(L’immagine è tratta da Chantrapas di Otar Iosseliani)
Matteo Renzi non ha ancora formato il governo, si è dato una settimana di tempo e si è ascritto l’impegno ponderoso di portare a termine una riforma al mese. In questi giorni è comprensibilmente frenetico, ma non soltanto per quanto riguarda il programma da concepire e al quale legare una squadra di governo assai impegnativa da formare; perché riguardo la questione Ministero della Cultura, in realtà sembra ancora più mercuriale di altri ambiti. Domenica a pranzo ha visto Alessandro Baricco, che ha preferito ritagliarsi un ruolo da spin-doctor invece che da candidato ministro, e tra ieri e oggi in sole 24 ore è riuscito a trasmettere vari segnali che sembrano molto chiari su quale sarà la sua impronta sulle politiche culturali.
Primo segnale
Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, doveva fare un piccolo rimpasto di giunta: escono Rifondazione Comunista e Centro Democratico, decadono tre assessori (Salvatore Allocca, Cristina Scaletti, Stella Targetti), ne subentrano altri due (Emanuele Bobbio e Stefania Saccardi). Rossi poi dichiara che: “Avrei voluto che Tomaso Montanari assumesse le deleghe alla cultura. Ho una forte stima per lui, studia e difende con passione e militanza civile uniche il nostro patrimonio. La presenza di giovani come lui mi fa ben sperare nel futuro del nostro paese e della nostra cultura. Anche se non sarà lui direttamente a guidare l’assessorato continuerò a coinvolgerlo e a confrontarmi con lui. Il prossimo assessore alla cultura dovrà avere un profilo alto, solido, con forte autonomia come il suo”. Perché Tomaso Montanari non sarà dunque assessore, uno si chiede: è gravemente malato? Gli hanno offerto una cattedra a Stanford?
No, nonostante sia la persona perfetta per quel ruolo, ha il difetto di essere da almeno due, tre anni un intellettuale espressamente critico con le politiche culturali di Matteo Renzi, quindi il suo nome non è spendibile. Montanari, viene da domandare proprio a lui, non conosce per caso uno con le sue stesse qualità, il suo stesso profilo alto, la sua forte autonomia, che però sia un po’ più servile con Renzi?
Rossi difende questa scelta, sostenendo “la necessità di aiutare Renzi nel difficile compito che sta affrontando sul piano del governo nazionale”: “Non c’è nulla di male in questa operazione. Solo il fanatismo antirenziano – dice Rossi – può offuscare questa verità elementare”. Devo essere un fanatico antirenziano, perché mi sembra scorretto, non solo nel metodo ma anche nel merito, affermare: ho la persona qualificata per fare l’assessore, a Renzi (neo-presidente del Consiglio e – sottolinerei – sindaco uscente che si appresta a fare campagna elettorale per il suo candidato Dario Nardella) questa persona non sta bene, per cui meglio rinunciarci. Il tornaconto elettorale del Pd renziano è il bene del Paese.
Secondo segnale
Pur fagocitato nella concitata e delicatissima fase di composizione del governo – l’altro giorno era allo stadio a chiacchierare con Diego Della Valle per esempio – Matteo Renzi ha trovato però il tempo per una dichiarazione estemporanea. Ancora con la fascia di sindaco indosso, l’altroieri ha detto: «Quando mi dicono che per salvare la cultura bisogna fare come stanno facendo al Teatro Valle di Roma, io dico che ci sono altre soluzioni, come ad esempio abbiamo fatto noi con il Teatro della Pergola, il più antico d’Europa». Rimasticavo questa facile boutade stasera, mentre in un palchetto del Teatro Valle assistevo alla presentazione dell’ultimo film di Otar Iosseliani, Chantrapas, un film passato per Cannes nel 2010. Chi ha visto Caccia alle farfalle, o Briganti, o Addio, Terraferma, o Lunedì, mattina, sa che Iosseliani è uno dei più grandi registi al mondo. Prima della proiezione, ha parlato per venti minuti del perché era al Valle, del cinema italiano che ha più amato, e di cosa voglia dire per lui Roma. Poi ho visto l’ennesimo piccolo capolavoro, dopo il quale – lavori da finire, sonni arretrati – sono dovuto andare via, senza poter sentire il dibattito: ancora lo splendido ottantenne Iosseliani che avrebbe parlato del suo cinema, accompagnato da Enrico Ghezzi, che ha fatto non poco nel tempo per far conoscere a Fuori orario il cinema del georgiano.
