Al cinema il finale aperto non piace a tutti. Per alcuni non è tanto un problema di forma, quanto di sostanza: un film con un finale aperto, ai loro occhi, equivale a un film incompiuto. Ad altri dà fastidio la sensazione di trovarsi di fronte a una furbizia: se ogni spettatore viene lasciato libero di scegliersi l’esito preferito, in effetti, nessuno sarà scontento. Che si sia d’accordo o meno con questi punti di vista, una cosa è certa: un finale aperto è un’operazione di sconfinamento della sospensione dell’incredulità. Le luci si accendono in sala, si raccolgono le proprie cose, ci si avvia verso l’uscita, ma la proiezione va avanti sullo schermo della mente, ancora impegnata a decidere il finale per la storia del film. A meno che il film in questione non sia Il sapore della ciliegia.
L’opera con cui il regista iraniano Abbas Kiarostami ha vinto la Palma d’oro al Festival di Cannes del 1997 si apre con il signor Badi che gira in macchina per la periferia di Teheran. Si guarda intorno, cerca il contatto visivo con la gente per strada, ma non si capisce bene cosa vada cercando. Anche quando, dopo un bel pezzo, fa salire in macchina un soldato offrendogli un passaggio verso la caserma cui è diretto, il signor Badi resta abbastanza misterioso circa il lavoretto semplice ma ben pagato che intende proporre. A un certo punto si capisce però che il signor Badi ha deciso di suicidarsi nella notte di quello stesso giorno. Si è anche già scavato una fossa sotto un alberello, e cerca qualcuno disposto ad andare a fargli visita la mattina seguente, presso quella stessa buca; per riempirla di terra, per seppellirlo se sarà morto, oppure per aiutarlo a uscirne se sarà vivo.
C’è questo libricino di pochissime pagine intitolato Sul suicidio, pubblicato in mille esemplari da Via del vento edizioni nel 2001, che raccoglie alcune riflessioni di Antonin Artaud sulla possibilità di togliersi la vita. Uno degli scritti, intitolato Inchiesta, pone subito la domanda: “il suicidio è una soluzione?”. “No, il suicidio è soltanto un’ipotesi. Pretendo di avere il diritto di dubitare del suicidio come di tutto il resto della realtà”, risponde Artaud. Anche il signor Badi sembra seguire questa linea di pensiero: il suo suicidio è un’ipotesi, e come ogni ipotesi ha bisogno di trovare una conferma. Se Alain, il protagonista di Fuoco fatuo di Louis Malle, dopo aver trovato una ragione per morire passa le sue ultime ore cercando una ragione per vivere, il signor Badi ha bisogno solamente di qualcuno disposto a validare l’esito della sua ipotesi di suicidio.
È per questo che continua a cercare la persona giusta, e sembra avere una certa importanza l’età dei personaggi a cui si rivolge. Il primo a cui fa la proposta, il soldato, è molto giovane e alla sola idea della morte oppone un rifiuto immediato, dettato dal puro istinto; appena ne ha la possibilità addirittura scappa via. Il secondo è un seminarista: è più grande, e cercherà soprattutto di capire quali motivazioni spingano l’uomo che ha di fronte a proporgli un lavoro del genere. Il signor Badi rifiuta di dargli una spiegazione: non potrebbe capire, dice. Poi si corregge: potrebbe anche capire, ma comunque non arriverebbe mai a sentire ciò che sente lui. Scrive Artaud nel testo che dà il nome al libricino di cui sopra: “è certamente una cosa abietta essere creati e vivere e sentirsi fin nei minimi termini, fin nelle ramificazioni più impensabili”.
