Nuovo appuntamento con la rubrica a cura di Anna Toscano. Dieci domande a poetesse e a poeti per cercare di conoscere i loro primi avvicinamenti alla poesia, per conoscere i loro albori nella poesia, quali siano stati i primi versi e i primi autori che li hanno colpiti, in quale occasione e per quali vie, e quali i primi che hanno scritto. Le altre puntate sono qui. foto copertina © Anna Toscano
Qual è la poesia che hai incontrato, e quando, che ti ha fatto pensare, per la prima volta, che fosse qualcosa di fondamentale?
Or as, when an underground train, in the tube, stops too long between stations
And the conversation rises and slowly fades into silence
And you see behind every face the mental emptiness deepen
Leaving only the growing terror of nothing to think about;
Da ragazzino e poi da ragazzo non amavo la scrittura in generale né la poesia nello specifico. O meglio: ho sempre letto molto, ma esclusivamente prosa, saggi, romanzi. Invece detestavo scrivere. Per quanto fossi portato per lo studio, negli ultimi anni delle superiori attraversavo (come accade a molti, credo che si chiami adolescenza…) un passaggio piuttosto traumatico. Ma durante la mia classe quinta al Liceo Scientifico mi rimasero conficcati nel cervello questi versi: non andai in quel momento a cercarmi il libro né a indagare sull’autore, ma in qualche modo sentivo che prima o poi ci sarei ritornato. Quanto sarebbero stato importanti per me lo avrei scoperto diversi anni dopo.
Qual è il primo autore o autrice che ti è rimasto/a in mente come poeta?
In parte ho già risposto in precedenza: T.S. Eliot, anche se con un approccio adolescenziale, senza minimamente comprenderne la complessità e la profondità. Un discorso analogo vale anche per Eugenio Montale: sempre durante l’ultimo anno delle superiori una ragazza mi regalò un biglietto con la trascrizione che segue:
Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore da ubriaco.
Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi, case, colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, con il mio segreto.
Poesia molto famosa, certo, ma non per me a quel tempo, io non la avevo mai incontrata prima. Rimasi esterrefatto. A parte le (meravigliose, a ripensarci oggi) filastrocche delle elementari, credo che questo sia stato il primo testo che ho imparato a memoria per intero, cosa che ovviamente con i Four Quartets di Eliot non mi venne mai in mente di azzardare. Non è un caso che, ancora oggi, in poesia la brevità sia per me un valore.
C’è stata una persona o un evento nella tua infanzia, o giovinezza, che ti ha avvicinato alla poesia? Chi era? Come è accaduto?
Sinceramente non ne ricordo nessuno, mi dispiace. Provengo da una famiglia che non posso definire di intellettuali, ma dove ho sempre percepito che verso la cultura ci fossero una attenzione e una disponibilità particolari. Si tirava la cinghia per tutto ma non per i libri, insomma, ed è lo stesso messaggio che ho cercato di trasmettere ai miei figli. Fra l’altro si trattava, almeno da parte di madre, di una famiglia cattolicissima, per cui la prospettiva culturale era comunque in qualche modo orientata; fra tutte queste persone sono particolarmente riconoscente a due zii, fratelli di mia madre, uno sacerdote e uno per reazione anticlericale, che si sono sempre sforzati di insegnarmi che la cultura non ha padrone, bandiera, campo di appartenenza. Però nessuna di queste figure era, nello specifico, appassionata di poesia.
Quali sono i primi libri di poesia che hai cercato in una biblioteca o in una libreria?
I miei studi sono poi proseguiti in ambito scientifico, con una laurea in Scienze Biologiche. Durante tutto il percorso universitario non mi sono mai interessato davvero alla poesia, limitandomi di tanto in tanto a mettere giù alcuni pensieri con la presunzione di chi è convinto di produrre qualcosa che tutti dovranno riconoscere prima o poi come un capolavoro, anzi IL capolavoro. A quanto ne so non è mai accaduto, giustamente…
Il giorno esatto della tesi di laurea, dopo la discussione e la proclamazione, anche per un senso di saturazione verso l’ambito scientifico, scendendo dall’Università di Trieste verso il centro città mi fermai in una libreria e acquistai Vita di un uomo di Giuseppe Ungaretti e i Quattro Quartetti di T.S. Eliot. Quei due volumi mi confortano anche adesso, sono qui sopra, sulla libreria che sovrasta il computer da cui sto scrivendo queste righe; mi confortano e al tempo stesso mi ricordano di continuo quanto sia necessario studiare e scavare per approcciarsi alla scrittura.
Il primo verso, o la prima poesia, che hai scritto e che hai riconosciuto come tale: quando è stato e in quale circostanza?
Di questo ho un ricordo nitido: la prima volta che ho scritto qualcosa che volevo diventasse una poesia è stato durante il servizio militare di leva – sono uno degli ultimi “fortunati” ad averlo fatto -: si trattava di un vagito antimilitarista che da qualche parte conservo ancora, uno scritto breve e infantile, molto più infantile dei miei ventiquattro anni di allora. Ecco, diciamo che l’anno di leva militare e quello successivo, in cui ho lavorato in montagna risiedendo lontano dalle persone a cui ero legato e quindi in solitudine, sono stati un forte impulso per cercare una possibile forma di espressione attraverso le parole.
Quando poi i versi sono arrivati copiosi, quali sono stati i tuoi pensieri?
