Pubblichiamo un estratto da Serena e Venus Williams, nel nome del padre di Giorgia Mecca uscito per 66thand2nd. Ringraziamo l’autrice e l’editore.
Venus e Serena crescono sane e obbedienti, felici di fare felice il loro papà. La prima a entrare in campo è Venus, che a quattro anni è povera e non se ne rende conto. Tenere in mano una racchetta la fa sentire una privilegiata. Se si guardasse intorno, vedrebbe che il cemento che calpesta ogni giorno per andarsi ad allenare è pieno di siringhe, pezzi di vetro, lattine di birra, preservativi, tracce di sangue, ciò che rimane al termine di regolamenti di conti tra disperati.
Il sogno americano se esiste davvero si realizza altrove, Compton è un inferno di morti ammazzati: 1397 persone uccise in vent’anni di criminalità organizzata e di guerre tra gang.
Richard lo sapeva, prima di portare le sue figlie nei campi comunali aveva dovuto chiedere il permesso ai boss di Compton Avenue: per favore, quando le mie figlie giocano potete spostarvi da qualche altra parte? Non vuole che le bambine assistano da vicino a pistole puntate o a scene di spaccio. Ci sono giorni in cui le gang decidono di accontentarlo, non sempre. Dicembre 1985, mancano pochi giorni a Natale. Sei ragazzi che non hanno più di vent’anni sono seduti di fronte ai campi comunali. «Per favore, andate via di qui». I ragazzi non se ne vanno.
Richard alza la voce, i ragazzi lo accerchiano, cominciano a prenderlo a pugni, sono più giovani e più forti, lui è da solo. Lo picchiano fino a farlo svenire. Quando si sveglia fa fatica a respirare, si rende conto che ha la maglia sporca di sangue, gli hanno spaccato dieci denti, da quel momento in poi sarà costretto a indossare una dentiera. Non bisogna mai fidarsi di nessuno, mai. Gli altri, tutti gli altri, sono una minaccia. Il rispetto, in posti come quello, si guadagna diventando cattivi. Quando pochi giorni dopo ritorna sui campi, i ragazzi lo stanno ancora aspettando, ma quel giorno Richard è stanco dei segni che gli sono rimasti sul corpo, è stanco di dover chiedere il permesso, delle occhiatacce di sua moglie, di questo perpetuo tutti contro tutti che non ha senso e da cui non c’è scampo. Non prova nemmeno a parlare, si scaglia contro uno dei ragazzi finché non lo pregano di smettere: «Per favore, basta così». Da quel momento, il campo sarà proprietà della famiglia Williams.
Ma anche quando la droga non arriva più, rimane la miseria. Venus non se ne accorge, ha occhi soltanto per chi l’ha messa al mondo. La bambina guarda suo papà dal basso verso l’alto e se potesse esprimere un solo desiderio, uno soltanto, quel desiderio sarebbe rivolto al bene di Richard. Vuole renderlo orgoglioso, non le interessa nient’altro. Rinuncia alle favole, alla prima persona singolare, ragiona da figlia, mai da bambina: «Sia fatta la tua volontà». Si fida ciecamente di lui, non può farle del male, pensa, mentre ricaccia sé stessa in gola, i suoi desideri che diventano le sue delusioni.
L’amore che prova per suo padre è una condanna che sconterà per tutta la vita, una resa incondizionata alla volontà di un altro. È un ricatto travestito da famiglia, alzarsi ogni mattina per realizzare un sogno che in fondo non riesci a capire, un sogno che non è il tuo.
Colpisci più forte, baby.
Agli ordini papà.
Sia fatta la tua volontà, la tua, la tua, soltanto la tua.
Serena intanto scalpita, si sente abbandonata, tradita da sua sorella. La più piccola delle Williams è cresciuta all’ombra di Venus e adesso lei la lascia da sola tutto il giorno per andare al campo. «Posso venire anche io domani?» chiede ogni sera a suo papà. «È troppo presto, sei ancora piccola». E invece no, invece no, invece no, piagnucola lei. Di notte Serena continua a infilarsi nel letto di Venus, è il posto del mondo che preferisce visto che non ne ha ancora trovato uno tutto per sé. Ma per la prima volta, oltre all’amore prova un sentimento che somiglia all’invidia. «Perché lei sì e io no?». Non sono capricci, è un pensiero che la ossessionerà per anni. «Dunque è questo il mio destino, rimanere per sempre un passo dietro di lei». Ogni sera la stessa domanda e le stesse lacrime. «Posso venire anche io?». Dopo un anno, finalmente, Richard decide che è pronta anche Serena. «Da oggi ti alleni con noi». La bambina urla di gioia mentre consegna il suo futuro nelle mani di un altro. È suo padre, non ha scelta. Tutto procede secondo i piani: tennis, tennis e solo tennis.
Le giornate diventano tutte uguali, senza anniversari, compleanni, ricorrenze. Gennaio, luglio, novembre, il tempo scorre monotono e veloce, le stagioni scandiscono soltanto la durata del giorno; ogni ora in più di sole è un’ora in più di tennis.
Mettendo da parte il talento, i manuali, il Dna, il successo nello sport è forse riconducibile a un’unica virtù: la coerenza. Eseguire gli stessi movimenti, per sempre. Lyndrea Williams, primogenita di Oracene e sorellastra delle due tenniste, lo ha spiegato senza metafore: «È come addestrare un animale». Venus e Serena sono bestie obbedienti. Per loro non esiste nient’altro: soltanto centinaia di palline da colpire, tutto il giorno, tutti i giorni e un unico comandamento: «Colpisci più forte, baby». A volte il tennis fa venire il voltastomaco, il mal di testa. Cosa c’è di divertente nel ripetere lo stesso gesto all’infinito? Al cinquantesimo lancio di palla nel vuoto la tentazione di gettare la spugna è molto forte. «Basta, papà, ti prego, per oggi basta così». È una preghiera che interrompono subito, ogni volta che alzano gli occhi e vedono il loro papà dall’altra parte della rete. Richard passa le sue giornate in piedi, con le ginocchia piegate per lanciare le palline alla giusta altezza delle figlie. Ha affidato la sua vita e la sua vendetta a loro. Davanti a quella scena, le due bambine abbassano le armi, si vergognano di aver odiato il tennis anche solo per un momento. La tua, la tua, soltanto la tua volontà. Il voltastomaco passerà, si abitueranno a tutto. Anche alla noia e al dolore. Lo devono al loro papà e alla sua schiena a pezzi, ogni giorno un po’ più curva, ogni giorno un po’ più vecchia.
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