L’andamento sportivo delle sorelle Williams, un saliscendi che le ha portate dai picchi ad alcune stagioni di anonimato, non è materia semplice ma segue invece un ordine complesso, legato in maniera decisiva anche ad alcuni episodi che esulano dal campo da tennis impigliandosi piuttosto nelle esistenze individuali delle due sorelle.

La collana “Vite inattese” di 66thand2nd offre da tempo delle narrazioni che muovono dall’evento sportivo o dal personaggio di riferimento per aprirsi a ragionamenti più ampi che mettono in gioco, oltre al valore letterario, elementi ulteriori che fanno di queste vite e di questi avvenimenti sportivi delle chiavi per comprendere anche ciò che si muove attorno allo sport o alle vite sui campi di questi campioni. Alle sorelle Williams è dedicato il libro della giornalista Giorgia Mecca, che da tempo porta avanti ragionamenti e scritture sullo sport estremamente interessanti su Il Foglio, Serena e Venus Williams. Nel nome del padre, uno degli ultimi titoli pubblicati nella collana di 66thand2nd e che è ulteriore testimonianza del valore letterario di un certo tipo di scrittura sportiva.

Già il sottotitolo del libro mette bene in luce uno dei cardini attorno a cui ruota il libro di Mecca, la figura del padre di Venus e Serena, Richard Williams, un volto noto a chiunque abbia seguito il mondo tennistico degli ultimi decenni («la barba bianca, i gesti al rallentatore, la schiena gobba, la struttura ossea che pare dimezzata: non gli rimane più niente del padre padrone che è stato. La vecchiaia lo ha reso fragile, nostalgico, con più pensieri rivolti al passato che al futuro» scrive Mecca), che com’è noto decise, dopo aver visto consegnare un premio di quarantamila dollari a Virginia Ruzici fresca vincitrice del Roland Garros, che le sue due figlie, che ancora non erano nate, sarebbero diventate le numero uno (o la numero uno e la numero due come effettivamente successe nel 2002 dopo gli Open di Francia vinti da Serena) di quello sport. Richard Williams non giocava a tennis e conosceva poco anche le regole, eppure la possibilità che quello sport offriva di garantirsi una più che degna esistenza era più forte di qualsiasi impedimento per una famiglia povera che viveva nel ghetto di Los Angeles, a Compton, luogo anche di una visita di Mecca raccontata nel libro, dove il padre dovrà chiedere alle gang locali una sorta di sospensione delle ostilità nei pressi del campo dove allenava le figlie.

Di padri che lavorano con i figli nel mondo del tennis se ne sono visti e se ne continuano a vedere molti, per esempio Agassi o, oggi, Camila Giorgi, ma il caso delle sorelle Williams è decisamente unico perché, come scrive Mecca, «sono state nere in un mondo di bianchi, potenti in uno sport elegante, urlanti in un campo che richiede il silenzio», ma sono state anche «sempre dalla parte sbagliata. Per provocazione (loro) e per pregiudizio (altrui)». Giorgia Mecca ricostruisce questo percorso mettendo in primo piano i legami famigliari tra le sorelle e il padre Richard Williams perché se le sorelle hanno conquistato il loro posto nel mondo, certo lo devono anche alla testardaggine del padre che, vittima di episodi razzisti, decide, senza troppo domandare alle figlie, quella che sarà la loro vita: si prenderanno un posto in prima fila in un mondo dominato dai bianchi. Ma se già il circuito tennistico è un posto diabolico, lo è ancora di più per queste due ragazze costruite per lottare e per vincere, ma che hanno perso una parte della loro vita allenandosi ogni giorno a Compton, nel ghetto loasangelino, in un’estenuante esasperazione competitiva.