I miei versi non sono mai arrivati copiosi. Ho sempre scritto molto poco, con fatica, scartando la stragrande maggioranza di quello che mi resta fra le mani. Ho letto i miei primi brani in pubblico dopo sette o otto anni da quando avevo iniziato a scrivere, la raccolta d’esordio è arrivata dopo quindici anni. Però ci sono alcune poesie che hanno lasciato un segno: ho capito che le cose si stavano facendo serie – non parlo del valore artistico, ma dell’importanza che per me, come persona, aveva la scrittura – quando i testi hanno iniziato a sorprendermi, spesso a spaventarmi, insomma a farmi guardare in basso sporgendomi dal ciglio del burrone e trasalendo per la vertigine del vuoto. In molti casi per me la scrittura è stata terapeutica, ha rappresentato e ancora rappresenta il solo strumento che permette di portare a galla quello che provo e razionalmente non sono capace di inquadrare.
Quando hai avuto tra le mani le tue prime poesie pubblicate, cosa è accaduto?
La prima pubblicazione su rivista mi ha fatto piacere, per quella dose di narcisismo che alberga un po’ in tutti e a cui non sono certamente immune. Mi è anche servita molto, nel senso che non tutti i commenti sono stati positivi e il confronto è qualcosa di necessario per affinarsi e cambiare; questo vale anche per le occasioni successive.
Diverso invece è il discorso per i libri: per me pubblicare una raccolta è sempre stato un gesto (nel mio piccolo, sia chiaro, sottolineo il per me) assoluto: lì c’è tutto quello che ho, non tengo niente da parte, non ho piani B né altri lavori in progetto. Ogni libro mi ha lasciato un senso di vuoto e di spaesamento, l’idea che si debba ripartire da zero e che non è detto che possa accadere di nuovo. Quando pubblico una raccolta ho paura, non di come verrà accolta, ma del niente che mi rimane.
La poesia per te è più di una fede o quasi una fede?
La poesia per me non è la scrittura in sé, non è una creazione artistica (anche se a volte può diventarlo, ma è secondario), non è un obbiettivo; piuttosto è un modo di stare al mondo e nel mondo con le orecchie e gli occhi aperti, un istinto di ricerca nel guardare se stessi e nel dare attenzione agli altri, una forma di resistenza all’inaridimento che è parte della nostra meschinità umana, intesa come egoismo connaturato alla necessità biologica di sopravvivenza. Non è una fede, né quasi né più che; è piuttosto una necessità e una volontà.
La poesia inizia?
La poesia è una forma di umanesimo e di comunicazione, quindi inizia con l’idea stessa di spiritualità collettiva e condivisione. La poesia non appartiene all’autore, non è di chi la scrive: la vera poesia è bene comune. Fa parte della specie-uomo, come il linguaggio, il culto dei morti, la preghiera, l’idea di un aldilà salvifico e impossibile da dimostrare. Ecco, forse in questo senso assomiglia a una fede.
La poesia finisce?
Bisogna capire cosa intendiamo. La poesia in sé non finisce: la parola rimane viva da sola, non dipende più da chi la ha scritta ma soltanto da chi la legge e la fa propria, così come i testi del passato sono capaci di conquistare il loro spazio impellente nel mondo di oggi. Questa è la fortuna: la parola rimane per davvero, non solo come segno grafico ma come significato, come detto e non-detto, anche se fosse the growing terror of nothing to think about.
La poesia di un singolo autore finisce? È una domanda diversa, e ti direi: forse sì. Cioè: magari arriva un momento in cui un autore ha detto tutto ciò che doveva dire e quindi, per quanto si sforzi e sia sinceramente convinto di ciò che scrive, nella realtà non sia più in grado di trasmettere nulla di significativo. Come si può definire? Abituarsi alla comfort-zone? Inaridirsi? O più semplicemente invecchiare? Qualcuno però è riuscito a ripartire dalle ceneri del proprio nulla, qualcuno ce la ha fatta: a chi scrive è data una seconda occasione, anche una terza, una quarta, oppure il diritto a un sacrosanto silenzio quando si è dato tutto ciò che si aveva dentro. Chi lo sa, prova a rifarmi la stessa domanda fra trent’anni e controlla se sarò più speranzoso o più disilluso, o ancora se sarò riuscito a zittirmi prima di risultare patetico. Quella sarà la mia risposta.
Anna Toscano vive a Venezia, insegna presso l’Università Ca’ Foscari e collabora con altre università. Un’ampia parte del suo lavoro è dedicato allo studio di autrici donne, da cui nascono articoli, libri, incontri, spettacoli, corsi, conferenze, curatele, tra cui Il calendario non mi segue. Goliarda Sapienza e Con amore e con amicizia, Lisetta Carmi, Electa 2023 e le antologie Chiamami col mio nome. Antologia poetica di donne vol. I e vol. II. Molto l’impegno per la sua città, sia partecipando a trasmissioni radio e tv, sia attraverso la scrittura e la fotografia, ultimi: 111 luoghi di Venezia che devi proprio scoprire, con G. Montieri, 2023 e in The Passenger Venezia, 2023. Fa parte del direttivo della Società Italiana delle Letterate e del direttivo scientifico di Balthazar Journal; molte collaborazioni con testate e riviste, tra le altre minima&moralia, Doppiozero, Leggendaria, Artribune, Il Sole24 Ore. La sua sesta e ultima raccolta di poesie è Al buffet con la morte, 2018; liriche, racconti e saggi sono rintracciabili in riviste e antologie. Suoi scatti fotografici sono apparsi in guide, giornali, manifesti, copertine di libri, mostre personali e collettive. Varie le esperienze radiofoniche e teatrali.
