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Nato a San Francisco nel 1874, Robert Frost è uno dei poeti più celebri e apprezzati degli Stati Uniti, vincitore per quattro volte del Premio Pulitzer e invitato a da John Fitzgerald Kennedy per la sua cerimonia di insediamento nel 1961, ma in Italia non è molto conosciuto, complici anche le poche traduzioni della sua opera, tra gli altri due volumi negli anni Sessanta di cui uno tradotto da Giovanni Giudici prima di una penombra molto lunga. La pubblicazione di Fuoco e ghiaccio da parte di Adelphi, con la traduzione di Silvia Bre e con la cura di Ottavio Fatica, colma questa vistosa lacuna: raccogliendo una parte sostanziosa dell’opera di Frost questo volume infatti si presta come imprescindibile strumento per i lettori italiani, che qui ritroveranno poesie di Frost afferenti sia agli anni delle prime opere (da A boy’s will, Volontà di un ragazzo del 1913) che a quelli della sua produzione più tarda (fino a In the clearing, Nella radura  del 1962).

Si tratta quindi di un poeta per gran parte assente dall’orizzonte della critica italiana, ma soprattutto da quello dei lettori, ed è per questo che la postfazione di Fatica Il complesso dell’ulteriorità si presenta come uno strumento imprescindibile per provare a conoscere il mistero di un poeta la cui opera la critica americana ha valutato, come vedremo, con sfumature anche molto differenti. Ma come capita spesso con gli scritti di Fatica, le sue considerazioni, per fortuna, non danno al lettore delle coordinate rigide in cui inserire la propria lettura, ma indicano piuttosto un percorso ermeneutico fatto di vuoti e di pieni, di luminosità e punti oscuri, suggerendo come forse gli orizzonti più profondi siano percepibili solo scandagliando gli abissi silenziosi della parola («Il modo migliore di leggere una poesia – chiosa Fatica – è alla luce di tutte le altre mai scritte»). La caratteristica precipua del dettato poetico di Frost, dote aurea riservata solo ai grandi poeti, è infatti una semplicità esteriore che permette a qualsiasi lettore di addentrarsi tra questi versi. Ma come spesso accade, questa semplicità rappresenta solo un primo punto di approccio all’opera, che si rivela invece abile a sfuggire da ogni semplificazione proprio a partire dall’estrema cura estetica e dalla profonda conoscenza delle strutture poetiche che fanno bella mostra anche nella traduzione di Bre, concentrata proprio sul mantenimento delle tenute ritmiche e sonore dell’originale come si può constatare dal confronto con il testo inglese a fronte.

Versi come «Prendiamo le nostre distanze/ dietro vaghe parole sprezzanti / ma il cuore, oh com’è agitato / finché non verranno a stanarci» (da Rivelazione) o «Buio e profondo è il bosco, bello da morire / ma io ho promesse da tenere / e miglia da fare prima di dormire / e miglia da fare prima di dormire» (da Sosta vicino a un bosco in una sera di neve) danno bene la misura di questo andamento dialettico della poesia di Frost, autore che registra nelle sue liriche proprio il sentimento di stupore e mistero che la natura e l’esistenza offrono ai suoi occhi. Perché la poesia di Frost vive in parte in sintonia con la sua esperienza biografica dove il mistero della vita e degli spazi naturali su cui si concentra il suo sguardo convivono con il mistero dell’oscurità e della morte: nato appunto a San Francisco, a poco più di dieci anni si spostò nel New England e poi si trasferì con la moglie in Inghilterra, dove pubblicò il suo primo libro di poesie, prima di rientrare negli Stati Uniti e pubblicare A nord di Boston (raccolta che ne consacrerà la celebrità) e pian piano guadagnarsi un posto di primo piano nell’universo poetico statunitense come il grande erede della tradizione di Walt Whitman. Ma questa immersione nel panorama bucolico americano sarà costellata da una lunga serie di lutti e sofferenze (dalle sorelle ai figli, dalle casa di cura ai cimiteri) e se non è probabilmente corretto sovrapporre letteratura e vita poiché si corre il rischio di letture semplicistiche e poco aderenti al mistero della creazione artistica, è certo che queste esperienze segneranno lo sguardo e la mente del poeta e il suo desiderio, anche attraverso un dettato semplice e limpido, di trasferire sulla pagina i misteri dell’esistenza. Si tratta di una scelta coraggiosa e consapevole: d’altronde è lo stesso poeta, in alcuni dei suoi versi più famosi tratti da La strada non presa, a suggerire questa scelta di campo: «Questo racconterò con un sospiro / chissà quando da una distanza immensa: / due strade divergevano in un bosco / e io – io ho preso quella meno battuta / e questo ha fatto tutta la differenza».