E in effetti fa abbastanza impressione ripercorrere, in tempi di imbarazzanti discussioni sugli inginocchiamenti ai campionati Europei di calcio, l’accoglienza non certo delicata che le big del circuito femminile hanno sempre riservato a Venus e Serena, da Amélie Mauresmo («Questo Sister Act reiterato è un po’ triste per il tennis») a Justin Henin («Forse il pubblico vorrebbe vedere qualche altra giocatrice in finale nei tornei del Grande Slam») a Martina Hingis («Le vere razziste sono loro. Quando ci incontrano negli spogliatoi non salutano, ruggiscono. Per loro è tutto molto più facile. Il colore della pelle le ha aiutate, perché ad ogni critica possono rispondere alzando le mani e gridando al razzismo, ma non è vero») fino al pubblico di casa degli Us Open che nel 2002 tifa Mauresmo contro la giocatrice di casa Venus.

Ma nel libro di Mecca c’è molto altro, c’è il racconto di una parabola delle linee tutt’altro che piane e rassicuranti, c’è il triangolo complicato e a tratti devastante tra sorelle, padre e circuito, ci sono le tragedie famigliari (come l’omicidio della sorella maggiore, Yetunde, figlia della madre Oracene ma non di Richard, avvenuto a Compton nel 2003) e le strenue lotte delle sorelle, come quella per l’equal pay, ovvero il pagamento dello stesso premio in denaro per uomini e donne nei tornei. A proposito di quest’ultimo aspetto, Mecca racconta una storia che fotografa bene il carattere combattivo di Venus: nel 2005 il presidente della WTA ha chiesto a lei e ad altre giocatrici di negoziare con gli organizzatori di Wimbledon un pagamento equo tra uomini e donne: se molte colleghe di Venus rinunciano alla battaglia (altro argomento interessante del libro di Mecca è la relazione tra tennis e attivismo, dove sembra che qualsiasi battaglia civile o sociale possa interferire con la carriera sportiva) non lo fa lei che, il giorno prima della finale, che vincerà contro Lindsay Davenport, partecipa a un incontro con i membri del comitato dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club, «la maggior parte dei quali bianchi e di mezza età». Venus chiede loro di chiudere gli occhi e immaginare due bambine che per tutta la vita non hanno fatto altro che lavorare per poter un giorno giocare nel tempio del tennis, il centrale di Wimbledon, interrogandoli su cosa potessero aver provato «quando si sono accorte che per Wimbledon gli uomini hanno più valore delle donne»: «Come possono, queste due bambine, continuare ad avere fiducia in loro stesse? E voi, perché continuate a sminuire il loro valore?». E così, quando nel 2007 Venus vincerà di nuovo i Championships sarà la prima volta che una giocatrice donna guadagnerà quanto un uomo.

Il libro di Mecca ricostruisce quindi tanto gli episodi biografici che hanno segnato la vita e la carriera di Venus e Serena quanto la relazione tra le sorelle e il circuito, inserendo pienamente queste due storie esemplari all’interno del terribile campo di forze che include la sete di vittoria, la discriminazione, la rivincita, la disperazione e la rinascita. Venus ha preparato il terreno a Serena e poi le due sorelle, a ruota, hanno fatto in modo che giocatrici come Sloane Stephens, Madison Keys, Taylor Townsend, Naomi Osaka, Coco Gauff trovassero un circuito diverso da quello che non le ha accolte all’inizio della loro carriera. È forse questa, oltre agli straordinari meriti sportivi e ai record, l’eredità più importante e duratura dello strano universo familiare Williams.

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Autore

matteomoca@minimaetmoralia.it

Matteo Moca è dottore di ricerca in italianistica e insegnante. Scrive, tra gli altri, per Il Tascabile, Il Foglio, Domani, L'indice dei libri del mese, Blow Up e il blog di Kobo. Ha pubblicato le monografie "Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett",  "Figure del surrealismo italiano. Savinio, Delfini, Landolfi" e "Un'esigenza di realtà. Anna Maria Ortese e la dipendenza dal fantastico"

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