Avevo pagato per assistere a tutto questo un cosiddetto prezzo responsabile, 5 euro consigliati. E questo evento, la proiezione di un film di un maestro internazionale poco conosciuto in Italia, non è un caso isolato al Teatro Valle. Ossia, non è un caso che il Valle in questi tre anni di occupazione si sia dato il compito di fornire un tipo di offerta sfidante dal punto di vista culturale. Non solo una stagione teatrale buona, come accadeva fino all’ultimo anno della gestione Eti, ma cinema, assemblee, convegni, laboratori, formazione continua: una specie di contenitore bulimico e fluido di quello per quello che oggi si pensa debba fare un teatro, anche un teatro antico, anche un teatro al centro storico di una città come Roma: molto più di un teatro con una stagione buona.
Nel frattempo, nel frattempo che sono stati questi tre anni, gli occupanti del Valle hanno fatto di tutto – questo Renzi lo tace o lo fraintende – per cercare di smettere di essere occupanti, e hanno (giustamente, a mio avviso) pensato che l’idea di teatro-comunità, di teatro-agorà il cui bisogno e la cui evidenza erano riusciti a mostrare, necessitava anche di uno statuto giuridico diverso dall’assegnazione privata, tramite una fondazione pubblica, privata, o mista.
Al Valle si è vissuta una stagione incredibile di democrazia dal basso, che solo i malevoli possono etichettare come “i soliti quattro okkupanti che si sono messi a fare i direttori artistici”. Lo statuto della Fondazione, risultato di un processo democratico ampissimo e lunghissimo, che si è voluto per niente illegale, ma ipercostituzionale, contiene e palesa un’idea politica molto contemporanea: quella del bene comune.
I libri di Ugo Mattei, di Stefano Rodotà, del premio Nobel Elinor Ostrom… Pregeherei Matteo Renzi o quelli come lui che ogni tanto si mettono a criticare d’emblée il Teatro Valle, di leggersi una bibliografia ragionata minima sui beni comuni, e se vogliono – com’è legittimo – dissentire politicamente, entrino nel merito della questione. Perché gestire un teatro come bene comune non va? Non si responsabilizza in questo modo la cittadinanza alla gestione e alla cura di un bene che appartiene a tutti invece di affidarlo a pochi? Perché è meglio una fondazione come quella che gestisce il Teatro La Pergola: quali sono i vantaggi nel senso dell’interesse pubblico?
Quello che secondo me non è perspicuo a Renzi è che il modello del Teatro La Pergola e quello proposto per il Teatro Valle non sono affatto opposti. L’idea che sta dietro allo Statuto stilato per il Valle è fare non soltanto tutto quello che si fa alla Pergola, ma di più. Il Valle è un La Pergola 2.0. Come si può fare? Coinvolgendo i cittadini alla cura e alla gestione del teatro. Un’ipotesi impossibile? In questi lunghissimi e sfiancantissimi anni è sembrato proprio il contrario: se a distanza di trentadue mesi dall’inizio di quest’esperienza di occupazione/restituzione/liberazione, il programma per le prossime settimane prevede una rassegna di cultura georgiana, un ciclo di film di Derek Jarman, una serie di spettacoli di drammaturgia straniera contemporanea con gli autori presenti, un’assemblea pubblica sul futuro di questo spazio, e laboratori per la formazione di insegnanti di danza con l’idea di inserire le arti espressive e quelle performative nella scuola pubblica a partire dalle elementari vuol dire che non c’è stata una regressione centrosocialara qui, ma tutto il contrario.
