soleggiate erano diventati il suo ufficio. La mattina faceva ancora freddo, ma presto, una volta percorsa la via centrale e raggiunta la piazza, Luca poteva togliere la giacca per crogiolarsi nel suo maglione di lana, che teneva su fino a pranzo. Ci si poteva permettere anche un paio d’ore in maglietta prima che il gelo tornasse a pungere scivolando a valle dai pendii delle montagne.
Seduto al tavolino del suo solito bar si era trovato spesso ad ammirare la rilassata noncuranza dei suoi concittadini. I tipi umani che popolavano quello strano paesone erano una risposta originale alle scarse attrazioni offerte dalla vita di provincia. Vista la mancanza di esempi a cui attingere non si poteva fare a meno di improvvisare, e questo aggiungeva un tocco di personalità all’interpretazione dei ruoli sociali. Si doveva essere creativi, ecco tutto.
E poi il ritmo del suo impiego lo aiutava a fare ordine. Ogni giorno passava in redazione per concordare gli impegni della giornata. A metà mattinata c’erano le riunioni con i colleghi per gli scambi di idee. Il resto del tempo se lo gestiva a piacere. Cos’era il lavoro se non la possibilità di crearsi uno spazio personale, dove reinventarsi e definire la propria identità? Anche Luca improvvisava, ma ora lo faceva entro dei confini precisi, non nel disordine più totale. La notte, prima di dormire, pensava ancora un poco a Clara. Il giorno dopo però si immergeva di nuovo tra le viuzze anguste, le casette basse segnate dal tempo, il nuovo ponte gigante costruito sul torrente, i palazzoni popolari, i giardinetti frequentati dai tossici, i parcheggi vuoti e i cantieri eterni che gli ricordavano di quando era piccolo.
Era proprio bella la sua provincia. E la primavera poi, non parliamo della primavera!
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