Il corsivo è dell’autore, e non sta lì a caso. Il sentire non è nemmeno pensabile, figurarsi se è possibile comunicarlo, esprimerlo con il linguaggio. Vale anche nei casi più banali: il dolore provocato da un taglietto su un dito non si pensa, né si comunica; si prova solamente. In quella scena il protagonista naturalmente parla anche a nome del regista. Ciò che il signor Badi prova non può essere comunicato da lui a parole, né da Kiarostami attraverso il linguaggio cinematografico. Ad ogni modo, il seminarista prevedibilmente usa le argomentazioni della fede per respingere la richiesta del signor Badi, che avrà invece più fortuna al suo terzo e ultimo tentativo, con l’uomo più anziano del lotto: il signor Bagheri, tassidermista al museo di scienze naturali, che accetta subito l’incarico perché ha bisogno dei soldi per pagare le cure al figlio malato.
Dopo aver fatto visita alla buca dove dovrà recarsi il mattino seguente, il signor Bagheri vuole però tornare indietro seguendo una strada più lunga, e guadagna così il tempo necessario a raccontare al signor Badi la propria storia. Anche lui, spiega, una volta aveva deciso di uccidersi: si era recato a notte fonda ai piedi di un albero di gelso ma, trovando difficoltà a fissare una corda a uno dei suoi rami, si era fermato lì iniziando a mangiarne i frutti e a gustarne il sapore, e più tardi, arrivata l’alba, si era anche goduto lo spettacolo del sorgere del sole, e alla fine aveva scoperto di aver cambiato idea. Il signor Badi tace, e allora il signor Bagheri racconta anche una barzelletta: un uomo va dal dottore perché, quando si tocca con un dito una qualsiasi parte del corpo, trova che gli fa male. Il dottore lo visita e gli dice che ha il dito rotto, mentre il resto del corpo sta bene. Il signor Bagheri conclude che il signor Badi potrà pure pensare di avere mille problemi, ma in realtà ne ha uno solamente: quel pensiero di suicidarsi.
Le parole del signor Bagheri sembrano avere qualche effetto sul signor Badi. Quest’ultimo, dopo che i due si sono salutati, torna dal tassidermista per raccomandarsi di verificare per bene che sia morto e non addormentato, prima di seppellirlo: suggerisce al signor Bagheri di non limitarsi a chiamarlo, ma di tirargli un paio di sassi, di strattonarlo anche un po’ prima di riempire la buca con la terra. Poco dopo si trova seduto su una panchina a fissare l’orizzonte: sta semplicemente contemplando l’ultimo tramonto della sua vita, o sta provando a cambiare idea, seguendo l’esempio del signor Bagheri? Alla fine, il signor Badi si trova sdraiato di notte nella sua buca, e chiude gli occhi. Nell’ultima scena invece c’è lo stesso Kiarostami che sta girando il film, e con questi pochi minuti di meta-cinema l’opera cambia volto nella maniera più elegante possibile.
Senza l’ultima scena, Il sapore della ciliegia si chiuderebbe infatti con le classiche domande lasciate senza risposta da ogni finale aperto: il signor Badi si è ucciso oppure no? Il signor Bagheri lo troverà vivo o morto la mattina dopo? Kiarostami decide però di far terminare la sospensione dell’incredulità dello spettatore ancor prima che il film sia concluso; e dal momento in cui è all’interno dell’opera stessa che il signor Badi viene dichiarato essere un personaggio di finzione, quelle domande non hanno più senso: come potrebbe accadergli qualcosa di ulteriore rispetto a ciò che è stato messo in scena, se si tratta solo di un film? Sulla sorte del signor Badi, insomma, si impone l’evidenza che il signor Badi non è mai esistito. Scrive Artaud, sempre in Inchiesta: “E sicuramente sono morto da molto tempo, mi sono già suicidato. Mi SI è suicidato, sarebbe meglio dire. Ma che pensereste voi di un suicidio anteriore, di un suicidio che ci farebbe tornare indietro, dall’altra parte dell’esistenza, e non dalla parte della morte. Solo quello avrebbe per me valore”.
Gilles Nicoli è nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortázar morisse a Parigi. Scrive soprattutto di libri, cinema e videogiochi.