Terzo segnale
Oggi, 19 febbraio, si sarebbe dovuta tenere l’attesa riunione del gruppo di lavoro che sta preparando il Piano per la lettura, un progamma voluto e sostenuto dall’ormai ex-ministro dei Beni e le Attività Culturali Massimo Bray. Quest’incontro, col governo Letta andato a gambe all’aria non si farà. Ora, da anni si cercano di trovare dei risultati seri sulla politica di promozione alla lettura. E qualcosa con Bray stava accadendo. E anche, forse, con i tempi complicati della politica, si stava riuscendo a fare di quella struttura debole e mal diretta del Centro del Libro e la Lettura un organo di coordinamento e intervento più efficiente.
L’altro giorno parlando con quelli che è per me uno dei affidabili analisti di politiche culturali in Italia, Giovanni Solimine, mi passava questi dati:
“Secondo Save the Children, più di 300.000 ragazzi di età inferiore ai 18 anni, residenti nelle regioni meridionali, non hanno mai fatto sport, non sono mai andati al cinema, non hanno mai aperto un libro o acceso un computer.
La partecipazione ad attività di educazione formale o informale per adulti è in Italia la più bassa tra i paesi OCSE: siamo al 24% rispetto a una media del 52%. Le conseguenze si vedono: le persone di età superiore ai 55 anni che hanno partecipato ad attività formative fanno registrare livelli di competenze nella lettura, nella scrittura e nel calcolo pari a più del doppio dei coetanei che non hanno avuto esperienze formative. L’assenza di iniziative di formazione per gli adulti va ad aggiungersi ad una situazione che ci vede già in posizione arretrata rispetto ad altri paesi avanzati, con i quali dobbiamo confrontarci: solo il 15% degli italiani adulti (25-64 anni) ha raggiunto un livello di istruzione universitaria, mentre nei paesi OCSE il dato medio è più che doppio, essendo pari al 31%, e nell’Europa a 21 è 28%. Solo due nazioni su 36 dell’area OCSE presentano percentuali inferiori alla nostra.”
Ora per me è chiaro è che se vero che esistono emergenze varie per l’Italia in crisi: artigiani e commercianti con l’acqua alla gola che oggi protestavano in massa a Roma, una legge elettorale che restituisca un minimo di credibilità alla politica, una riforma del lavoro in controtendenza rispetto a Biagi, Treu, Fornero e compagnia… Ma è vero che per me c’è un’emergenza ancora più urgente – quella di un Piano di alfabetizzazione culturale che interessi tutta l’Italia, le province remote, i paesini sperduti, le regioni depresse.
Nella scelta di chi nominare come ministro, e invece di lanciarsi in altri slogan ad effetto, Matteo Renzi potrebbe partire semplicemente da qui.
Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

non conosco Montanari se non per quel che di suo ho letto su Minima.. mi ha fatto una tale cattiva impressione – fazioso, rancoroso, offensivo, gratuito – che son contento sia stato scartato (ma non che lo si ritenesse adeguato). In generale certo non scegliere uno bravo perchè non gradito al Renzi di turno è male, ma se questi ha fatto di sè stesso un crociato antirenziano integralista e arci infervorato, forse ha senso esitare a nominarlo.. spiace che Raimo sia così a senso unico nell’interpretare le cose..
il teatro valle: occupanti sono occupanti e dunque hanno proceduto illegalmente, è pura ipocrisia il tentativo dell’articolo di negare l’evidenza. Dopodichè avranno intrapreso un percorso virtuoso, prodotto una grande stagione, e fatto vari tentativi di sanare la situazione (mi chiedo quanto volti a elaborare le proprie convinzioni al loro interno e quanto disposti a un normale e giusto compromesso con le autorità). Ma che il buon uso di un edificio di cui ci si appropria illegalmente sani questo primo atto è assai discutibile.. magari domani vado a rapinare qualcuno e poi do tutto a Emergency? Anche a Milano molti centri sociali fanno grandi cose e fan pagare poco: zero tasse, zero controlli, zero burocrazia, zero contratti di lavoro, zero rispetto di qualsiasi norma (il sogno di un Berlusconi) e poi paghi poco certo.. ma uno stato non funziona così, che ci si affida all’autogestione (che d’altronde va bene se è di sinistra, perchè se a chiedere meno tasse e burocrazia, o controlli ex post, o norme su sicurezza, igiene, lavoro più semplici sono imprenditori non se ne parla).. che poi occupazione e democrazia stiano assieme è discutibile: in democrazia chi scavalca le regole e compie un atto di forza va punito non riconosciuto.. l’occupazione ha senso al massimo come forma di disubbidienza civile, ma con autodenuncia ed accettazione delle conseguenze legali, per farne una battaglia politica , culturale, ma legale.. non per es. come i ragazzini babbei che occuparono la torre Galfa e allo sgombero gridarono “al fascismo, al fascismo”.
