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Leggendo una poesia di Roberto Bolaño, per il canale streaming di «Decamerette», ho involontariamente sostituito in piedi ci sono solo i cordoni / della polizia con in piedi ci sono solo i cordoni / della poesia, mi è parso da subito uno dei più bei refusi di sempre. L’idea di una nuova rubrica è nata quel giorno, un appuntamento che facesse l’esatto contrario di ciò che fanno i cordoni della polizia: avvicinare. Accorciare le distanze. Per ogni numero si parlerà di una, due o più poesie, di vari poeti, cercando un filo comune, facendo sì che versi lontani si tengano per mano.
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Prendiamo uno sguardo, un modo di guardare alle cose, alle cose in movimento e alle cose stabili, fisse, immobili. Prendiamo un occhio, facciamoci caso, guardiamo i movimenti che fa, la palpebra che batte, la pupilla che s’illumina, la luce che lo acceca, l’ombra che lo rabbuia; prendiamolo nell’arco di 24 ore, guardiamolo l’occhio, osserviamo tutto il movimento che fa, tutta la reazione che ha. Guardiamo quest’occhio, sinistro o destro non importa, come registra le cose, come le dimentica, come definisce un fatto ordinario, come restituisce un ricordo sulla storia. Mettiamolo alla finestra, alla stessa per mille giorni, con lo stesso panorama, cosa vedrà il nostro occhio? Ogni cosa ogni sfumatura, tutto ciò che quella vista, bella o brutta che sia possa offrire.
E poi cosa non vedrà? Ci sarà sempre un dettaglio perduto, un granello di polvere che si insinua, un rumore che sottrae attenzione, un fruscio, un uccello che vola e che ieri non volava. Siamo certi di ciò che vediamo? Siamo disposti a giurare che la nostra inquadratura è quella giusta, la sola possibile? Siamo pronti a ricrederci e ad ascoltare la voce di un altro sguardo? E, infine, davvero crediamo che il nostro punto di vista sia quello obiettivo, concreto e giusto? E quale occhio stabilisce la differenza tra mondo e monolocale, tra realtà e finzione, tra comico e surreale, tra patetico e commovente, tra romantico e vuoto?
Oggi osserviamo alcuni di modi di fare poesia, poeti che dimostrano che un fatto non è mai uno soltanto, che il modo di raccontare le cose è solo il primo (o l’ultimo) di una lunga serie, che le scuse e i motivi della poesia sono infiniti, che a volte un pensiero lucido si possa dire meglio con un sorriso, che la giusta distanza è il prezzo da pagare, che sentirsi per un istante bambini serve, che sgrammaticare a volte significa risiedere in una nuova sintassi né furba né ingannevole.
Qualche mese fa è scomparso un poeta immenso, un uomo pronto al sorriso, Carlo Bordini. È stato un poeta indefinibile, fuori dagli schemi, dalle abitudini, dai rituali. Ha saputo controllare la metrica e rinunciarvi, ha saputo essere profondissimo mantenendo sempre vivo l’occhio del bambino. È stato ingenuo e limpido, è stato luminoso e coraggioso, credeva nella poesia, nella capacità dei versi di resistere e di lottare, di reagire al mondo. In una chiacchierata pubblica, a una mia domanda aveva risposto che la poesia gli ricordava una sua amica che viveva nelle zone terremotate d’Abruzzo. L’amica non si abbatteva, stava alla finestra, pronta a ricominciare, a uscire.
Secondo Bordini, faceva questo la poesia. E allora non aveva paura di sottrarla alle regole, di sgrammaticarla, di rinnovarne la punteggiatura, di mettere insieme più cose, di mantenere un tono surreale nel testo più commovente, di essere ironico e dolce in versi sulla perdita sulla morte. Bordini è stato impegnato politicamente, ha capito che da certe lotte si può uscire sconfitti ma certe cose non si possono perdere, si rivince resistendo nel testo, rinnovandolo, rinnovandosi. Poco meno di un mese dopo la morte di Bordini, la casa editrice Tic edizioni ha pubblicato un piccolo e meraviglioso volume di sue poesie, dal titolo Poesie color mogano. Il poeta aveva fatto in tempo a revisionarlo, perciò leggiamo la sua versione, con le sue frequenti illuminazioni, le sue geniali irregolarità grammaticali, gli spuntati punti d’interpunzione. Una poesia molto bella fa così:
Sono uno spaventapasseri
o un passero?
e se spavento, chi
spavento?
Spavento me stesso?
Mi trovo spaventoso, in effetti.
e forse sono un passero spaventoso
oltre che, naturalmente, spaventato.