La «differenza» sta dunque nel provare a indagare ciò che si arrocca attorno alla verità senza mostrarla, con la paura, «musa di Frost» secondo Fatica, che non viene mai lasciata alle spalle ma che invece si assesta al fianco del poeta senza mai lasciarlo, accompagnandone ogni movimento. Tantissime sono le occorrenze della parola «paura» nelle diverse liriche e in ogni luogo questa assume una sfumatura diversa, trasformandosi in un universale da cui l’esistenza non può prescindere e che si materializza nelle liriche dove lo spazio protetto per eccellenza, la casa, assume forme sinistre e poco rassicuranti. Anche questo è uno degli elementi che portarono a scrollare un po’ l’immagine del poeta campestre, rassicurante e rurale a favore di quel «profilo pieno d’ombre» messo bene in luce dai critici americani, Randall Jarrel prima e Lionel Trilling poi che, come ricorda Fatica, lo definì un poeta «terrificante» facendo riferimento, tra le altre, alla poesia Disegno, incentrata su un ragno, una falena e l’imperscrutabile che guida il mondo («Cosa / se non di tenebra un disegno che sgomenta»).

Leggendo queste poesie infatti, davanti all’apparente semplicità, al verso ordinato e agli elementi famigliari e naturali che fanno continuamente capolino, si insinua uno spiraglio perturbante che dona a tutto ciò che appare una superficie più profonda e meno immediata. Esemplare da questo punto di vista Riluttanza, dalla prima raccolta del 1913 A boy’s will, dove il cammino nel bosco si alza sopra i «colli con vista» per guardare il mondo, prima di tornare per «la via maestra», a terra, dove le foglie sono «morte» e il «cuore addolorato»: il poeta, che interroga l’umano sulla sua considerazione rispetto a ciò che accade («Ah, per l’umano cuore fu mai meno / che tradimento arrendersi / al corso degli eventi, / cedere di buon grado alla ragione / e piegarsi e accettare la fine / di un amore o di una stagione?»), si muove sul sottile discrimine tra la luce e l’oscurità, tra l’alto e il basso, tra la vita e la morte cercando un equilibrio che il verso e l’ispirazione poetica aiutano a indagare. Non è forse questa la maestosità della parola? Frost, poeta naturale, conosce troppo bene l’ambientazione di cui parla per abbandonarsi all’idillio e come le piante e i piccoli animali che ogni tanto si affacciano tra queste poesie non può che spalancare la sua interrogazione all’alterità di tutto ciò che passa, temporaneamente come l’uomo e il poeta segnati da un meccanicistico ciclo di esistenza («Devo quanto possiedo / a chi passò in passato»), sulla Terra.

 

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Autore

matteomoca@minimaetmoralia.it

Matteo Moca è dottore di ricerca in italianistica e insegnante. Scrive, tra gli altri, per Il Tascabile, Il Foglio, Domani, L'indice dei libri del mese, Blow Up e il blog di Kobo. Ha pubblicato le monografie "Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett",  "Figure del surrealismo italiano. Savinio, Delfini, Landolfi" e "Un'esigenza di realtà. Anna Maria Ortese e la dipendenza dal fantastico"

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