bravo spago: hai perfettamente capito la differenza tra il Valle e la Pergola. La legalità, le regole. Agire nelle regole, rimboccarsi le maniche e pagare, cercare fondi, rischiare. Questo è successo anche per chi apre circoli culturali, locali con finalità sempre culturali.
Al Valle si è fatto cultura fuori dalle regole, che per carità uno può anche accettarlo, ma non è giusto nei confronti di quelli che la fanno nelle regole.
Il Valle la paga l’acqua? la luce? l’affitto? le tasse? Si è messo in regola da questo punto di vista? (non lo so, lo chiedo)
@spago: a proposito di Montanari, ritorno sul punto: mettiamo che io debba nominare un professore all’università in un certo ruolo, o un professionista che si occupi di una commissione, o una qualunque altra figura utile all’interesse pubblico, e mettiamo che io riconosca che ho trovato proprio la persona con tutte le qualità del caso, cosa faccio: siccome è un intellettuale critico, non lo nomino? Ma non è possibile distinguere il ruolo di intellettuale critico dal ruolo istituzionale? Ti faccio un esempio stupido: io qui su questo sito sono schierato, ho delle idee, le esprimo anche con enfasi, poi la mattina insegno in classe, filosofia e storia in un liceo. Ora, saprò distinguere il mio ruolo di intellettuale rompipalle dal mio ruolo da insegnante? O pensi che le battaglie per il Valle le faccio a scuola invece di spiegare Cartesio? Ancora: se uno come Montanari ha di fatto dimostrato, in almeno tre casi conclamati (presunto Cristo ligneo di Michelangelo, presunta battaglia di Anghiari, caso Girolamini) che il suo essere un intellettuale militante, fazioso come dici, avrebbe fatto risparmiare milioni alle istituzioni pubbliche, forse qualche merito a questo impegno glielo si potrebbe riconoscere.
Sul caso Valle: perdonami anche qui. C’era un teatro chiuso. Lo si apre, si prova – con decine di assemblee – a chiedere alle persone cosa se ne vuole fare e come. Lo si rende di fatto un centro nevralgico della cultura della città, e – allo stesso tempo, sottolineo – si cerca una soluzione legale di lungo periodo, non emergenziale. Tutti al Valle vogliono smettere di essere occupanti, pagare le bollette, essere riconosciuti legalmente, NON COME OCCUPAZIONE MA COME FONDAZIONE BENE COMUNE. Spero di essere stato chiaro.
Grazie Christian. Proprio ieri sera avevo letto un tweet di Art tribune che dichiarava “Renzi sul Valle ha ragione da vendere”. A parte la superficialità degli argomenti (riassunti per bene in qualcuno dei commenti precedenti) con la presunta avvalorazione della denuncia di Gino Paoli, mi spaventava quel lapsus “vendere” che riassume e conferma il senso di tutti i dubbi e i timori di noi che già ci ribellammo alla fuffa di un “Festival dell’inedito” e che non possiamo esimerci da sostenere un Montanari, il cui “rancore” non è molto diverso da tutti coloro che vorrebbero vivere una città dove lo sviluppo e la diffusione di cultura vada oltre un teatro e qualche pannello riassuntivo tra una pappa al pomodoro e l’altra.
ancora con chi paga le bollette? ma avete capito che il comune di roma ha ben altri debiti anche con l’enel…
dov’è la politica culturale del comune o degli ultimi 5 governi?
auto-organizzazione auto-determinazione auto-governo. provate anche solo a pensarci senza terrorizzarvi.
Concordo con Spago, parola per parola.