*
Sono uno spaventapasseri
che non fa paura a nessuno,
miei cari
se mi trovate spaventoso
ditemelo
ci terrei tanto
a mettervi paura.
*
Bisognerebbe fare
una poesia
sullo spaventapasseri
solitario.
Sono tre poesie in una, o – se preferite – una poesia in tre, di sicuro ci troviamo davanti una piccola meraviglia. Bordini s’interroga (e ci interroga) sull’identità e sul nostro destino da incompiuti. Il comune male di esistere del passero e dello spaventapasseri, due solitudini, chi fa cosa, chi è chi, chi siamo? Siamo davvero una cosa soltanto, siamo deboli o forti? Siamo poco concreti e sempre impauriti, capaci di spaventarci da soli al ritmo delle nostre inadeguatezze. La chiave di Bordini va cercata sempre in un doppio binario, nel primo si avverte il tono leggero, dell’immagine tutto sommato lieve che sovrappone il passero allo spaventapasseri, sembra quasi una pittura, ma sull’altro binario si avverte la gravità di ogni giorno, il dramma dell’irrisolto che ci accompagna sempre.
C’è la negazione d’aver scritto una vera poesia sullo spaventapasseri con il richiamo finale al gioco e a scriverla sul serio, che significa anche che quello che si scrive non è mai così importante, che il punto qualche volta è sfiorato, che sovente è più in là, che la cosa non è mai come la immaginiamo, non è mai come la guardiamo, non è niente di quello che ci hanno raccontato.
Come si porta la memoria collettiva dentro un testo poetico? Come si può offrire una visione nuova a una narrazione storica e centrale per la vita del nostro paese? Probabilmente lo si può fare solo ridistribuendo il fatto andato e storicizzato sotto una nuova luce che fa parlare le voci che in quel fatto stavano. Lo si può fare soltanto attraverso la sottrazione, lo scarto minimo che la poesia del bravissimo Vito Bonito sempre concede. La sua scrittura sta sempre tra il sospeso e la fiaba, tra l’accaduto e il divenire, viene da un tempo (e da un mondo capovolto) che non può essere raccontato in frammenti regolari perché regolare non è, e allora pure la memoria, addirittura la cronaca, vanno reinventate in un non luogo, un non spazio di voci sovrapposte, nei quali il poeta conserva lo sguardo del bambino che prova a disegnare su un foglio seduto nei banchi di scuola.
Bonito ha un talento eccezionale, ha fantasia, manovra la regola, ma – esattamente come Bordini – sa come rinunciarvi. Le poesie del suo libro più recente Di non saper infine a memoria (L’Arcolaio 2021) inventano un mondo di fantasmi e stupore per scavare in un biennio quello che va dal 1978 al 1980, due anni che hanno segnato le sorti dell’Italia, due anni che sono cominciati con il rapimento e la successiva uccisione di Aldo Moro e della sua scorta e che si chiudono con l’omicidio di Walter Tobagi. Come lo metti il cadavere di Moro in una poesia? Come ce li metti i suoi rapitori? Ce li metti vivi e come da dentro un sogno li fai parlare e sovrapporre. Bonito non pretende la cronologia, la cronaca, non s’arroga il diritto di far memoria fedele, solo quello di fare poesia, mettendo a volte a fuoco e altre fuori fuoco due eventi che, come spiega in una nota al libro, gli tornano sempre in mente nei momenti più disparati. Nel libro ci sono dei testi in corsivo, quelle sono le voci di Moro e Tobagi. Una poesia significativa e che mi piace molto dice:
ogni cosa è finita
di andarsene è l’ora
la vittima è luminosa
il nuovo
non è mai arrivato
Il testo lo leggiamo nella prima parte della raccolta, è preparatorio al resto, è preliminare agli scambi tra Moro e i brigatisti, alla voce di Walter Tobagi, ma è importante perché mostra con chiarezza il lavoro pulitissimo e delicato di Bonito, il suo stare dentro la storia e decidere di osservarla da ogni punto di vista. Questo gli consente, con la preveggenza della poesia di andare a vedere nella progettualità dei terroristi gli albori del fallimento e il suo concretizzarsi nel nuovo che non è mai arrivato, perché forse non poteva, non era nemmeno nuovo, fatto sta che in questi pochi versi, solo una cosa è luminosa: la vittima. A quel punto non è più una vittima ma una conseguenza che risplende e oscura il disegno delle brigate rosse.
