di Alfredo Palomba
È come se cambiasse la qualità dell’aria, quando muore un amico. Poi tutto si normalizza, l’aria torna quella di sempre, l’aria stanca, l’aria soddisfatta, l’aria piena di sé, l’aria che a volte non hai il tempo di inspirare ed espirare ma che è la tua, quella che riconosci, che invecchia con te. L’aria, nel bene o nel male, di tutti i giorni. Ma, per un po’, l’aria cambia, e ti ritrovi in bocca e in testa qualcosa di più rarefatto, che rende più rarefatto il contorno di ciò che fai, delle cose che dici e scrivi, delle relazioni, del chiacchiericcio quotidiano. Perfino il caffè, che prepari apposta pesante, caricando la macchinetta oltre il pensabile, perché devi bertelo quasi bruciato, perfino il caffè è un’acquetta e ti viene di maledirlo e poi maledici l’amico che è morto, rovinandoti il caffè, e la giornata, e le giornate prima.
Perché l’amico non si limita a morire. L’amico comincia a rarefare la tua aria sparendo, all’improvviso, una domenica. Vieni a sapere della sua pensata gloriosa attraverso le notizie sui giornali locali, e complimenti, pensi, complimenti davvero, Dome’. Una passeggiata in Valcamonica, pensi, una passeggiata tra i boschi, in montagna, proprio una grande idea del cazzo, il 24 di gennaio, poi. Senza esperienza, senza attrezzatura, senza conoscere il posto, senza nemmeno il cellulare. Un poeta che se ne va in giro per i monti, manco fossi Thoureau, manco fossi Chris McCandless, Dome’, ché poi Chris McCandless ci è morto pure lui, per fare il romanticone, è morto in un pullmino nel bel mezzo dell’Alaska e chissà a quanti ha rarefatto l’aria, come hai fatto tu con me e con un sacco di altra gente.
Ma poi, questa manfrina del poeta silenzioso che muore da solo, all’improvviso, nel silenzio, appunto. Tutta questa coerenza del cazzo. Invece di comprarti una tv, farti un abbonamento a Netflix, guardarti Breaking Bad, “toccare le femmine, andare a rubare” come le persone normali.
Nemmeno riesco a pensarci, a te in fondo a quel dirupo.
Per tutti questi giorni, pochi, in verità, in cui per noi sei stato sospeso tra la vita e la morte, io ho sperato che fossi diventato pazzo, che avessi preso e te ne fossi andato a barboneggiare da qualche parte, facendo perdere le tue tracce, troppo impazzito per pensare alla tua famiglia e ai tuoi amici che se la facevano addosso per la paura. Tanto a un pazzo si perdona tutto e il pazzo, prima o poi, lo si ritrova – ché tanto tu eri un poeta, ti avremmo ritrovato subito, non siete una razza di furbi, voialtri – lo si riporta a casa, lo si cura e, nel frattempo, si va a trovarlo e gli si portano i cioccolatini e lo si compatisce un po’. Io ho sperato che tu fossi solo uscito di testa e invece eri in un burrone e allora, sembra così assurdo, sono arrivato ad augurarmi che tu sia morto subito, che ti sia spezzato il collo cadendo, che non abbia avuto il tempo di renderti conto di nulla. Non so pensarti solo, in agonia, al buio e al freddo, senza poter chiedere aiuto a nessuno, terrorizzato, non posso pensarci eppure eccoci qui, grazie, Dome’, ti ringrazio per avermi rovinato anche questa impossibilità. Con l’elicottero, ti hanno dovuto recuperare, alla faccia del poeta silenzioso e dimesso.
Un orrore, amico mio, te lo dico con tutta la sincerità che posso, dal fondo della mia aria rarefatta: questa storia è un orrore e io non so se sarò disposto a perdonarti presto, è una settimana che per colpa tua bevo solo caffè di merda e ho questo sasso nello stomaco che non va né su né giù. Il mio amico scrittore Davide Morganti ha detto, parlando della tua morte schifosa, “La vita nun tene creanza”. Poi ha aggiunto che eri “nu bellu guaglione” e di sicuro tenevi un sacco di femmine, e pure per questo è una tragedia. Franco Arminio invece ha scritto che dovevi morire per vedere il tuo nome pubblicato sui giornali. Boh, io preferisco la versione di Davide, a ogni modo una tua poesia qui ce l’allego, perché è bella ed è come te, anche se a te ormai non cambia più nulla.
Vorrei avere gli occhi
di tutti gli schiacciati,
dei cacciati dagli altri,
dei mai adeguati, dei
fraintesi e degli offesi,
dei privati di riposo,
dei morti d’indifferenza
o d’arroganza o fretta.
Vorrei avere quegli occhi
sbarrati e un po’ randagi,
farne quasi una bandiera,
la speranza di un riscatto;
non in un mondo a venire
ma nei giorni che cammino,
quelli che scappano di mano,
quelli che appena sfioriamo.
Ora quegli occhi ce li hai, Dome’, contento tu. Io però preferivo i tuoi.
(Foto)
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

Domenico non lo conoscevo, ma leggendo le sue poesie e guardando i suoi occhi è come se l’ avessi conosciuto da sempre. Ha detto bene Arminio, doveva morire per vedere il suo nome sui giornali. Si, la vita in certi momenti diventa dura come roccia madre.
Alfredo scrive al suo amico e leggere la sua disperata sofferenza toglie il fiato , fa male . Ha scritto a Domenico. Al suo amico. Quei suoi occhi tristi che tu amavi tanto te li porti nel cuore Alfredo. Ci vorrà molto tempo per fare
pace con il dolore . E per questo solo l’amore, uno smisurato amore potrà opporrà la luce nel suo splendore al buio che obnubila la mente come il corpo freddo in fondo ad un dirupo senza più calore . Nella primavera incipiente io ti penso caro Domenico, “ lassù in montagna sotto l’ombra di un bel fiore. E le genti che passeranno diranno che bel fior” . Un fiore di un poeta morto per la libertà !
non ho voglia di esercitare una approfondita analisi di questo testo:a pelle lo sento come una esercizio letterario senza anima …..un sottile cinismo amorale autoreferenziale.Un egotismo di tipo letterario a cui l’oggetto-altro è solo occasionale e strumentale….spero solo che l’autore ne prenda coscienza e un pò si vergogni del tutto….la letteratura pur nella sua virtualità può comunque essere più rispettosa delle persone che non sono personaggi o archetipi da laboratorio virtuale…..
un amico di Domenico …
Io ho avuto la fortuna di conoscere Domenico 13 anni fa, era al primo anno di università, ventenne, stava per stampare il suo primo libro di poesie, “a riprendere le stelle”, era il suo primo lavoro e ne era entusiasta, emozionato, scegliemmo la sua immagine da stampare sulla copertina. Che dire, un ragazzo unico, in lui non risiedeva né furbizia né cattiveria, Domenico è un’anima pura, gentile e sensibile, sempre leggermente in disparte per osservare, e quando ti guardava aveva sempre pronto un sorriso, quei occhi neri come il carbone si illuminavano come due stelle, ma dietro alla sua timidezza , sensibilità era determinato, non c’è persona che lo abbia conosciuto senza imparare ad apprezzarlo e amarlo, sempre disponibile, Domenico amava e non trascura a mai le persone che conosceva e che voleva bene, aveva sempre tempo per tutti.