Non ho votato Renzi alle primarie, finora non mi ero mai sentita rappresentata da lui, ma quando ho letto che qualcuno aveva osato prendere la parola in favore del Teatro Valle ho pensato: finalmente. Una cosa di sinistra, di democrazia. Che rispetta la legalità e il principio rappresentativo, contro la legge della giungla, del più forte (chi urla più forte, chi si autonomina).
Purtroppo l’inerzia ha sempre la meglio. Bisognava fare qualcosa subito, il prima possibile: ma la situazione politica ha giocato a favore degli occupanti: un sindaco ridicolo, Alemanno, che ha ignorato le istanze culturali.
Di Montanari la penso uguale a Spago, ma non ho dubbi che ha più competenze di quante ne ha l’assessore uscente (e molto probabilmente quello entrante)
Sul teatro Valle e sulla gestione della cultura in generale penso invece assai peggio di Spago. Avevo esternato qui http://accademia-inaffidabili.blogspot.it/2011/10/la-felicita-non-guarda-in-faccia.html
L’intervento di un paio di anni fa mi sembra ancora valido. Ma la mia voce conta ZERO, sia in questa veste di anonimo commentatore che in quella di teatrante da alcuni anni in pausa (in pausa una sega, sono un teatrante tagliato completamente fuori, con un’unica arma per rientrare, andare a raccomandarmi in ginocchio da Enrico Rossi…)
Lascio dunque la parola a Carlo Cecchi, forse la voce più autorevole del teatro italiano, proprio nel senso della tensione innovativa di cui avremmo bisogno, sia in termini organizzativi-estetici che in termini morali:
«In nessun paese civile si lascerebbe un teatro fra i più antichi, fra i più belli, nelle mani di un piccolo gruppo di persone che potrebbero gestire, al massimo, un centro sociale»
«Non è nemmeno uno scandalo, per la semplice ragione che è lo specchio di un Paese allo sfascio».
«Il teatro, come dice Amleto, rispecchia la realtà. Anche l’occupazione del Valle rispecchia la nostra realtà: riflette le ultime luci di un tramonto già avvenuto. Il tramonto dell’Italia ormai sprofondata nell’inciviltà, nell’immoralità»
E allora, che cosa si dovrebbe fare del teatro Valle?, domando a Cecchi. «Che domande! Che cos’è un teatro? È un luogo dove gli attori recitano e dove il pubblico va a vedere spettacoli. Il teatro Valle deve semplicemente tornare ad essere un teatro aperto agli attori e al pubblico. Certo, nulla più mi sorprende, in Italia, ma è grave che le istituzioni – l’amministrazione di Roma, prima di tutto – consentano questa situazione. La verità è che nel precipizio della morale italiana, l’occupazione del Valle è un simbolo: un’avanguardia che precede addirittura la realtà. È il segno concreto che l’Italia andrà sempre peggio».
Mi ero scordato di mettere il link all’intervista a Cecchi http://www.succedeoggi.it/2013/10/liberate-il-valle/
C’è uno strano strabismo, che forse tanto strano non è:
– Il provincialismo italiano pensa che in Nord Europa ci siano delle politiche avanzate di controllo istituzionale della spesa pubblica e buon funzionamento dei partenariati pubblico privato…. e nessuno si sta accorgendo che non è vero e….
– dal nord europa fondazioni molto accreditate, pezzi della commissione cultura europea, alcune delle principali istituzioni come Tate, Reina Sofia, Vanabben, municipalità, ministeri della cultura… così come uno sterminato network di noprofit e associazioni culturali e esperienze di attivismo si sono accorti di una cosa e su questo stanno ristrutturando l’intero sistema istituzionale culturale (e con questo intendo dai programmi, alle linee di finanziamento, alla modalità organizzativa e al funzionariato burocratico). ecco si sono accorti che il vecchio modello istituzionale è superato, e che queste nuove esperienze di partecipazione diretta della gente nella gestione istituzionale, il legame con la pancia dei movimenti e delle trasformazioni sociali, la capacità di mettere a tema socializzazione, democrazia, processi produttivi, e tempi di vita, è il focus di nuove forme di istituzione culturale, difronte cui il vecchio modello e la vecchia classe politica è impreparata.