La poesia può tanto e può poco, qui pur non volendo fare storia, né distribuire giudizi, ma ricostruire un tempo bambino andato e perduto, un tempo in cui il ricordo di una partita di pallone compare con la stessa frequenza del cadavere di Moro, tenero e piccolissimo nel bagagliaio dell’auto. La poesia può illuminarci e porci davanti a una cosa vecchia con in mano una lampada nuova. Perciò, leggendo, ci pare di ritrovarci nel covo delle BR tra i rapitori e Moro, i loro volti che si sovrappongono, i dialoghi che sono colmi di dubbi, leggere nelle parole degli uni e dell’altro la speranza che svanisce, che scema, ci pare di sentire la voce di Walter Tobagi, o vediamo solo il ricordo di nostro padre che ce lo racconta. Ci pare, infine, perché è il segreto della poesia di Bonito, di vedere molte altre cose che hanno a che fare con la nostra infanzia, perché è bene non dimenticarlo, mentre ammazzavano Moro noi stavamo giocando, quel giorno, il giorno dopo, le settimane successive.
Mi è capitato spesso, leggendo i testi di Luigi Socci, di accorgermi di cose per la prima volta o di vederle come se, a mia insaputa, avessero subito una trasformazione. Le cose, però, erano sempre le stesse, il modo di mostrarle, di metterle in evidenza era nuovo, curioso, leggero (senza dimenticarsi di essere profondo). Si trattava di un modo perfino sorridente anche dentro un istante sofferto, di un velo ironico su un presente in ogni caso drammatico. Socci pare ricordarsi che essere cupi non serve a niente, e che forse non serve a niente nemmeno essere lievi, ma la seconda caratteristica può offrirci una nuova strada da seguire quando vogliamo leggere poesia.
Torniamo all’inizio, l’occhio non è mai uno solo e le vicende da osservare e da immaginare – ecco, Socci, è un poeta che ha immaginazione, non è cosa scontata – sono miliardi. Socci gioca con tutte le regole metriche a sua disposizione, se lo può permettere, ci presenta i difetti, gli angoli opposti, le vedute minuscole, la nostra irrilevanza, l’aspetto ridicolo di ogni azione o pensiero, e insieme, perché no, arrivandoci in altro modo, le malinconie, le storture, le sofferenze. Il suo libro più recente è Regie senza films (elliot 2020) e strappa un sorriso già dal titolo, mostrandoci il tenore di ciò che forse leggeremmo e avvertendoci: ci prendiamo troppo sul serio, ci attribuiamo ruoli dai quali non ricaviamo niente, perché niente c’è. Il libro è molto vario, la struttura dei testi pure, sono brevi, sono lunghi, sono lineari, sono sovversivi. Tutti quanti rendono su carta e si prestano alla lettura ad alta voce. Una poesia molto bella è questa:
Questa famosa alba
è tutta qui
e hai messo anche la sveglia per vederla.
Modesta come fonte luminosa
gelatinosa sembra una medusa.
Io più che altro
nel mio piccolo mi difendo
da te che in fondo in fondo
provi una specie di non sai che sia.
(ti piace poter dire ho fatto l’alba
quasi come se fosse opera tua)
Il testo è inserito in una sezione dal titolo L’amore vince sempre (e non fa prigionieri), in questa parte del libro, Luigi Socci indaga il sentimento numero 1, il colpevole, colui che ci rende deboli, ci dimostra fallibili, ci rimanda al mittente, ci egotizza e subito ci ridimensiona, ci rende piccoli e in questo ritrovarsi minuscoli ci racconta sul serio. L’alba è tutta qui. Nel sentimento siamo faceti spesso, nostro malgrado, siamo ridicoli anche quando tendiamo al massimo, al sublime, guardandoci dopo, a posteriori, alle spalle, ci ridiamo addosso. Con l’ironia, Socci, però non vuol solo dimostrare il grottesco, il nostro agire goffo, vuole cogliere ciò che davvero va colto, cioè siamo cosa piccola in una faccenda molto grande, che prima o dopo darà un dolore, e allora forse – prima, durante, se non dopo – perché non provare un momento felice sottraendo lo sguardo (e il cuore all’ovvio). Nella poesia che ho riportato qualcuno si difende nel suo piccolo perché c’è troppo nell’altra persona, una eccessiva predisposizione al sentimento, un’euforia che potrebbe diventare insostenibile, meglio difendersi, meglio andarci leggeri, tanto come Socci stesso scrive qualche pagina più avanti, più beffardo che mai: «(cuore per cuore perché l’amore / vince su tutto anche sull’amore)».
Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagione e Andrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia.
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