Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.
«Sarajevo traccia una linea rara di contatto tra Oriente e Occidente. Le differenze che l’animano sono il suo tesoro più grande ed è il volto multiculturale che siamo orgogliosi di mostrare al mondo». La trentenne Benjamina Karić è la sindaca, in carica dallo scorso aprile, più giovane nella storia della capitale della Bosnia ed Erzegovina e parla da un luogo simbolo della distruzione delle guerre jugoslave.
Nella notte tra il 25 e il 26 agosto 1992 il bombardamento della biblioteca nazionale Vijećnica bruciò una delle più ricche biblioteche d’Europa e venne polverizzato il patrimonio straordinario di due milioni di libri. Dopo il restauro è stata riaperta nel 2014, divenendo la Sarajevo City Hall. Nel segno del legame forte che unisce l’Italia e la Bosnia, Karić con la partecipazione dell’Ambasciatore italiano Marco Di Ruzza ha conferito nella Vijećnica la cittadinanza onoraria postuma ad Alexander Langer per l’alto impegno umano e politico per la pace nella ex Jugoslavia, e in particolare a difesa della città durante l’assedio.
La progressista Karić, nata a Sarajevo nel 1991 da padre bosniaco musulmano e madre serba, è la seconda donna a ricoprire questo ruolo. I suoi trent’anni coincidono con l’età della dissoluzione della Jugoslavia, della deflagrazione del conflitto fratricida e di una convivenza pacifica ancora piena di incognite. Sarajevo, emblema del cosmopolitismo incrinato dalla retorica etnonazionalista, guarda all’Europa per risolvere l’isolamento di uno Stato, mai uscito compiutamente dal dopoguerra, che vive una crisi profondissima e percepisce sempre più distante l’obiettivo dell’integrazione nell’Unione Europea.
La situazione della giustizia, della politica che governa sul principio della spartizione etnica del potere e della corruzione dilagante alimentano la crescente sfiducia dei cittadini verso i cardini dell’ordinamento statuale in un sistema molto complesso.
Lo Stato, prodotto degli accordi di pace di Dayton del 1995, si articola nella Federazione della Bosnia ed Erzegovina, abitata in prevalenza da bosgnacchi e croati, e nella Republika Srpska a maggioranza serba. Nelle ultime settimane l’ultra nazionalista Milorad Dodik, ex presidente della Republika Srpska in cui ricade il territorio del genocidio di Srebrenica e rappresentante serbo nella presidenza federale tripartita del Paese, ha aperto dichiaratamente uno scenario da secessione, prefigurando tra i propositi la creazione di un esercito serbo bosniaco. La nascita di una forza militare congiunta (OSBIH) formata da serbi, croati e bosgnacchi è stato uno dei capisaldi della pace. Chi ancora immagina o auspica di dividere la Bosnia, sa che può finire solo nel sangue.
Banja Luka, capitale dell’entità serba, appare sempre più lontana da Sarajevo, come descrive l’analista politico e scrittore Dragan Bursać: «Sono cresciuto nella Republika Srpska, figlio di un serbo e di una croata. Ho vissuto in prima persona gli effetti dell’ultra nazionalismo. Chi rifiuta la classificazione etnica ha difficoltà nell’accesso alle opportunità di lavoro. Nel concreto è una forma di apartheid. Le elezioni costituiscono un’occasione per riportare in auge i criminali definiti alla stregua di eroi. Li usano per plasmare un’identità nei giovani privi di riferimenti credibili».
La giovane Karić, due lauree in giurisprudenza e storia con un ottimo curriculum accademico, a lungo attivista del partito socialdemocratico, si muove in questo difficile quadro politico nazionale con le presidenziali previste nel 2022. Ragiona così sul ruolo della Capitale: «Sarajevo appartiene all’idea di Europa e occorre rilanciare la cooperazione con le più importanti città europee. Innanzitutto dobbiamo dimostrare di essere la vera capitale della Bosnia, tessendo relazioni più forti con le altri città da Tuzla a Mostar. Moschee, sinagoghe, chiese cattoliche e ortodosse sono esistite sempre qui e hanno convissuto. La nostra prosperità dipende dalla sconfitta delle logiche della separazione etnica».
La pianta urbana e l’anima di Sarajevo, nonostante la ricostruzione post bellica, restituiscono ancora le ferite dell’assedio più lungo della Storia moderna e contemporanea, perpetrato dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. La guerra ha plasmato quattro generazioni in qualsiasi ambito della vita. Dopo trent’anni la personalità di tutti coloro che l’hanno vissuta in modo diretto e indiretto è ancora influenzata. «Il trasferimento del trauma della guerra di generazione in generazione è l’aspetto più preoccupante – spiega la neuropsichiatra Irfanka Pašagić, pioniera nel trattamento e cura dello stress post traumatico –. Manca il riconoscimento reciproco. Nelle scuole non si rielabora ancora il vissuto del conflitto e ogni parte in causa racconta la propria versione della storia».
È invece dolce la memoria della Sarajevo città olimpica. Le tracce delle Olimpiadi invernali del 1984 sono ben visibili. La memoria dello spettacolo dei vari luoghi di culto innevati e di una città aperta all’accoglienza e al pluralismo rimangono la promessa per il futuro. La bellezza naturalistica, che circonda l’ambiente urbano, insieme alla cultura rappresentano due chiavi fondamentali di valorizzazione. Tra gli eventi culturali spicca il Sarajevo Film Festival, nato durante l’assedio, ormai centrale tra gli appuntamenti di rilievo del panorama cinematografico europeo. Sarajevo attraversa ancora, come il resto della regione, la transizione economica che pone questioni ambientali. La qualità dell’aria risente soprattutto nella stagione invernale non è salubre. Le emissioni delle auto e quelle industriali innalzano l’inquinamento sopra i livelli di guardia.
Sarajevo è stata uno degli ultimi centri urbani multietnici, multilingue ed ecumenici che erano il vanto dell’Europa centrale e del Mediterraneo Orientale. Nei paradossi che regala la Storia, è stata luogo di violenza dall’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando all’ultimo assedio, ma resta vivo il senso della sua resistenza dall’epoca ottomana, austroungarica e jugoslava. L’unicità della cultura pluralista di Sarajevo, capace di sopravvivere alla Prima Guerra Mondiale e a dispetto delle successive guerre e genocidi, è un bene da preservare.