– di fronte a ciò che sta succedendo nel Teatro Valle, così come a Macao a Milano, e in tutte le esperienze simili sparse per l’Italia e l’Europa, c’è sempre stata anche una reazione arretrata e barbara, poco informata dei fatti, di una frangia reazionaria di intellettuali e classe politica italiana. mi importa notare come questa sia evoluta negli ultimi tre anni: la prima costruzione retorica repressiva si esprimeva così: ” sono illegali!, stanno rubando le utenze! non pagano la siae! fanno solo l’interesse di un gruppetto! fanno concorrenza sleale agli onesti!” (ignorando che stavamo proponendo un discorso di modifica dal basso di una normativa che fosse per tutti e più inclusiva di quella vigente, ignorando che stiamo facendo un enorme investimento di tempo e denaro e di lavoro volontario per cambiare la storia, ignorando che il modello economico che stiamo sperimentando non ha nulla a che vedere con il commercializzare un prodotto o essere ben visti da un politico…). ecco ma ora il discorso si è evoluto. Tranne alcuni coriacei, il centro sinistra al potere ha capito che doveva raffinare un poco la sua posizione e ha optato per un discorso più insidioso, con lo stesso desiderio provinciale di non volere un confronto nel merito, con l’unica preoccupazione di arroccarsi nello status quo, il discorso suona più o meno così: “Questi ragazzi hanno giustamente sollevato un problema, sono insorti per dare voce ad un vuoto che effettivamente c’è, ora è compito e dovere nostro dare una risposta istituzionale. Quindi togliamoli di mezzo, dicendo che non sono credibili per come si stanno auto-organizzando e diamo un vision al buon funzionamento istituzionale”
In questo ultimo senso Renzi fa l’esempio della Pergola per togliere di mezzo questa scomoda e incomprensibile esperienza del Valle, in questo senso Il comune di Milano squalifica Macao, cercando di riprodurre le stesse modalità organizzative e programmatiche in tutte le sue iniziative, cercando di salvare capra e cavoli: partenariati pubblico privati forti con società che di partecipazione e trasformazioni sociali non gliene frega una cippa, finestre dove poter citare il teatrino della partecipazione, e molta comunicazione retorica in cui la loro politica è dalla parte del cittadino. Risultato: gli spazi rimangono in stato di abbandono, tranne alcuni dove un soggetto privato ci entra con i piedi pesanti, o deve la spesa pubblica viene concentrata, e la miriade di lavoratori della conoscenza, associazioni no-profit culturale e sociale rimangono ai margini, gregari sia dal punto di vista economico che produttivo e contrattuale.
– Ciò che bisogna dire a questi amministratori, così come a Renzi, è che il dibattito sulla cultura in Europa non sta prescindendo da nuovi modi di co-gestire il comune, e i processi produttivi. Bisogna dirgli che questo nuovo modo non si fonda su di una processo dall’alto al basso,ma su di una concertazione dove l’amministrazione pubblica deve sedersi a fianco, e trovare il modo per modificare la sua normativa ed essere di sostegno a processi innovativi proposti dalla cittadinanza attiva. Che siamo in un interregno, forse, e che un network forte e radicato di esperienze non chiede altro che capire come dare legittimità istituzionale a queste nuove forme di organizzazione di cui il Teatro Valle è sicuramente un esempio da cui non poter prescindere. E che lo sbaglio più grosso è di non accettare una interlocuzione diretta con questi soggetti e questo network, cercando di ricreare artificiosamente il teatrino della condivisione e della partecipazione all’interno di vecchi modelli istituzionali.
alcuni link delle cose che stanno succedendo in queste due settimane un po’ più lontani dall’orticello di Renzi, in cui Macao e Teatro Valle sono relatori, entrambi gli appuntamenti hanno come teme nuove forme di istituzione culturale.
http://www.culturalfoundation.eu/events/2014/2/15/teodor-celakoski-and-teatro-valle-occupato-will-participate-in-a-panel-on-culture-commons-and-beyond-in-zagreb
http://www.culturalfoundation.eu/pma6
http://www.museoreinasofia.es/actividades/nuevo-rapto-europa
@Raimo
1 non conosco bene Montanari. Senza essere ipocriti: la competenza è centrale, ma anche la capacità di avere un contegno adeguato al contesto in cui si va a operare. Sono sicuro che tu non fai le battaglie sui teatri occupati nelle ore di filosofia a scuola. Ma l’impressione che ho avuto leggendo gli articoli di Montanri è quella di una persona molto molto molto infervorata nei suoi giudizi e sinceramente non equilibrata. Non so lui come interpreterebbe quel ruolo. E anche questo genere di valutazioni hanno un senso.
2 In estrema sintesi, in ogni caso, secondo me una illegalità iniziale innegabilmente c’è e agire così significa ferire i valori della legalità e della democrazia, degradarli a mezzi che possono essere usati o scartati a seconda dei frangenti, dargli un valore secondario e strumentale.. ed è una cosa che non condivido. Per come la vedo io, non è in gioco solo un teatro chiuso VS un teatro aperto.. Ci si deve muovere dentro le regole, perché bisogna sostenere attivamente la legalità e la democrazia nelle sue procedure, perché ci sono valori fondamentali incarnati da quelle procedure.
@RoW.
3 interessante notare la qualità “democratica” di sostenitori delle okkupazioni come Braga nei commenti: le critiche sono “reazionarie”, “barbare”, “arretrata” “insidiose”.. e immediatamente associate all’ “alto”, al potere, al politico, all’istituzione.. non sono “dal basso”.. dal basso solo favore.. bah.
“sono illegali!, stanno rubando le utenze! non pagano la siae! fanno solo l’interesse di un gruppetto! fanno concorrenza sleale agli onesti!” – tutte critiche valide, anche se prese stupidamente in giro, a cui si attendono vere risposte nel merito.
(ignorando che stavamo proponendo un discorso di modifica dal basso di una normativa che fosse per tutti e più inclusiva di quella vigente – il vostro percorso se passa per le occupazoni passa da una pratica illegale ed è l’illegalità che si critica non la legittimità di fare battaglia politica per le proposte che si reputano giuste, sostenetele legalmente, please. Inoltre che la normativa proposta sia per tutti nelle vostre intenzioni non significa che abbia il consenso di tutti, per arrivare ad affermarsi deve passare dalle procedure di legittimazione democratica altrimenti resta sempre una piccola proposta di parte, la volontà di saltare queste procedure o di forzarle con atti illegali è antidemocratica. Fino ad allora siete un gruppetto che fa la sua cosa punto e basta.
ignorando che stiamo facendo un enorme investimento di tempo e denaro e di lavoro volontario per cambiare la storia – liberi di farlo, voi come tanti altri, ciascuno per come ritiene giusto, ma non è che qualsiasi cosa in cui qualcuno volontariamente investa tempo e denaro sia per questo irrifiutabile, al netto di tutto quello che ci investite voi, non potete pretendere che quel che fate abbia valore e riconoscimento oltre voi stessi finchè non sarà legittimato da procedure democratiche (quelle che voi sfregiate). Smettela di sentirvi in missione per conto di Dio o della storia.
ignorando che il modello economico che stiamo sperimentando non ha nulla a che vedere con il commercializzare un prodotto o essere ben visti da un politico… – il politico è eletto, voi no. Passare per il politico, l’istituzione, la legge, lo stato, la democrazia, le loro procedure emediazioni, non è esattamente qualcosa di esecrabile. E non farlo non è esattamente qualcosa di cui vantarsi. E poi è paradossale voler fare politica ma non voler passare dal politico.
Se poi si vuole cambiare la democrazia inserendovi più partecipazione, benissimo. Ma non si può saltare quella lunga fase in cui si convincono gli altri della propria idea e si ricevono mandati sulla base dei consensi. E neppure ricevuti i consensi prescindere dalle regole. La democrazia è mediazione, è una scelta in favore di una procedura che sicuramente impedisce a ciascuno di prendere e fare ciò che ritiene giusto senza se e senza ma, che sicuramente ci imbriglia tutti (o dovrebbe farlo e poi ha qualche prolasso dalla parte di certi potentati). Sui motivi per cui si tiene alla democrazia e si vuole sostenerla e non indebolirla fare ripetizioni di storia, filosofia, cultura generale. Confrontarsi seriamente con essi se si vuole contestarne il valore.